V Domenica di Pasqua
Anno A – Gv 14,1-12 – 18 maggio 2014
C’è posto per tutti
Parole-testamento quelle consegnate da Gesù ai suoi discepoli nell’imminenza della sua passione, oggi riconsegnate a questa nostra comunità cristiana.
Non di circostanza le parole di Gesù che vede profilarsi al suo orizzonte un rapido e drammatico epilogo. Perciò parole vere, come sono quelle di chi è consapevole che sta per concludersi la sua vicenda terrena. Parole, dunque, tutte da trattenere perché non si perda nulla dell’eredità che il Maestro consegna alla sua comunità, se non vogliamo tradire il volto di comunità che per noi è stato da lui delineato.
Parole che riprendono quanto Gesù ha provato a raccontare con i suoi gesti (ultimo, appena compiuto, quello della lavanda dei piedi), i suoi sguardi (penso a quello nei confronti del giovane ricco), i suoi silenzi (come davanti a chi voleva accusare la donna sorpresa in adulterio), le sue lacrime (come davanti alla tomba dell’amico Lazzaro)…
Gesti, sguardi, silenzi e lacrime che a più riprese ci hanno narrato del cuore di Dio, di un Dio tutto dal versante dell’uomo, un Dio che non ha paura di aprire la sua casa e di metterci a parte del suo desiderio di averci suoi ospiti per sempre: vi porterò con me, perché siate anche voi dove sono io. In quella casa c’è posto per tutti. Nessuno alle strette nel cuore di Dio e nessuno fuori dal cuore di Dio, a meno che non decida egli stesso di mettersene fuori. Nulla potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, ripeterà Paolo in Rm 8,39.
C’è posto per tutti.
Lo ribadisce ancora una volta Gesù prima di lasciarci. Chissà? Forse perché sapeva che lo avremmo ristretto a misura del nostro cuore il suo, finendo per stabilire diritti e precedenze per abitare il cuore di Dio. E invece no. Queste parole-testamento Gesù le consegna ai suoi perché si facciano tramite per ogni uomo del desiderio che Dio ha di poter vivere in comunione con lui. Con ogni uomo e con ogni donna. Ecco il compito e il senso dell’essere comunità di discepoli. Null’altro: far conoscere il desiderio che Dio ha di stare con l’uomo, per sempre. Non a caso – credo – Gesù senta il bisogno di rassicurarci: se no vi avrei detto…? Come a dire: state sereni… c’è posto per tutti.
Parole che ancora tradiscono qualcosa del suo cuore: sta per andarsene, sa cosa lo aspetta e lui è preoccupato non per sé ma ancora una volta per i suoi amici: non sia turbato il vostro cuore… Sarà così anche di lì a poco quando verranno per mettergli le mani addosso: se cercate me… lasciate stare costoro… A lui sta a cuore la mia vita, perciò mi è risparmiata. Così il cuore di Dio, largo il cuore di Dio, magnanimo il cuore di Dio. Non metterà mai a repentaglio la tua esistenza pur di risparmiare la sua. E non è forse questo il segno più vero dell’amore, risparmiare l’altro?
Parole, quelle di Gesù, pronunciate alla vigilia della sua pasqua e da cui lasciarsi illuminare anche nelle nostre pasque. Parole che vorrebbero essere una chiave di lettura per la comunità dei discepoli ogni volta che si troverà a vivere dei passaggi, ogni volta che sarà chiamata a misurarsi con dipartite, con assenze, con vuoti. Non è forse così il tempo che stiamo attraversando? C’è tutto un sistema sociale, culturale, ecclesiale che non è più e noi, forse, come i discepoli siamo impauriti, preoccupati, in ansia, paralizzati. Vorremmo fermare il tempo e proviamo nostalgia, quel sentimento che dice il dolore per un ritorno impossibile. Non sia turbato il vostro cuore: la fine di un tempo o di un modo di essere Chiesa è in vista di un diverso modo di esprimere l’appartenenza al Signore Gesù. Il distacco, ogni distacco, è da tradursi in una nuova accoglienza.
La pietra scartata dai costruttori è diventata testata d’angolo: sempre così. È attraverso “vite di scarto” (Z. Bauman) che Dio compie la sua opera. Vite di scarto, ma scelte e preziose davanti a Dio, ci rassicurava Pietro. Sempre così, non è mai venuto meno a questo suo stile. Mi chiedevo: che cosa stiamo scartando di questa nostra esistenza, di questo nostro tempo che Dio, forse, sta usando come materiale prezioso per l’edificazione del suo popolo?
Abbiate fede… Fa appello alla fede Gesù. L’unico modo per attraversare l’ignoto, consapevoli che egli è ancora con noi. Non sia turbato il vostro cuore. Riesco ancora a fidarmi di lui, ad appoggiarmi a lui? Mi basta lui? Lo sappiamo: troppe volte non ci basta più e ricorriamo a mezzi e strumenti di potere che ci garantiscano, ci assicurino durante l’attraversamento delle nostre pasque. Mi basta lui?
Non ci accada che siano ripetute anche a noi quelle parole di rammarico pronunciate da Gesù a Filippo: da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?
A Tommaso che gli chiedeva: Signore qual è la via? Gesù aveva risposto: Esattamente quella che hai intrapreso, lì dove ti trovi. Ma Tommaso non ne era consapevole. Accade anche a noi. Ci sia dato di riconoscerla e di percorrerla fino in fondo.
Antonio Savone
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Riflessione di ENZO BIANCHI
Non è facile interpretare le densissime parole di Gesù contenuti nei cosiddetti “discorso di addio” del quarto vangelo (cf. Gv 13,31-16,33). Ogni versetto è una rivelazione, svela e fa conoscere l’identità di Gesù e il vincolo di comunione da lui stabilito con i suoi discepoli. Soprattutto, queste parole non sono direttamente quelle pronunciate da Gesù, quando era sulla terra con i suoi, ma sono parole del Kýrios, il Signore vivente perché risorto dai morti e ormai nella gloria di Dio.
In quella sera dell’ultima cena fraterna Gesù ha parlato, ma le sue parole accolte dai discepoli, da essi memorizzate e custodite nel cuore, sono state vissute e ricordate dopo gli eventi della resurrezione. È dunque in questa luce pasquale che Gesù parla ai suoi, quale Figlio del Padre nella gloria, che dice: “Io non sono più nel mondo, con loro” (cf. Gv 17,11).
I discepoli sono nel mondo, in mezzo all’oscurità dei cuori e all’ostilità dei nemici di Gesù, alienati al “principe di questo mondo” (Gv 12,31; 16,11; cf. 14,30), Satana. Ci sono molte ragioni per essere tentati di non credere, di non aderire al Signore Gesù. Ci sono molti eventi che scuotono e sembrano togliere la speranza e raffreddare l’amore reciproco.
C’è paura! Ma ecco che Gesù viene dai suoi e parla loro: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Il Signore sa che una grande minaccia alla fede è la paura, per questo invita i discepoli a non temere e a restare saldi, mettendo la loro fiducia in Dio e anche in lui, il Figlio. Si tratta, da parte dei discepoli, di esercitarsi a questa fiducia, accogliendo sempre il dono della fede da parte di Dio e aderendo al Signore con forza rinnovata, con stupore, aumentando la convinzione della fede attraverso un sempre maggiore ascolto della sua Parola, una maggiore conoscenza del suo mistero, un maggior amore che è desiderio di conformità alla sua volontà.
La fede in Dio è anche fede in Gesù, anzi proprio la fiducia che i discepoli pongono in colui che hanno ascoltato, visto e palpato (cf. 1Gv 1,1), può essere anche fede nel Dio che nessuno ha mai visto (cf. Gv 1,18). Il Kýrios chiede fede in lui, perché egli, il Cristo Gesù, è Dio, accanto a Dio Padre. Certo, egli è assente visibilmente dalla sua comunità, se n’è andato da questo mondo, ma per preparare una dimora per i discepoli; presto verrà di nuovo e li prenderà con sé per sempre. Non è infranta la comunione vissuta durante la vita itinerante in Galilea e in Giudea, anzi questa comunione sarà ancora più piena e i discepoli potranno essere sempre là dov’è il loro Signore.
Gesù va ormai collocato nel seno del Padre, è nel Padre: questo è il luogo di cui i discepoli conoscono la via, perché Gesù più volte ha mostrato ai suoi che per andare a Dio occorreva andare a lui, per vedere Dio occorreva vedere lui, per conoscere Dio occorreva conoscere lui. Sì, ormai per gli uomini c’è una possibilità di conoscere quel Dio che tutti cercano come a tentoni (cf. At 17,27), quel Dio che nessuno ha visto né può vedere (cf. 1Tm 6,16), quel Dio che, invisibile e presenza elusiva, si è mostrato pienamente in un uomo, in una vita d’uomo, in azioni e parole d’uomo: suo Figlio Gesù. È lui l’esegesi, la narrazione del Dio invisibile (exeghésato: Gv 1,18), l’immagine che gli uomini hanno potuto contemplare, quel corpo di uomo fragile e debole che hanno potuto palpare e nel quale hanno potuto vedere i segni della passione e morte.
I cristiani non sempre hanno capito questa rivelazione di Gesù ma, attratti da un teismo religioso, non vogliono comprendere che devono guardare Gesù e conoscere lui per conoscere qualcosa di Dio. In verità Gesù dice ai suoi che tutto ciò che lui ha rivelato e narrato di Dio va creduto, mentre tutto ciò che di Dio lui non ha detto non deve essere creduto. Di fronte a tante immagini perverse di Dio fabbricate dai credenti stessi, e di cui ci dà ampia testimonianza l’Antico Testamento, Gesù afferma che solo chi ha visto lui ha visto il Padre.
Non è possibile una conoscenza di Dio disgiunta dalla conoscenza di Gesù, e su questo dobbiamo interrogarci: chi è Dio per me? Dove lo cerco? Che volto gli do? Che luce proietto sul suo volto? È un Dio manufatto, un idolo opera delle nostre immaginazioni e proiezioni, oppure è semplicemente Gesù, il Figlio di Maria che solo lo Spirito santo ci poteva dare e di cui ci danno testimonianza i vangeli?