MEDITAZIONI del Papa durante l’Avvento 
Seconda Settimana


Giovedì della II settimana di Avvento  
Is 41,13-20; Sal 144; Mt 11,11-15 
Non ci fu uomo più grande di Giovanni Battista
Tenere conto delle piccole cose

Proprio come una madre e come un padre, che si fa chiamare teneramente con un vezzeggiativo, Dio è lì a cantare all’uomo la ninna nanna, magari facendo la voce da bambino per essere sicuro di essere compreso e senza timore di rendersi persino «ridicolo», perché il segreto del suo amore è «il grande che si fa piccolo». Questa testimonianza di paternità — di un Dio che chiede a ciascuno di mostrargli le sue piaghe per poterle guarire, proprio come fa il papà con il figlio — è stata rilanciata da Papa Francesco nella messa celebrata giovedì a Santa Marta.

Prendendo spunto dalla prima lettura, tratta «dal libro della consolazione di Israele del profeta Isaia» (41, 13-20), potremmo vedere  come essa sottolinei «un tratto del nostro Dio, un tratto che è la definizione propria di lui: la tenerezza». Del resto «lo abbiamo detto» anche nel salmo 144: «La sua tenerezza si espande su tutte le creature».

«Questo passo di Isaia  incomincia con la presentazione di Dio: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti tengo per la destra e ti dico: Non temere, io ti vengo in aiuto”». Ma «una delle prime cose che colpisce di questo testo» è come Dio «te lo dice»: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva d’Israele». In sostanza, Dio «parla come il papà al bambino». E infatti, «quando il papà vuol parlare al bambino, rimpiccolisce la voce e, anche, cerca di farla più simile a quella del bambino». Di più, «quando il papà parla con il bambino sembra fare il ridicolo, perché si fa bambino: e questa è la tenerezza».

Perciò  «Dio ci parla così, ci carezza così: “Non temere, vermiciattolo, larva, piccolo”». A tal punto che «sembra che il nostro Dio voglia cantarci la ninna nanna». E «il nostro Dio è capace di questo, la sua tenerezza è così: è padre e madre».

Del resto,   «tante volte ha detto: “Se una mamma si dimentica del figlio, io non ti dimenticherò”. Ci porta nelle sue proprie viscere». Dunque «è il Dio che con questo dialogo si fa piccolo per farci capire, per fare che noi abbiamo fiducia in lui e possiamo dirgli con il coraggio di Paolo che cambia la parola e dice: “Papà, abbà, papà». E questa è la tenerezza di Dio».

Siamo davanti  a «uno dei misteri più grandi, è una delle cose più belle: il nostro Dio ha questa tenerezza che ci avvicina e ci salva con questa tenerezza». Certo, «ci castiga delle volte, ma ci carezza». È sempre «la tenerezza di Dio». E «lui è il grande: “Non temere, io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il santo d’Israele”». E così «è il Dio grande che si fa piccolo e nella sua piccolezza non smette di essere grande e in questa dialettica grande è piccolo: c’è la tenerezza di Dio, il grande che si fa piccolo e il piccolo che è grande».

«Il Natale ci aiuta a capire questo: in quella mangiatoia il Dio piccolo». «Mi viene in mente una frase di san Tommaso, nella prima parte della Somma. Volendo spiegare questo “cosa è divino? cosa è la cosa più divina?” dice: Non coerceri a maximo contineri tamen a minimo divinum est». Ovvero: ciò che è divino è l’avere ideali che non sono limitati neppure da ciò che vi è di più grande, ma ideali che siano allo stesso tempo contenuti e vissuti nelle cose più piccole della vita. In sostanza, è un invito a «non spaventarsi delle cose grandi, ma tenere conto delle cose piccole: questo è divino, tutti e due insieme». E questa frase i gesuiti la conoscono bene perché «è stata presa per fare una delle lapidi di sant’Ignazio, come per descrivere anche quella forza di sant’Ignazio e anche la sua tenerezza».

«È Dio grande che ha la forza di tutto ma si rimpiccolisce per farci vicino e lì ci aiuta, ci promette delle cose: “Ecco, ti rendo come una trebbia; tu trebbierai, trebbierai tutto. Tu gioirai nel Signore, ti vanterai del santo d’Israele”». Queste sono «tutte le promesse per aiutarci ad andare avanti: “Il Signore di Israele non ti abbandonerà. Io sono con te”».

«Ma quanto è bello  fare questa contemplazione della tenerezza di Dio! Quando noi vogliamo pensare soltanto nel Dio grande, dimentichiamo il mistero dell’incarnazione, quell’accondiscendenza di Dio fra noi, il suo venirci incontro: il Dio che non solo è padre ma è papà».

«Io sono capace di parlare con il Signore così o ho paura? Ognuno risponda. Ma qualcuno può dire, può domandare: ma qual è il luogo teologico della tenerezza di Dio? Dove si può trovare bene la tenerezza di Dio? Qual è il posto dove si manifesta meglio la tenerezza di Dio?». La risposta è «la piaga: le mie piaghe, le tue piaghe, quando s’incontra la mia piaga con la sua piaga. Nelle loro piaghe siamo stati guariti».

«Mi piace pensare cos’è successo a quel povero uomo che era caduto nelle mani dei briganti nel cammino da Gerusalemme verso Gerico, a cosa è accaduto quando lui riprese la coscienza e si trova sul letto. Domandò sicuramente all’ospedaliere: “cosa è successo?”. Lui povero uomo lo ha raccontato: “Sei stato bastonato, hai perso la coscienza” — “Ma perché sono qui?” — “Perché è venuto uno che ha pulito le tue piaghe. Ti ha guarito, ti ha portato qui, ha pagato la pensione e ha detto che tornerà per aggiustare i conti se c’è da pagare qualcosa di più”».

Proprio «questo è il luogo teologico della tenerezza di Dio: le nostre piaghe». E, dunque, «cosa ci chiede il Signore? “Ma vai, dai, dai: fammi vedere la tua piaga, fammi vedere le tue piaghe. Io voglio toccarle, Io voglio guarirle”». Ed è «lì, nell’incontro della piaga nostra con la piaga del Signore che è il prezzo della nostra salvezza, lì c’è la tenerezza di Dio».

In conclusione, pensiamo a tutto questo «oggi, durante la giornata, e cerchiamo di sentire questo invito del Signore: “Dai, dai: fammi vedere le tue piaghe. Io voglio guarirle”».

Santa Marta, 14.12.2017
L’Osservatore Romano


Fare silenzio per ascoltare la tenerezza di Dio

Preparandoci al Natale ci farà bene fare un po’ di silenzio per ascoltare Dio che ci parla con la tenerezza di un papà e di una mamma. Prendendo spunto dalla lettura tratta dal profeta Isaia, il Papa sottolinea non tanto “quello che dice il Signore”, ma “come lo dice”.

Dio ci parla come fanno un papà e una mamma con il loro bambino: “Quando il bambino fa un brutto sogno, si sveglia, piange … papà va e dice: non temere, non temere, ci sono io, qui. Così ci parla il Signore. ‘Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele’. Il Signore ha questo modo di parlarci: si avvicina … Quando guardiamo un papà o una mamma che parlano al loro figliolo, noi vediamo che loro diventano piccoli e parlano con la voce di un bambino e fanno gesti di bambini. Uno che guarda dal di fuori può pensare: ma questi sono ridicoli! Si rimpiccioliscono, proprio lì, no? Perché l’amore del papà e della mamma ha necessità di avvicinarsi, dico questa parola: di abbassarsi proprio al mondo del bambino. Eh sì: se papà e mamma gli parlano normalmente, il bambino capirà lo stesso; ma loro vogliono prendere il modo di parlare del bambino. Si avvicinano, si fanno bambini. E così è il Signore”.

I teologi greci spiegavano questo atteggiamento di Dio con “una parola ben difficile: la synkatábasi”, ovvero “la condiscendenza di Dio che discende a farsi come uno di noi”: “E poi, il papà e la mamma dicono anche cose un po’ ridicole al bambino: ‘Ah, amore mio, giocattolo mio …’, e tutte queste cose. Anche il Signore lo dice: ‘Vermiciattolo di Giacobbe’, ‘tu sei come un vermiciattolo per me, una cosina piccolina, ma ti amo tanto’. Questo è il linguaggio del Signore, il linguaggio d’amore di padre, di madre. Parola del Signore? Sì, sentiamo quello che ci dice. Ma anche vediamo come lo dice. E noi dobbiamo fare quello che fa il Signore, fare quello che dice e farlo come lo dice: con amore, con tenerezza, con quella condiscendenza verso i fratelli”.

Dio – ricordando l’incontro di Elia con il Signore – è come “la brezza soave”, o – come dice il testo originale – “un filo sonoro di silenzio”: così “si avvicina il Signore, con quella sonorità del silenzio propria dell’amore. Senza dare spettacolo”. E “si fa piccolo per farmi potente; Lui va alla morte, con quella condiscendenza, perché io possa vivere”:

“Questa è la musica del linguaggio del Signore, e noi nella preparazione al Natale dobbiamo sentirla: ci farà bene sentirla, ci farà tanto bene. Normalmente, il Natale sembra una festa di molto rumore: ci farà bene fare un po’ di silenzio e sentire queste parole di amore, queste parole di tanta vicinanza, queste parole di tenerezza … ‘Tu sei un vermiciattolo, ma io ti amo tanto!’. Per questo. E fare silenzio, in questo tempo in cui, come dice il prefazio, noi siamo vigilanti in attesa”.

Santa Marta, 12.12.2013