III Domenica di Quaresima – Anno A
Giovanni 4,5-42


Letture: Esodo 17,3-7; Salmo 94; Romani 5,1-2.5-8; Giovanni 4,5-42

Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua
Ermes Ronchi

Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo.

Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l’umanità, la sposa che se n’è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio.

Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l’umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all’ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo.
Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato.
Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono…

Il dono è il tornante di questa storia d’amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un’acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d’acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi.

Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici.

Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d’oro che si appoggia il resto del dialogo.

Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene.

E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c’è uno che mi ha detto tutto di me… La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio.

Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d’angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore.

Avvenire giovedì 16 marzo 2017

Dammi quest’acqua perché non abbia più sete
Clarisse Sant’Agata 

In questa terza domenica del tempo di quaresima, iniziamo un percorso battesimale che la Chiesa ci fa compiere nel ciclo liturgico dell’anno A. La Chiesa attraverso la Parola ci riporta ad una intimità profonda con il Signore, a tornare all’origine del suo rapporto con noi per sperimentare ancora una volta la grazia di Dio che ci salva e rafforzare i nostri passi nella sequela del Signore che nel battesimo ci ha fatti suoi.

“Giunge una donna samaritana ad attingere acqua” Dopo aver incontrato Nicodemo, uomo del popolo di Israele, ora Gesù incontra una samaritana, una eretica agli occhi degli ebrei e, subito dopo questo racconto, il Vangelo di Giovanni ci parla di Gesù che incontra un centurione, un pagano. Gesù incontra tutti, tutti possono attingere alla sua salvezza, a quel dono pieno che avremo sulla croce: “Io quando sarò innalzato da terra attirerò tutti a me” (GV12,32). Proprio perché la sua missione è per tutti, ecco che Gesù deve passare in Samaria, anche se di solito si preferiva un’altra strada per non entrare in questa terra di eretici, che non riconoscevano più la grandezza e la centralità del tempio di Gerusalemme. Gesù non teme di abbattere anche questa barriera. Ed ecco l’incontro con questa donna che pian piano sarà chiamata a svelarsi nella sua verità profonda come anche Gesù pian piano la porterà a conoscere la sua identità più profonda: profeta, Messia, Cristo, Salvatore del mondo.

Gesù arriva affaticato dall’aver percorso le nostre strade. Si siede vicino al pozzo, il pozzo è profondo e ci va nell’ora più calda quando tutti sono a tavola. L’incontro avviene intorno ad un pozzo legato alla storia della salvezza. Il pozzo è anche simbolo della sorgente della vita spirituale del credente, di un luogo in cui custodire la relazione con il Signore. In Geremia leggiamo (Ger2,13) “Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne, cisterne

piene di crepe, che non trattengono l’acqua.”. Per i rabbini poi il pozzo era simbolo della Torah a cui attingere. Qui giunge una donna che, vista l’ora in cui vi giunge, non vuole incontrare persone. E’ una donna emarginata e disprezzata per la sua vita immorale, ma qui incontra quest’uomo solo, che ha sete.

“Dammi da bere”: un giudeo chiede da bere a lei!, Gesù non la disprezza, ma si fa mendicante presso di lei. Gesù un nemico, un giudeo da cui si poteva aspettare solo disprezzo, chiede qualche cosa proprio a lei. Gesù non si presenta come colui che da, che porta, che comanda, ma come colui che chiede, pone domande, si sottomette alla volontà della donna. Gesù desidera conoscere, entrare in dialogo nella posizione di chi mendica: anche lui è un assetato come la donna. Questo “dammi da bere”, che leggiamo nel Vangelo di questa domenica, esprime la passione di Dio per l’uomo e vuole suscitare il desiderio del dono di quell’acqua che è eterna. Solo quest’acqua può estinguere la nostra sete di bene, di verità, di bellezza. Solo quest’acqua donata dal Figlio, può dissetare i deserti dell’anima.

“come mai…” La donna è stupita da questo atteggiamento. Gesù infrange anche le barriere sociali perchè ciò che gli interessa è l’incontro umano, l’incontro con l’altro così com’è. La donna è colpita dall’abbassamento di Gesù e questo accende una dinamica di confronto senza le barriere dovute all’inimicizia tra giudei e samaritani, senza le barriere che impedivano ad un uomo di rivolgersi ad una donna e a maggior ragione per un rabbino.

“Se tu conoscessi…” La donna è richiamata alla sua non conoscenza, ma è aperta anche ad una promessa di acqua che è per sempre. Gesù la invita e la guida pian piano a cercare e comprendere il dono di Dio, il solo che la può dissetare. Gesù vuole far aderire alla sua realtà questa donna e riconosce, anche dietro al peccato, la sete profonda che la abita e che l’ha portata forse fino ad ora ad attingere a pozzi sbagliati. Qual è la nostra sete? A quale pozzo attingiamo?

“Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno.” Gesù annuncia il dono di un acqua che nel cuore dell’uomo diventa fonte zampillante, la pienezza dello Spirito, la fonte che è lo Spirito Santo: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.” (Gv 7,37-39). Gesù ci da un’acqua che diventa zampillante, gorgogliante, una sorgente in noi. Un acqua che gli ebrei già identificavano con la Scrittura, ma che in Gesù diventa qualcosa di più cioè lo Spirito. Una volta in noi diventa qualche cosa di vivo, stimola in noi la Parola e la fa essere sorgente in noi per sempre. La Parola è il nostro cibo, ma se questa Parola non rinasce in noi, non è viva in noi, non è davvero quella realtà che ci guida. Dio non parla soltanto a noi, ma parla in noi. La Parola non è solo quella che accogliamo, ma meditata, amata, diventa Parola di Dio viva in noi attraverso lo Spirito Santo. .

“ va a chiamare tuo marito” Gesù fa un passaggio brusco nel dialogo. Gesù conosce ciò che c’è in ogni uomo e conosce ciò che è nel cuore di questa donna. Gesù vede una donna con una povera storia, non vede come prima cosa il peccato, ma la sofferenza e il dolore di chi cerca disperatamente l’amore. Vuole tirare fuori la verità da questa donna che senza timore la pone innanzi a lui. Per arrivare ad accogliere ciò che Gesù dona c’è bisogno di una incontro più profondo, di un incontro che fa verità. La samaritana coglie che dietro quell’uomo c’è qualcosa di più, vi scorge un profeta che vede là dove molti non vedono. La samaritana davanti al dono che le offre Gesù sente il desiderio di potersene dissetare nella verità della sua vita.

“Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” Gesù comprende che nella sua ricerca ora la donna è pronta ad una rivelazione, lei che ora si chiede dove incontrare e adorare il Signore. La vera adorazione a Dio non va fatta ne a Gerusalemme, ne sul monte, ma la vera adorazione a Dio è ora nello Spirito Santo e nella Verità che è Gesù Cristo. Il luogo della vera liturgia cristiana non è un santuario, ma la persona che è corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo. Siamo noi il tempio e nella vita quotidiana va adorato il Padre. Il culto, i templi sono un mezzo per arrivare a questa adorazione in Spirto e verità, un luogo in cui ascoltiamo la Parola, ma Dio non abita più in tempi di pietra: abita innanzitutto nella persona e lì va sopra ogni cosa adorato. Questo è il luogo dell’adorazione cristiana: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? 17 Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi.”(1 Cor 3,16-17) Le vittime non servono più perché ogni vita deve essere offerta a Dio.

“Io sono che parlo con te…” Gesù è in stretta relazione con quel Dio che si è rivelato a Mosè. Mentre la donna non ha temuto di dirsi per ciò che è, ora riceve Gesù che si rivela pienamente a lei che non poteva accedere alle Scritture, una donna con cui un rabbino non doveva parlare assolutamente delle cose di Dio. Ormai non è più la stessa donna che è giunta solitaria al pozzo. “Lasciò la sua anfora…”non le importa più di quello che cercava prima perché ora ha incontrato il Cristo e lui l’ha cambiata, ha cambiato il senso della sua vita e della sua ricerca. Questo lasciare ci fa risuonare nel cuore altri gesti simili scaturiti dall’incontro con il Signore:“ Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.”(Mc 1,16-20) La donna in questo incontro con il Signore è fatta discepola e ora, abbandonata l’anfora, corre e diventa apostola. Per lei al pozzo c’era una chiamata. La samaritana passa dalla sua miseria, dalla sua emarginazione (come donna, come samaritana, come immorale) ad essere testimone alla sua gente di Colui che ha incontrato, suscitando anche negli altri il desiderio di incontrare questo uomo speciale.

E proprio attraverso di lei i samaritani arrivano a credere: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”

In questo tempo di grazia andiamo a Dio con il nostro desiderio, con la nostra sete, con tutta la nostra vita e andando a lui, nel dialogo con lui, impariamo ad adorarlo in Spirito e verità e a rispondere allo Spirito che mormora in noi, come ci ricorda Sant’Ignazio d’Antiochia “Vieni al Padre”. Custodiamo viva la Parola amandola e pregandola, lasciamoci attirare da questa intimità a cui il Signore ci chiama per rivelarci il suo volto, per donarci la sua salvezza e la sua vita.

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“Signore, dammi sempre quest’acqua!”
Enzo Bianchi

Esodo 17,3-7

Nelle prime due domeniche di Quaresima, con la memoria di Adamo ed Eva, cioè dell’umanità nei suoi inizi, e la memoria di Abramo, il primo credente nel Dio vivente, abbiamo considerato l’inizio della storia di salvezza. In questa domenica e nelle prossime le tre letture diventano nuovamente parallele e convergenti su temi battesimali e pasquali: l’acqua, la luce, la vita.
In questo brano dell’Esodo riviviamo il dono dell’acqua fatto da Dio al suo popolo nel deserto, quando era minacciato dalla sete. La sete è metafora della nostra ricerca, come nel vangelo che ci presenta la donna samaritana la quale va ad attingere acqua al pozzo e, nell’incontro con Gesù, trova l’acqua della vita.

Lettera ai Romani 5,1-2.5-8

L’Apostolo illustra ai cristiani di Roma la salvezza non meritata: attraverso la fede sono giustificati, resi giusti, dunque abitati dall’amore di Dio riversato nei loro cuori attraverso lo Spirito santo. E ciò avviene grazie all’evento pasquale: Cristo ha dato la vita per gli uomini, tutti peccatori. Proprio mentre gli esseri umani erano peccatori e nemici di Dio, Dio li ha amati fino a donare loro suo Figlio Gesù Cristo. Ecco l’epifania dell’amore gratuito di Dio, amore senza reciprocità, amore che riconcilia con Dio il peccatore.

Giovanni 4,5-42

Dopo averci presentato le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, nell’annata liturgica A la chiesa propone, attraverso brani del quarto vangelo, un percorso che ci aiuta ad approfondire le valenze del battesimo. Oggi meditiamo sull’incontro tra Gesù e la donna samaritana, nel quale è rivelato il dono dell’acqua della vita.

Da Gerusalemme Gesù deve ritornare in Galilea, e potrebbe farlo risalendo la valle del Giordano. La strada era più piana, più sicura e permetteva di non dover attraversare la Samaria, terra i cui abitanti da secoli erano talmente nemici dei giudei – che li ritenevano impuri ed eretici –, da molestarli quando questi la attraversavano (cf. Lc 9,52-53). Invece – dice il testo – Gesù “doveva” (édei) passare per la Samaria, un “dovere” che esprime una necessità divina: in obbedienza a Dio, proprio perché egli è stato inviato non solo ai giudei, Gesù attraversa quella terra per compiere la sua missione. Per questo riceverà l’insulto di chi non lo capisce: “Sei un samaritano e un indemoniato!” (Gv 8,48). Eppure Gesù accetta di incontrare questi che sono considerati nemici ed empi; anzi, va a cercare questo popolo disprezzato e si fa samaritano tra i samaritani, sostando presso un pozzo, come il samaritano della parabola ha sostato presso chi era stato percosso dai briganti (cf. Lc 10,33-35).

Nell’ora più calda del giorno egli giunge in Samaria, “affaticato per il viaggio”, e va a sedersi vicino al pozzo di Sicar, il pozzo di Giacobbe (cf. Gen 33,18-20). È stanco e assetato ma non ha alcun mezzo per attingere acqua. Sopraggiunge allora anche una donna la quale, forse a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, è costretta a uscire per strada a quell’ora, per non imbattersi in quanti la disprezzano. Gesù le chiede: “Dammi da bere”. Al sentire quelle parole nella lingua dei giudei, ella si meraviglia: qualcuno che è nella sua stessa condizione di assetato le chiede da bere, le chiede ospitalità, ma è un nemico, uno che dovrebbe sentirsi superiore a lei. Una donna samaritana poteva aspettarsi da un uomo giudeo solo disprezzo; egli invece si fa mendicante presso di lei. Ecco la vera autorità vissuta da Gesù: la sua capacità – come indica il latino auctoritas, da augere– di aumentare l’altro, di farlo crescere.

Stupita, la donna chiede a Gesù: “Come mai tu, giudeo, chiedi da bere a me, una donna samaritana?”. Quale abbassamento! È questo ciò che la colpisce e accende una dinamica relazionale, in un faccia a faccia cordiale, senza più barriere. Tra Gesù e la donna, infatti, è caduto un muro di separazione (cf. Ef 2,14), anzi due: un muro dovuto all’inimicizia tra samaritani e giudei e un muro culturale e religioso di ingiusta disparità, che impediva a un uomo, in particolare a un rabbi, di conversare con una donna. Ma se una persona non può andare a Dio, è Dio che la va a cercare, perché nessuno può essere escluso dal suo amore: questo narra Gesù con il suo comportamento.

Egli, intuito che il dialogo promette di essere un dialogo di qualità, comincia a intrigare la donna: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dammi da bere!’, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva!”. La donna ha sete, Gesù ha sete ma, in realtà, chi dà da bere all’altro? C’è una sete di acqua di Gesù e della donna, resa più impellente dal caldo, ma c’è pure un’altra sete che lentamente emerge… Gesù sa che c’è una sete più profonda e sa che il pozzo simboleggia la Torah, quella parte delle Scritture che proprio i samaritani ritenevano l’unica contenente la parola di Dio e alla quale dovevano attingere per vivere da credenti. Gesù sa anche che questa donna, figura della Samaria adultera (cf. Os 2,7), ha cercato di placare la sua sete attraverso vie sbagliate: ha avuto diversi uomini, ha bevuto ogni sorta di acqua, vittima e artefice di amori sbagliati…

E così le svela la sua condizione, ma senza condannarla, bensì invitandola ad aderire alla realtà e, di conseguenza, a fare ritorno al Dio vivente. La samaritana, incuriosita, vuole saperne di più: “Chi sei tu che doni quest’acqua viva? Sei forse più grande del nostro padre Giacobbe? Hai davvero un’acqua che disseta per sempre? Da dove prendi quest’acqua viva?”. Il patriarca Giacobbe non solo aveva scavato quel pozzo profondo, ma secondo la tradizione giudaica aveva la forza di far risalire l’acqua dal pozzo con la sua sola presenza. Gesù è forse più grande di Giacobbe, potrà forse dare acqua che risale dal pozzo, acqua viva?

La donna accetta di mettersi in gioco e riceve in cambio una promessa straordinaria: “L’acqua di questo pozzo non disseta per sempre, la Legge di Mosè non disseta definitivamente, ma io dono un’acqua che diventa sorgente d’acqua zampillante, fonte inesauribile che dà acqua per la vita eterna”. Gesù le annuncia l’inaudito, l’umanamente impossibile: c’è un’acqua da lui donata la quale, anziché essere attinta dal pozzo, diventa fonte zampillante, acqua che sale dal profondo. Bere l’acqua da lui donata significa trovare in sé una sorgente interiore: quest’acqua è lo Spirito effuso da Gesù nei nostri cuori (cf. Gv 7,37-39; 19,30.34), Spirito che zampilla per la vita eterna, che nel cuore del credente diventa “maestro interiore”.

La samaritana comincia a intuire qualcosa, e allora chiede: “Signore (Kýrios), dammi quest’acqua!”. Qui Gesù dà un’improvvisa svolta al dialogo: “Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui”. Cosa c’entra il marito? In realtà Gesù conosce bene la situazione della samaritana, perché “conosceva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25). Egli legge nella vicenda amorosa disgraziata di questa donna la vicenda idolatrica dei samaritani con gli idoli stranieri. Vi legge simbolicamente la storia del regno del Nord, Israele, chiamato dai profeti “donna adultera e prostituta” per l’infedeltà allo Sposo unico, il Signore Dio, e l’adulterio con gli idoli falsi (cf. Os 2,4-3,6).

La donna, rispondendo che ora non ha marito, che è alla ricerca di amanti, confessa di non aver trovato lo sposo unico, sempre fedele nell’amore, anche in caso di tradimento (cf. Os 14,5). Gesù sta davanti al popolo dei samaritani per dire loro che il Signore non li ha mai abbandonati, che vuole attirarli a sé (cf. Os 2,16) e celebrare con loro nozze di alleanza eterna. Ecco perché la samaritana, al di là dell’acqua, deve trovare chi è la fonte, dietro al dono deve scoprire il donatore. Nella risposta data a Gesù, riconosce implicitamente i suoi numerosi fallimenti, la sua sete frustrata di comunione e di amore; è una donna nella miseria, che conosce padroni ma non uno sposo, una donna sfruttata e abbandonata. Ma scoprendo se stessa, scopre che Gesù è profeta e subito gli chiede dove è possibile adorare, dove è possibile incontrare Dio e iniziare una vita di comunione con lui: a Gerusalemme, come dicono i giudei, o sul monte Garizim, come sostengono i samaritani?

In risposta, Gesù le annuncia l’ora: “Credimi, donna, viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità”, cioè nello Spirito santo e in Gesù Cristo stesso che è la Verità (cf. Gv 14,6), l’ultima e definitiva narrazione di Dio (cf. Gv 1,18). Sì, il luogo dell’autentica liturgia cristiana non è più un luogo-santuario, monte, tempio o cattedrale, ma è la dimora del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, cioè la nostra persona intera, corpo di Cristo (cf. 2Cor 13,5) e “tempio dello Spirito” (1Cor 6,19). Di fronte a queste parole, la samaritana osa confessare la propria attesa: lei e la sua gente attendono il Messia profetico, il nuovo Mosè (cf. Dt 18,15-18), attendono colui che svelerà tutto. Ed è in questo momento che Gesù le dice: “Io sono – il Nome di Dio (cf. Es 3,14) – che ti parlo”. La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù si svela nella sua verità di Messia, di Cristo, inviato da Dio.

Ma ormai l’incontro umanissimo con Gesù ha trasformato questa donna in una creatura nuova, rendendola testimone ed evangelizzatrice. Ecco perché, “lasciata la sua anfora” – gesto che dice più di tante parole! –, corre in città a testimoniare quanto le è accaduto. Per la samaritana testimoniare è innanzitutto ricordare gli eventi, raccontare la propria esperienza: qualcosa di decisivo è avvenuto nella sua vita, e ciò ha provocato in lei un mutamento, una conversione. E così, dopo aver ricordato i fatti, suggerisce un’interpretazione: “Che sia lui il Messia?”. Non impone a quanti la ascoltano un dogma, né una verità espressa in termini rigidi, ma propone una lettura che permetterà loro di fare una scelta nella libertà, mossi dall’amore. Suggerisce più che concludere, e così accende il desiderio dell’incontro. “La fede nasce dall’ascolto” (Rm 10,17), dirà l’Apostolo: dall’ascolto di Gesù è nata la fede della samaritana, dall’ascolto della samaritana è nata la fede della sua gente. E dalla fede procede la conoscenza, dalla conoscenza l’amore: questo è l’evento cristiano, mirabilmente riassunto nell’incontro di due persone assetate!

Sbroccare. Quando finalmente capisci cosa vuoi
Gaetano Piccolo

Quella inevitabile sete

La sete è un bisogno che accompagna inevitabilmente le nostre giornate. Nel viaggio, lungo la strada, ci possono mancare tante cose, ma niente è più necessario come l’acqua. Ormai è diventata persino una moda: dopo il cellulare sempre in mano, adesso è la volta della borraccia sempre nello zaino. Questa volta però potrebbe essere una bella immagine della nostra vita: ci sono cose di cui non possiamo fare a meno! Forse ciascuno potrebbe personalizzare la propria bottiglia, scrivendoci sopra il nome che daremmo a quello che più ci manca nel viaggio della vita. Questo vale anche nel cammino spirituale, perché, come alla donna samaritana così anche a noi, Gesù chiede di presentare davanti a lui il nostro desiderio più profondo. Ascoltando la storia di questa donna, capiamo subito che aveva infatti un grande bisogno di essere voluta bene. È una donna inquieta, che forse ha cercato alle sorgenti sbagliate una risposta alla sua sete d’amore. Tutti i dettagli di questo testo del Vangelo di Giovanni sembrano descrivere una storia di corteggiamento, nella quale Gesù si rivela come il vero sposo.

La paura della luce

Fin da subito Giovanni ci mette in questo contesto nuziale, collocando la scena intorno a un pozzo, luogo in cui si combinavano i matrimoni (cf Gn 24; Gn 29; Es 2). La presenza di Gesù sconvolge i piani di questa donna: se qualcuno va a prendere l’acqua a mezzogiorno, probabilmente non vuole incontrare nessuno. Questa donna non vuole essere vista, altrimenti non si sottoporrebbe alla fatica di uscire a mezzogiorno e di portarsi addosso, sotto il sole cocente, il peso di un’anfora piena d’acqua. E del resto non correrebbe il rischio evidente di portarsi a casa un’acqua ormai calda dopo aver camminato sotto il sole di mezzogiorno.
Ma l’ora sesta non è solo quella in cui il sole è più alto, è anche il momento in cui c’è più luce. È il momento in cui si può vedere meglio. Questa sarà infatti l’ora in cui Gesù si lascerà vedere, ma sarà anche l’occasione per questa donna di vedere meglio dentro se stessa.

Chi è il più forte?

Pur di incontrarci, Gesù è disposto a farsi povero e mendicante davanti a noi. Si fa maestro di dialogo, perché a volte per raggiungere il cuore di una persona, devi accettare di farti vedere bisognoso. Gesù rinuncia a farsi vedere autosufficiente, chiede a questa donna di prendersi cura di lui. È un modo per lasciare che si avvicini, senza spaventarsi. E infatti la donna samaritana mostra le sue armi: tu non hai un secchio per attingere e il pozzo è profondo. È un modo per dire: in questo momento io sono più forte di te, ti tengo in pugno, hai bisogno di me.
Al contrario, Gesù le mette davanti il suo inerme desiderio: ho sete! Sono le stesse parole che Gesù dirà sulla croce. Sì, Gesù ha sete della salvezza di questa donna, ha sete della felicità di ciascuno di noi. Vuole dare risposta a quel desiderio di vita piena che ciascuno di noi si porta nel cuore, dentro quel cuore che a volte è proprio un abisso come un pozzo, dal quale non riusciamo più a tirar fuori l’acqua che dà vita.

Una storia sbagliata

Nell’incontro con Gesù, Egli si fa conoscere, ma inevitabilmente anche noi siamo svelati a noi stessi. Gesù fa emergere la storia di questa donna non per giudicarla, ma perché finalmente la presenti a lui. Egli vuole farne una storia guarita. Gesù fa emergere il desiderio profondo di questa donna. La aiuta a comprendere cioè che le manca, sebbene non abbia il coraggio di riconoscere ciò che veramente desidera.
Si tratta di una storia complicata, che la gente ha sicuramente giudicato e condannato. E forse proprio per questo motivo questa donna samaritana era solita recarsi al pozzo quando non poteva essere vista, forse per non sentire lo sguardo delle altre donne sui suoi errori. Si tratta di una storia che parla di cinque mariti, a cui si aggiunge un sesto uomo che non è neppure suo marito. Questo numero sei allude a un’imperfezione e rimanda a un bisogno di completezza. Le manca lo sposo vero, il settimo, colui che può rispondere al suo desiderio di essere amata. Gesù si rivela qui come lo sposo vero che dà pienezza a quel desiderio profondo che ciascuno di noi si porta nel cuore.

Un muro teologico

Sentendosi svelata, questa donna resiste, e comincia a mettere davanti a Gesù una serie di preoccupazioni teologiche che riguardano il luogo in cui adorare Dio e le profezie sull’attesa del Messia. Pensieri che in qualche modo stonano con il contesto di amore e di relazione che si stava costruendo. È evidentemente un modo per difendersi e allontanare quell’incontro. È quello che succede anche a ciascuno di noi quando nella preghiera il Signore ci invita a guardarci dentro, e per evitare di incontrare la verità su noi stessi, cominciamo a perderci in riflessioni teologiche che hanno il solo scopo di allontanare l’incontro vero con Gesù.
Ma anche attraverso quel groviglio di ragionamenti, Gesù sa farsi avanti e si lascia vedere in tutta la sua bellezza: sono io che ti parlo. È come dire: sono qui per te. Mi sono avvicinato proprio a te.

Perdere la brocca

Alla fine di questo incontro, la donna samaritana ci viene presentata come una persona innamorata e disarmata. Corre via ad annunciare quello che ha vissuto, il suo incontro d’amore. Si è sentita finalmente amata e vuole dirlo a tutti. È l’amore che ci spinge ad annunciare il Vangelo! E nell’intento di gridare la sua gioia, la donna lascia la brocca ai piedi di Gesù: quella brocca è il suo passato. Il peso di quella brocca, che doveva portare sulla sua testa piena d’acqua sotto il sole di mezzogiorno, le ricordava ogni volta la sua vita complicata e dolorosa. Ma adesso, finalmente, può lasciare quel peso ai piedi di Gesù. Il suo passato è consegnato. E solo così può avere la leggerezza per andare ad annunciare il Vangelo.
Ma quella brocca era anche l’arma che aveva cercato di brandire davanti a Gesù, facendogli notare che solo lei aveva un mezzo per attingere acqua dal pozzo. Adesso, però, è una donna disarmata, non ha più bisogno di difendersi davanti a Gesù, può lasciarsi vedere in tutta la sua fragilità.

Missionari perché amati

L’amore ci rende missionari. Molti pensano di annunciare il Vangelo dei doveri, degli obblighi e dei moralismi. Ma si capisce subito quando una persona, soprattutto un sacerdote, sta annunciando il vangelo dell’amore o sta annunziando se stesso e le sue manie. Solo chi ha fatto l’esperienza di sentirsi amato nella sua debolezza può annunciare veramente Cristo come Salvatore.
Sì, abbiamo bisogno di diventare testimoni e annunciatori come questa donna, ma dobbiamo poi lasciare alle persone la possibilità di vivere un incontro personale con Gesù. La nostra mediazione è fondamentale, ma poi dobbiamo essere capaci, anche come educatori, di farci da parte e creare le condizioni perché ciascuno possa incontrare personalmente il Signore. Questa donna si è fatta da parte e ha permesso agli altri di diventare adulti nella fede.

Leggersi dentro

  • Qual è la cosa più ti manca in questo momento della vita?
  • Vivi sotto il peso del tuo passato o riesci a consegnarlo a Gesù?

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