Martedì della III settimana di Avvento
Mt 21,28-32: È venuto Giovanni e i peccatori gli hanno creduto.

Testo del Vangelo
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

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Questo cliché dei due figli ormai lo conosciamo bene: subito andiamo con la memoria al capitolo 15 di Luca, dove anche lì un uomo aveva due figli. Lì è il primo il figlio ribelle, svogliato, disobbediente, mentre il secondo, compiacente, servile un po’ falso. Ma cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Probabilmente in Luca la stessa questione è portata alle estreme conseguenze, tant’è che il Vangelo inizia con una richiesta straordinaria del figlio al padre. Nel Vangelo di oggi siamo ancora nella situazione ordinaria di famiglia: un padre che chiede un servizio al figlio. Vediamo allora come oggi vanno le cose. Il primo figlio risponde: non ne ho voglia, il primo è un figlio ribelle, reattivo, impulsivo, che prima di aderire a suo padre prova il bisogno imperioso, vitale di fronteggiarlo, di misurarsi con lui, di contraddirlo. Questi non ha nulla di servile. Il secondo figlio invece dice sì ma non lo fa. Lui è un figlio servile, compiacente. E’ ancora un adolescente immaturo che si accontenta di apparire. E’ uomo di maschere e di paure. I due fratelli della parabola, pur così diversi hanno tuttavia qualcosa in comune, la stessa idea di padre, un padre-padrone, al quale sottomettersi oppure ribellarsi, ma in fondo da eludere. E’ l’eterna questione dell’uomo non capace di riconoscere un Dio-Padre, un Dio-Amico e non un ostacolo ai suoi ideali, e così continua a combatterlo. Ma nella parabola improvvisamente qualcosa cambia, succede qualcosa. Nell’equazione direi matematica del figlio che disobbedisce al padre, appare
un’ incognita che cambia segno e pone finalmente la storia dell’uomo dentro la volontà del Padre. Qual’è questa incognita? Si tratta di un verbo, tanto drammatico quanto semplice: si pentì. Di lì cambia tutto.

Franco Mastrolonardo
http://www.preg.audio


Un uomo aveva due figli. Ogni volta che Gesù comincia una parabola tira quasi sempre in ballo un padre e due opzioni diverse di vivere il rapporto con lui. È facile per noi pensare di doverci identificare con uno dei due, ma la verità è che entrambi questi figli ci abitano dentro.
Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò”.
Siamo abitati da un fortissimo senso di accidia che molto spesso ci fa sempre dire di no a tutto quello che comporta anche un minimo di fatica: vorremmo amare ma non abbiamo voglia di prenderci responsabilità; vorremmo vincere una gara ma non abbiamo voglia di allenarci; vorremmo cambiare canale ma non vogliamo alzarci a prendere il telecomando a due metri di distanza. L’accidia è un problema serio, eppure questo primo figlio ci dimostra che ci si può pentire di uno stile di vita così, infatti alla fine egli va a lavorare nella vigna. Il secondo figlio invece dice di si, e forse lo dice per opportunismo, per togliersi l’impaccio del padre, o semplicemente perché è uno di quegli entusiasti che dicono di si a tutto ma alla fine non concludono mai nulla. La verità però è che la vita non va giudicata dai propositi o dalle parole ma dai fatti. Noi siamo i nostri fatti non i nostri ragionamenti, i nostri discorsi e le nostre pianificazioni. Sono i fatti che dicono da quale parte stiamo.

L. M. Epicoco
http://www.nellaparola.it


Si avvicina, il Natale. Il giorno in cui diremo a Dio se ancora abbiamo voglia di farlo nascere in noi, se lo vogliamo accogliere. Il giorno in cui capire se ci siamo un po’ svegliati durante queste settimane o se, pure, continuiamo a dormire sonni pesanti, storditi come siamo dalla vita e dalle sue implacabili esigenze. Mancano pochi giorni per capire se vogliamo esserci davvero, se abbiamo il coraggio di osare. O se ci accontentiamo di fare come il figlio della parabola che vuole apparire servizievole nei confronti del padre anche se, invece, non ha nessuna intenzione di aiutarlo. Dio preferisce il figlio irrequieto ma sincero, capace di mettersi in discussione, a quello perfettino e a modo. Dio guarda il cuore, non l’apparenza, nemmeno l’apparenza religiosa. Quando lo capiremo! Arriva Natale: forse non siamo proprio dei discepoli-modello, né siamo molto soddisfatti del nostro essere cristiani. Ma se con autenticità sappiamo riconoscere anche le nostre ombre, allora potremo sperimentare la gioia di continuare a cercare di seguire il Maestro, pur nella consapevolezza dei nostri evidenti limiti…

Paolo Curtaz