Ciò che dà consistenza alla nostra vita discepolare non è, in realtà, quello che vediamo che corrisponde a quello che sappiamo, ma ciò che siamo in grado di ascoltare fino a lasciarcene cambiare

25 Gennaio (FESTA – Bianco) CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO
Mc 16,15-18: Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo.

Testo del Vangelo
In quel tempo, Gesù apparve agli Undici e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Commenti

“Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”.

Il comando che oggi leggiamo nel Vangelo di oggi sembra spiegare bene la vocazione dell’apostolo Paolo di cui oggi si festeggia la conversione. Infatti Paolo più di ogni altro sembra aver preso sul serio con la sua vita questo invito all’evangelizzazione. Ma la cosa che colpisce nella richiesta che Gesù fa è il fatto di non escludere nessuno da questo annuncio. Gesù non dice ai suoi discepoli di annunciare il Vangelo ad alcuni e di escludere altri; “ad ogni creatura” significa che non dovremmo mai pensare di essere inopportuni nel testimoniare il Vangelo a chiunque il Signore metta sul nostro cammino. Nessuna differenza culturale, nessuna scelta morale, nessuna condizione umana è estranea all’annuncio del Vangelo. Dovremmo solo domandarci cosa possa rendere comprensibile il Vangelo e non se sia opportuno o meno annunciarlo. Infatti nella storia della Chiesa possiamo incrociare molti santi che hanno potuto annunciare il Vangelo con la loro parola, altri con le loro opere, altri ancora con la loro semplice presenza. Non esiste un unico modo di annunciare la buona novella del Vangelo ma certamente esiste per ogni cristiano il dovere di farlo. Sarebbe bello se ognuno di noi lì dove è, e lì dove sta vivendo ora la propria vita si domandasse cosa significhi concretamente annunciare. Ad un medico, ad esempio, non viene chiesto di mettersi in piedi su una sedia nel suo reparto ospedaliero e predicare, forse gli viene chiesta una qualità nuova di curare ogni suo paziente. A un padre, ad esempio, non viene chiesto di pregare davanti al tabernacolo tre ore ogni giorno, ma magari di mostrare ai suoi figli che l’amore è una cosa affidabile. E a me cosa viene chiesto? In che modo sto annunciando?

L.M. Epicoco
http://www.nellaparola.it


Verso la fine della sua vita e della sua esperienza di credente, l’apostolo Paolo diventa capace di dire:
«Io sono un Giudeo… educato… formato… pieno di zelo… sentii una voce» (At 22,3ss).
Paolo ci indica il compito che riguarda ciascuno di noi, un compito che può realmente cambiare la nostra vita rendendola sempre più toccata dalla grazia fino a renderla capace di mediare il dono della grazia e della salvezza: passare dalla visione all’ascolto. Ciò che segna, fino a cambiare radicalmente la vita di Saulo-Paolo, tanto da toccare e incidere sullo stesso cammino della Chiesa, è questo passaggio fondamentale della sua vita sulla strada di Damasco ove:
«verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”» (At 22,7).
Per la prima volta l’apostolo sente pronunciare il suo nome come un appello e – sulle labbra di Cristo Signore – il suo nome rivela tutto l’abisso della sua verità: la promessa di una santità che esige un passo di superamento di se stessi.
Il testo insiste su un aspetto importante che differenzia Paolo da coloro che condividono il suo viaggio e che, molto probabilmente, partecipano alla sua missione contro i discepoli di Gesù:
«Quelli che erano con me videro la luce, ma non udirono la voce di colui che mi parlava…» (At 22,9).
Ciò che dà consistenza alla nostra vita discepolare non è, in realtà, quello che vediamo che corrisponde a quello che sappiamo, ma ciò che siamo in grado di ascoltare fino a lasciarcene cambiare…
Come Paolo, anche noi siamo in viaggio, come l’apostolo anche noi siamo in cammino per le nostre strade e, forse senza che neppure ce ne avvediamo, si apre davanti a noi una «Via» (At 22,4) che ancora non abbiamo intravisto e che pure è davanti a noi come una possibilità e un appello. Se ci lasciamo destabilizzare e ci rimettiamo per strada, allora sarà possibile scoprire chi siamo veramente, a partire da ciò che avremo accettato di diventare – per dire in verità – partecipando allo stesso mistero dell’Altissimo: «Io sono!». Certamente ricordiamo il giorno della nostra nascita, ricordiamo forse anche quello del nostro battesimo e di altri momenti fondamentali della nostra vita… ma ci sarebbe anche da festeggiare – nel segreto del cuore – il momento o i momenti in cui il passaggio della grazia ha segnato e cambiato la nostra vita dal profondo. È da festeggiare intimamente il momento in cui la nostra vita, pur sembrando uguale a se stessa, è diventata così nuova da esigere un passo indietro da ciò cui eravamo abituati con noi stessi… e questa sarebbe la conversione senza la quale rischiamo di rimanere ignoranti del meglio di noi stessi.

M.D. Semeraro
http://www.nellaparola.it


San Paolo è l’unico discepolo di cui ricordiamo la conversione, oltre che la morte. Il suo percorso spirituale è diventato il modello per ogni cercatore di Dio che incontra il Cristo, rivelatore del Padre e dell’uomo.
Non una ma molte conversioni caratterizzano il percorso dell’uomo che cerca se stesso, che incontra Dio. San Paolo ci viene proposto come modello di questo accidentato percorso che siamo chiamati a ripetere con intelligenza e creatività. La conversione è il passaggio da una condizione ad un’altra, un gesto di adesione dell’intelligenza fatto con forza e, spesso, a costo di fatica e di lotta interiore. San Paolo era già credente, fin troppo. Accecato dalla sua passione, non riusciva a vedere che il suo zelo era diventato inaccettabile fanatismo. Quando parliamo di conversione, quindi, non intendiamo anzitutto il passaggio dell’ateo alla fede, ma del credente alla fede corretta. E questa conversione caratterizza la Chiesa, semper reformanda, sempre in riforma per adeguare il proprio stile di vita alle esigenze del Vangelo. Oggi, quindi, celebriamo la fatica della nostra conversione, il cammino che dobbiamo continuamente fare, senza scoraggiarci. La conversione sulla via di Damasco, per Paolo, non fu che l’inizio di una vita nuova in cui dovette affrontare numerosi cambiamenti. Eppure, alla fine del suo entusiasmante, sofferto e tormentato percorso, libero, si consegnò completamente a Cristo.

Paolo Curtaz