
P. Manuel João, comboniano
Riflessione domenicale
dalla bocca della mia balena, la sla
La nostra croce è il pulpito della Parola
Fuori dell’amore non c’è salvezza!
Anno A -30a Domenica del Tempo Ordinario
Matteo 22,34-40: Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?
Domenica scorsa abbiamo assistito ad una disputa tra Gesù e i farisei, collegati con gli erodiani, che avevano cercato di tramargli una insidia sull’imposta da pagare a Cesare. Il vangelo di questa domenica ci presenta un’altra controversia con i farisei, questa volta collegati con i sadducei, la ricca élite sacerdotale e politica. Tra queste due dispute ce n’è stata un’altra tra Gesù e i sadducei (omessa dalla liturgia), a proposito della risurrezione dei morti con la famosa storia della donna vedova di sette mariti. Siamo a Gerusalemme, verso la fine della vita di Gesù, a pochi giorni del suo arresto. Tutto è iniziato con l’intervento dei sommi sacerdoti che avevano interpellato duramente Gesù, chiedendogli chi l’avesse autorizzato a predicare nel Tempio.
A) Una domanda innocente e pertinente?
La controversia di oggi versa su una questione teologica: “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?” A porre la domanda è un esperto della Legge, della Torah, un teologo per così dire, al quale i farisei avevano chiesto una mano per mettere alla prova l’ortodossia di Gesù. Ma dov’è il trabocchetto questa volta?
La domanda sembra innocente e pertinente. Infatti, con l’intento di regolare tutta la vita secondo la legge di Dio, i rabbini avevano individuato 613 precetti nella Torah (cioè nel Pentateuco, nei primi cinque libri della Bibbia), oltre i dieci comandamenti. Di questi 613 precetti, 365 erano negativi, dei divieti (cose da non fare), corrispondenti al numero dei giorni dell’anno solare, e 248 positivi, delle prescrizioni (cose da fare), corrispondenti al numero degli organi del corpo umano, secondo la credenza di allora. In questo groviglio di leggi si sentiva il bisogno di discernere cos’era più importante.
Dice un testo della tradizione ebraica:
Rabbi Simlaj disse: “Sul monte Sinai a Mosè sono stati enunciati 613 comandamenti: 365 negativi, corrispondenti al numero dei giorni dell’anno solare, e 248 positivi, corrispondenti al numero degli organi del corpo umano … Poi venne David, che ridusse questi comandamenti a 11, come sta scritto [nel Sal 15] … Poi venne Isaia che li ridusse a 6, come sta scritto [in Is 33,15-16] … Poi venne Michea che li ridusse a 3, come sta scritto: ‘Che cosa ti chiede il Signore, se non di praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio?’ (Mi 6,8) … Poi venne ancora Isaia e li ridusse a 2, come sta scritto: ‘Così dice il Signore: Osservate il diritto e praticate la giustizia’ (Is 56,1) … Infine venne Abacuc e ridusse i comandamenti a uno solo, come sta scritto: ‘Il giusto vivrà per la sua fede’ (Ab 2,4; cf. Rm 1,17; Gal 3,11)” (Talmud babilonese, Makkot 24a).
(Riportato da Enzo Bianchi)
Questo tentativo di stabilire la “priorità” tra tutti i comandamenti, tuttavia, non era pacifico. C’erano due scuole con due punti di vista contrapposti: Rabbì Hillel riassumeva la Legge nella attenzione verso il prossimo. Per Rabbì Shammai, invece, tutti i 613 precetti erano ugualmente importanti.
Ma se la domanda era pertinente, dov’era l’insidia? Per la mentalità comune il grande comandamento era il terzo del decalogo: l’osservanza del sabato, perché Dio stesso l’aveva osservato dopo il “lavoro” della creazione. I suoi avversari si aspettavano, quindi, che Gesù desse questa risposta e, a quel punto, gli avrebbero detto: “Allora perché tu e i tuoi discepoli non rispettate il sabato?”.
Gesù, invece, li spiazza ancora una volta. Non cita nessuno dei dieci comandamenti. Non si colloca sul loro terreno legalistico, ma s’innalza al livello dell’amore. Gesù cita la professione di fede dello Shema’ (Deuteronomio 6,4-5), la preghiera che ogni israelita recita tre volte al giorno (al mattino, alla sera e al coricarsi): “‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’. Questo è il grande e primo comandamento”. Gesù vi aggiunge Levitico 19,18: “Il secondo poi è simile a quello: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’”. Chi è questo “prossimo”? La prima lettura lo specifica: i più indigenti, i poveri, il forestiero, l’orfano e la vedova (Esodo 22,20-26).
“Mai… in tutte le Scritture, i ‘due amori’ sono posti così innegabilmente sullo stesso piano a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Il secondo è simile al primo: cioè non identico, e neppure più o meno importante. Ma fatti della stessa pasta, l’uno a specchio dell’altro, l’uno a inveramento dell’altro” (Gabriella Caramore).
S. Agostino commenta: “L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo però che si deve praticare”.
B) Alcuni spunti di riflessione
1. L’amore è la legge!
L’amore diventa la chiave dell’esistenza. Dio è amore (1Gv 4,8.16) e “ci ha amati per primo” (1Gv 4,19) e il credente è colui che ha creduto all’amore (1 Gv 4,16). Non un amore sentimentale, ma fatto di ascolto di Dio e di opere di bene verso i fratelli. Perché chi dice di amare Dio e non ama il fratello è un bugiardo (1 Gv 4,20-21). L’amore del fratello è lo specchio e la prova dell’amore di Dio. Per questo Gesù riassumerà tutto nel suo “comandamento nuovo”: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv 13,34; 15,12). L’amore è il motore della vita e della storia!
2. Dal dio-padrone al Dio-Sposo!
Il cammino di maturazione verso la rivelazione di Dio Amore e del passaggio dal regime della legge a quello dell’amore è stato un lungo processo portato avanti dai Profeti. Gesù lo porta alla pienezza. “E avverrà, in quel giorno – oracolo del Signore – mi chiamerai: “Marito mio”, e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”” (Osea 2,18).
3. La sinfonia dell’amore
Il teologo protestante tedesco D. Bonhoeffer, martire della pazzia nazista, scriveva dal carcere: “L’amore di Dio è come il cantus firmus” della “polifonia della vita”. “Vorrei pregarti di far risuonare con chiarezza nella vostra vita insieme il cantus firmus, e solo dopo ci sarà un suono pieno e completo… Solo quando ci troviamo in questa polifonia la vita diventa completa” (lettera del 20 maggio del ’44 ). Solo quando c’è questo cantus firmus, la melodia di fondo dell’amore di Dio, possiamo coniugare tutti gli amori e rendere un canto polifonico i tre amori fondamentali della nostra esistenza: Dio, il prossimo e noi stessi!
4. Amerai!
I dèi pagani volevano adoratori sottomessi, degli schiavi, sotto il regime della paura. Il Dio di Gesù Cristo vuole figli liberi, capaci di amare. Il verbo amare – ahav in ebraico – ricorre nell’Antico Testamento 248 volte (Fernando Armellini). Cifra che attira la mia attenzione perché è quella del numero dei precetti positivi (cose da fare), coincidente con il numero degli organi del corpo umano, secondo la tradizione rabbinica. Direi come per sottolineare simbolicamente che l’unica e sola cosa da fare è amare e bisogna farlo con ogni fibra del nostro essere: “con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”!
5. Una provocazione finale!
“Noi parliamo troppo facilmente di amore per Dio, perché ci infiammiamo nel pensarci quali amanti… Ma occorre sempre discernere se in tale amore Dio è ascoltato o no, se la sua volontà è realizzata o no: in sintesi, se in questa relazione ci accontentiamo di un amore di desiderio, senza che vi sia in noi anche l’amore di ascolto e di obbedienza.
Va detto con chiarezza: il rapporto con Dio è esposto al rischio dell’idolatria, perché se Dio è ridotto a un oggetto del nostro amore, se amiamo un’immagine di Dio che noi abbiamo plasmato, allora Dio è un idolo, non il Dio vivente che si è rivelato a noi!” (Enzo Bianchi).
Per la riflessione settimanale
Prendi in mano il testo della prima lettera di San Paolo ai Corinzi, cap. 13,4-7, dall’inno alla carità:
“La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
In un primo momento sostituisci la parola “carità” con il nome di Gesù. Vedrai che tutto fila bene. In un secondo momento sostituisci “carità” con il tuo nome e vedi se il discorso torna!
P. Manuel João Pereira Correia, comboniano
Castel d’Azzano, Verona, 27 ottobre 2023