Prepararsi alla XV domenica del T.O.
Nuova vita possibile
Ho provato a contemplare a lungo l’immagine con cui si apre la pagina evangelica. Quali provocazioni in quell’uscire del seminatore a seminare! Mi pare indichi anzitutto un atteggiamento di speranza quel suo gesto! Altra vita è ancora possibile e Dio la semina a piene mani anche là dove tu non saresti disposto a scommettere che possa accadere. Questo pensa Dio del terreno che è la nostra umanità: tu puoi ancora portare il frutto sperato. E perché ciò accada Dio non teme che qualcosa vada disperso o sprecato.
Ci sono dei momenti della vita – si pensi agli inizi di una esperienza, di un rapporto – nei quali chi bada a risparmiare, a trattenersi, a speculare, ha già fallito. Se non si investe tutto senza badare fin da subito ai risultati, si rischia di pregiudicare completamente il buon esito dell’opera. Non è così nell’amore, nell’amicizia, nell’educazione, nel dialogo costruttivo con l’altro?
L’immagine di un Dio che esce e non semplicemente di un Dio che attende. Esce chi non è chiuso nel recinto delle sue certezze e non vive rapporti soffocanti. Esce chi non ha paura di ciò che lo aspetta.
La stranezza di questo seminatore è che non opera scarti, non si sofferma a valutare il grado di fecondità del terreno e neppure lo prepara perché lo diventi. Spine, rovi, pietre: a ciascuno è data una possibilità nuova. Il suo sembrerebbe un gesto stolto perché non semina nei solchi ma fuori, a piene mani. Questo fa Dio.
E l’uomo? Gesù fa comprendere che il seme che Dio getta è sempre un seme esposto, indifeso e perché possa avere efficacia è necessario l’aiuto dell’uomo. E questo non è affatto scontato. Il seme, infatti, ha bisogno dei ritmi e dei tempi della terra: non conosce salti, deve sottostare alla fatica dell’entrare nelle profondità del terreno là dove il buio sembra tutto fagocitare e annientare la fiducia che a suo tempo esso porterà frutto.
Indifeso quel seme perché noi facciamo fatica a comprendere e pertanto basta un nulla perché quel seme ci venga portato via. Non poche volte vediamo ma senza capire; non poche volte vediamo ma continuiamo a negare quel che accade.
Indifeso quel seme perché apparteniamo tutti a una generazione che non ha radice ed è incostante e pertanto a produrre scandalo dentro di noi è molto meno della tribolazione di cui parla Gesù.
Indifeso quel seme perché apparteniamo tutti a una generazione preoccupata, la quale, proprio mentre prova a dare fiducia alla Parola che pure ascoltiamo qui in assemblea, si sente come afferrata da altri impegni che il nostro orologio continua a richiamare.
Indifeso quel seme ogni volta che ai nostri occhi esso appare come impotente perché i fattori esterni (uccelli, sole, spine) sembrano oggettivamente più forti e capaci non solo di bloccarne la crescita ma addirittura di eliminarlo per sempre.
Fruttuoso quel seme là dove qualcuno riesce a credere che la proposta evangelica, lo stile di Gesù, ha ancora il potere di compiere cose sorprendenti e imprevedibili soprattutto là dove sembra persa ogni speranza. Non è stato così per quel seme gettato che è stata la vita di Gesù? Non ha forse conosciuto la prevaricazione, il soffocamento? Eppure quale forza di speranza è venuta a noi dalla morte di quel seme!
Il rischio di una pagina come questa è quello di chiedersi (e lo abbiamo sempre fatto, come se bastasse sapere l’identità del terreno per esorcizzare eventuali difficoltà): io a quale terreno appartengo? Gesù chiede, piuttosto, di spostare l’attenzione: credi che il seme che Dio semina a piene mani nella tua vita possa ancora frutto? C’è un seme gettato da Dio anche nella terra delle sopraffazioni che mi permette di non rassegnarmi all’attuale ordine delle cose. Proprio come chi nel buio di un esilio o di una dittatura ingiusta non ha mai rimosso il sogno di una nuova pagina di storia. A tema, infatti, è la nostra fede e la nostra speranza.
Antonio Savone
http://acasadicornelio.wordpress.com
XV Domenica del tempo ordinario – Anno A – 13 luglio 2014
Mt 13,1-23
riflessione sul Vangelo di ENZO BIANCHI
Nel capitolo 13 del vangelo secondo Matteo leggiamo il terzo grande discorso tenuto da Gesù durante il suo ministero. Dopo il discorso della montagna (cf. Mt 5-7) e quello rivolto ai discepoli nell’inviarli in missione (cf. Mt 10), siamo di fronte a un discorso costituito da parabole: “Egli parlò alla folla di molte cose con parabole”. Alla folla Gesù le racconta, ai discepoli poi, in casa, le spiega. Cosa ha vissuto Gesù per narrare la parabola del seminatore, quella che ci è proposta dal brano evangelico odierno? Ha vissuto una serie di fallimenti, ha misurato la grande fatica necessaria per seminare la Parola e il piccolo risultato ottenuto, ha constatato che i tentativi rinnovati e a caro prezzo possono essere letti come una serie di scacchi, di insuccessi: tanto seme – che sembra sprecato! –, tanta fatica per gettarlo, tanta attesa, ma poi il risultato è scarsissimo.
E nonostante questo, il seme caduto nella terra buona dà un raccolto… Ecco cosa occorre vedere, constatare, per riaccendere la fede nel seme e la speranza della mietitura. Ci sono mille ragioni che imporrebbero di lasciar perdere, di concludere che non ne valeva la pena; ma, nonostante tutto, è possibile vedere il grano che cresce in un angolo di terreno e che dà un raccolto piccolo ma significativo. Pronunciata la parabola, Gesù avverte: “Chi ha orecchi, ascolti”, cioè: “State attenti, perché c’è da capire più di quanto si pensi”. E subito i discepoli interrogano Gesù, chiedendogli conto del suo parlare in parabole: “Perché parli alla folla in parabole?”.
La risposta è semplice. Di fronte alle parole di Gesù, sempre si delineano due campi: quello in cui i discepoli vogliono comprendere e seguono Gesù, fino a fare parte della sua comunità, assumendo un modo di vedere che è proprio di quelli che si collocano “dentro”; vi è poi l’altro campo in cui stanno “quelli di fuori” (Mc 4,11), quelli che, non sentendosi implicati dalle parole di Gesù, in esse sentono solo enigmi, non sono in grado di capirle, e così stanno fuori dalla comunione con lui. Gesù soffre di fronte a questo risultato, ma rispetta la libertà dei suoi ascoltatori, non li forza in nulla: propone, non impone! È così facile cadere in questo intontimento di fronte a Gesù: basta lasciar cadere qualche sua parola, non prestarvi attenzione, non guardare, non ascoltare, non comprendere.
Così a poco a poco l’orecchio del cuore che è in noi si fa calloso, insensibile, con il risultato che la parola di Gesù non ci penetra più, non ci ferisce più. È l’enigma dell’accecamento già intravisto dal profeta Isaia (cf. Is 6,9-10), della durezza di cuore così frequente tra noi credenti, che più ascoltiamo senza volere comprendere, più induriamo il cuore! Eppure molti profeti e molti giusti sono stati arsi dal desiderio di vedere ciò che gli ascoltatori di Gesù vedevano e hanno atteso con tutte le loro forze di poter ascoltare il messaggio che i contemporanei di Gesù ascoltavano…
I discepoli però conoscono questa grande grazia: vedono un uomo, Gesù, e nella sua reale e vera umanità vedono il Profeta, il Messia, il Figlio di Dio. Vedere nella fede che nell’umanità di un uomo ci sono le tracce di Dio: questo è il dono più grande riservato a ciascuno di noi, a ogni discepolo di Gesù Cristo. La parte finale del testo, quella che contiene la spiegazione delle parabole, suscita in noi domande semplici ma decisive, corrispondenti ai quattro tipi di terreno evocati. Perché la parola del Regno può essere ascoltata senza che ci sentiamo da essa interessati e coinvolti?
Siamo noi “uomini di un istante”, “senza radici”, e perciò in balia di ogni vento, di ogni minaccia? Che cosa ci interessa davvero nel nostro quotidiano; e, soprattutto, la ricchezza ci seduce fino a trascinarci dietro a essa, idolo muto ma così allettante? Infine, c’è anche la possibilità di essere terra buona, capace di recepire un seme e di fornirgli tutte le condizioni perché germogli e fruttifichi: siamo terra su cui lo Spirito santo può covare (cf. Gen 1,2) e dunque generare la vita in abbondanza?
Prepararsi alla domenica
XV Domenica – Anno A – 13 luglio
Mt 13,1-23
“Uscì di casa e si sedette in riva al mare”. La Parola di Dio -perché Gesù è la Parola vivente di Dio- entra nei luoghi della quotidianità: la casa e il luogo del lavoro; la casa e il mare, dove si lavora, per i pescatori. La Parola entra nei luoghi della casa e all’aperto, all’aria aperta, sul litorale del mare. Gesù parlava alla vita!
E raccontava. Raccontava parabole. Ecco, vorrei sostare con voi su questo modo di parlare di Gesù. Anche perché proprio questo suo modo di parlare crea problema, fa questione. “Gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: Perché parli loro in parabole?”. E vorrei innanzi tutto fermarmi sul verbo “parlare”, “raccontare”, perché nel passo parallelo il verbo usato è un altro, è il verbo “insegnare” (evdi,dasken). Matteo dice: parlò, raccontò (evla,lhsen). Perché il modo di parlare di Dio è un raccontare? Forse perché l’insegnamento può diventare -non dico che lo sia sempre- ma può diventare un parlare arido, astratto, fuori della vita, fuori della casa e fuori dal mare.
E perché la parabola? Perché privilegiare la parabola? E perché la chiesa oggi raramente parla con le parabole? Noi abbiamo la fortuna di avere un vescovo che parla con parabole, con le icone bibliche. Ci fu un altro vescovo, ora morto, Tonino Bello, che incantava con quel suo parlare in parabole. È raro! Purtroppo.
Purtroppo perché la parabola è il modo privilegiato di raccontare di Dio e della vita. E qualcuno potrebbe pensare: certo, perché la parabola è come un esempio, che chiarisce, così tutto è chiaro.
E invece no. Quando uno parla in parabole, non definisce, non dice tutto: non dice “è”, è così e basta. Ma dice semplicemente: è “come”: è come un seminatore, il regno di Dio è come il grano di senapa, è come una perla, è come una rete gettata in mare.
Quasi dicesse: è così, ma è anche altro… altro che ancora rimane velato. Pensate la diversità tra una chiesa, una chiesa categorica, che dice “è”, “è così”, e una chiesa delle parabole, che dice: “è come…”.
C’è un abisso, l’abisso tra il definire gelido e il raccontare appassionato. La differenza tra il dire: “Dio è, Dio è l’essere perfettissimo” e il dire: “Dio è come un padre che aveva due figli…”.
Un brivido di luce, ma poi c’è tutto un mistero da attraversare, come un mare infinito da solcare.
“La Sacra Scrittura” -scrive l’Arcivescovo Martini nella lettera “Ripartiamo da Dio!”- “preferisce il velo del simbolo o della parabola; sa che di Dio non si può parlare che con tremore e per accenni, come di “Qualcuno” che in tutto ci supera. Gesù stesso non toglie questo velo. Lui che è il Figlio ci parla del Padre, ma “per enigmi”, fino al giorno in cui svelatamente ci parlerà di Lui. Questo giorno non è ancora venuto, se non per anticipazioni, che lasciano ancora tante cose oscure e ci fanno camminare nella notte della fede”.
Vi confesso che, quando sono un po’ più lucido e un po’ più appassionato, mi capita di pensare che è proprio una strana pretesa la nostra, di noi che abbiamo un Dio che parla in parabole, per accenni; dice: -“e come se”- e da parte nostra abbiamo la pretesa di dire “è, è così”, la pretesa di parlare per definizioni.
Come ci farebbe bene -a tutti i livelli- pensare che le nostre certezze -anche quelle del Catechismo, dice l’Arcivescovo Martini- sono “come la lampada che brilla in un luogo oscuro finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei nostri cuori” (2 Pt. 1,19).
E cioè le nostre certezze “non ci dispensano dalla fatica di interrogarci, dal timore di illuderci, dal bisogno di esaminarci con umiltà su quanto diciamo e su quanto operiamo ogni giorno” (C.M.Martini, Ripartiamo da Dio! pp.26-27).
Un’ultima breve riflessione: ancora sul parlare in parabole, per dire che la parabola fa parlare la vita.
E dunque guardare la vita per parlare di Dio, non guardare chissà quali astruserie: Gesù guardava il seminatore e quel suo gesto senza misura e diceva a se stesso: c’è qualcosa di Dio in quel gesto smisurato.
Voi mi avete capito: la vita non è vuota, non è assenza: c’è qualcosa di Dio nella vita.
Se avessimo occhi, cuore per guardare la vita, se avessimo la profondità degli occhi di Gesù, penso che anche noi, di questa vita, comporremmo parabole. Racconteremmo di Dio con parabole e poesie, come faceva Gesù.
don Angelo