Lunedì della III settimana di Avvento
Nm 24,2-7.15-17   Sal 24   Mt 21,23-27
La  lezione di una nonna

«Dio perdona tutto, altrimenti il mondo non esisterebbe»: le parole che un’anziana donna disse nel 1992 a Jorge Mario Bergoglio sono una vera e propria «lezione». E mettono in guardia dal cadere nella «rigidità clericale», suggerendo piuttosto di imboccare senza esitazioni la strada della speranza e della misericordia che ci rende «liberi». È l’invito ad avere «uno sguardo penetrante», che sa andare oltre per vedere e dire la verità.

«Nella prima lettura  abbiamo ascoltato un passo del libro dei Numeri» (24, 2-7.15-17) sulla «storia di Balaam: era un profeta, ma era anche un uomo e aveva i suoi difetti, ma persino i peccati». Perché «tutti abbiamo peccati, tutti, tutti siamo peccatori». Ma «non spaventatevi  Dio è più grande dei nostri peccati».

«Balaam è stato “affittato” da un tale Balak, generale e re, che voleva distruggere il popolo di Dio. E lo inviò a profetizzare contro il popolo di Dio». Però «nel cammino Balaam incontra l’angelo del Signore e cambia il cuore, e vede la verità». Ma «non cambia di partito: oggi sono di questo partito politico e poi passo a quest’altro, no. Cambia dall’errore alla verità e dice quello che vede».

«È bello come il libro dei Numeri racconta questa storia: “Oracolo di Balaam, oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante”». Infatti, «quando lui cambia il cuore, si converte, ha l’occhio penetrante e vede lontano, vede la verità, col cuore aperto, col cuore — con buona volontà sempre si vede la verità — e dice la verità».

Ed «è una verità che dà speranza, perché lui era davanti al deserto, era proprio davanti al deserto, e vede le tribù d’Israele: “Come sono belle le tue tende, le tue dimore, Israele! Si stendono come vallate, come giardini lungo il fiume, come aloe che il Signore ha piantato, come cedri lungo le acque”». Dunque, «oltre il deserto vede la fecondità, la bellezza, la vittoria».

Ma «cosa è successo nel cuore di Balaam?». Il fatto è che «lui ha aperto il cuore e il Signore gli ha dato la virtù della speranza». E «la speranza è questa virtù cristiana che noi abbiamo come un gran dono del Signore e che ci fa vedere lontano, oltre i problemi, i dolori, le difficoltà, oltre i nostri peccati». Ci fa «vedere la bellezza di Dio».

«Speranza», dunque, è la parola chiave. E «quando io mi trovo con una persona che ha questa virtù della speranza ed è in un momento brutto della sua vita — sia una malattia, sia una preoccupazione per un figlio o una figlia o qualcuno della famiglia, sia qualsiasi cosa — ma ha questa virtù, in mezzo al dolore ha l’occhio penetrante, ha la libertà di vedere oltre, sempre oltre». E proprio «questa è la speranza, è la profezia che oggi la Chiesa ci dona: ci vuole donne e uomini di speranza, anche in mezzo a dei problemi». Perché «la speranza apre orizzonti, la speranza è libera, non è schiava, sempre trova un posto per mettere a posto una situazione».

Nel passo del Vangelo di Matteo (21, 23-27) proposto dalla liturgia «vediamo invece gli uomini che non hanno questa libertà, non hanno orizzonti, uomini chiusi nei loro calcoli». Tant’è che i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo chiedono al Signore: «Con quali autorità fai queste cose?». Alla successiva domanda di Gesù, prima di rispondere «non sappiamo», fanno i loro calcoli: «Ma se io dico questo ho questo pericolo, e se dico quell’altro…», Però «i calcoli umani chiudono il cuore, chiudono la libertà». È «la speranza» che «ci fa leggeri». Ecco che «questa ipocrisia dei dottori della legge, che è nel Vangelo e che chiude il cuore, ci fa schiavi: questi erano schiavi».

Da parte sua, «Balaam ha avuto la libertà di dire a quello che lo aveva “affittato”: “Io vedo questo, se a te non piace, problema tuo; ma io ti dico quello che vedo”». Invece «questi non hanno libertà, sono schiavi delle proprie rigidità». E «possiamo dire che ambedue, non tecnicamente, sono vicini alla Chiesa, sono uomini di Chiesa: Balaam, profeta; e questi, dottori della legge».

«Quanto bella è la libertà, la magnanimità, la speranza di un uomo e una donna di Chiesa». E «invece quanto brutta e quanto male fa la rigidità di una donna e di un uomo di Chiesa: la rigidità clericale, che non ha speranza».

«In quest’anno della misericordia  ci sono queste due strade». Da una parte c’è «chi ha speranza nella misericordia di Dio e sa che Dio è Padre», che «Dio perdona sempre, ma tutto», e che «oltre il deserto c’è l’abbraccio del Padre, il perdono». Ma dall’altra parte «ci sono anche quelli che si rifugiano nella propria schiavitù, nella propria rigidità, e non sanno nulla della misericordia di Dio». Coloro di cui parla il Vangelo di Matteo «erano dottori, avevano studiato, ma la loro scienza non li ha salvati».

«Vorrei finire con un aneddoto che è successo a me, nell’anno 1992. Era arrivata in diocesi l’immagine della Madonna di Fátima. In una grande messa per gli ammalati — ma grande, in un campo grande, con tanta gente — io sono andato a confessare lì. E ho confessato da quasi mezzogiorno fino alle sei, quando è finita la messa. C’erano tanti confessori»

Proprio «quando mi sono alzato per andare a celebrare una cresima da un’altra parte si è avvicinata un’anziana, ottantenne, con gli occhi che vedevano oltre, questi occhi pieni di speranza». E «io le ho detto: “Nonna, lei viene a confessarsi? Ma lei non ha peccati!”». Alla risposta della donna — «Padre, tutti ne abbiamo!» — ho rilanciato il dialogo: «Ma forse il Signore non li perdona?». E la donna, forte della sua speranza: «Dio perdona tutto, perché se Dio non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe!».

E così «davanti a queste due persone» — il «libero» con la sua «speranza, quello che ti porta la misericordia di Dio»; e «il chiuso, il legalista, proprio l’egoista, lo schiavo delle proprie rigidità» — suggerisco di fare propria «la lezione che questa anziana ottantenne — era portoghese — mi ha dato: Dio perdona tutto, soltanto aspetta che tu ti avvicini».

Santa Marta, lunedì, 14 dicembre 2015