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Il contadino guarda il fico che germoglia; l’esperienza gli fa capire che l’estate è vicina. Noi dobbiamo guardare l’albero del maestro che germoglia nelle croci quotidiane del discepolo; se, come Paolo, abbiamo la sapienza di Dio, l’esperienza ci fa capire la vicinanza del suo regno.

Venerdì della XXXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 21,29-33: Quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
Lectio divina di Silvano Fausti

VEDETE IL FICO (21,28-33)

La venuta del Figlio dell’uomo è nel tessuto concreto delle vicende umane, dentro la nostra storia di male e in continuità con essa. Il discepolo vive la propria testimonianza in mezzo alle contraddizioni del mondo, e in essa vede il luogo della sua liberazione e del Regno.

Questo brano contiene una parabola sul discernimento (vv. 29-31) necessario per vedere la sua venuta gloriosa nella nube della croce. Precede un’affermazione sul suo significato di salvezza per l’uomo (v. 28) e seguono due sentenze, una sulla contemporaneità e l’altra sulla certezza di tale venuta (vv. 32.33).

Luca insegna al suo lettore a leggere con fede ciò che avviene. Alla luce della storia di Gesù, anche la nostra storia diventa trasparente, e lascia vedere in filigrana i lineamenti del Figlio dell’uomo nel suo mistero di morte e risurrezione. Al di là delle apparenze, il credente scorge nel travaglio della vicenda umana il destino stesso del seme gettato che muore e porta frutto.

Impariamo la lezione dal fico e da tutti gli altri alberi. Soprattutto dall’“arbor una nobilis”, quel legno verde che è la croce di Gesù. Gli sconvolgimento e tutte “queste cose” di cui si è parlato, sono da vivere non con angoscia mortale, ma come le doglie del parto (Mc 13,8; Rm 8,22). La parabola fa luce su molte questioni dei discepoli circa il quando, il che cosa e il come è la fine del mondo. Il “quando” è l’accadere di tutte queste cose, che corrisponde al germogliare del fico (vv. 28.31.30). Il “che cosa” consiste nella venuta del Figlio dell’uomo nella sua gloria, cioè in croce: egli è la nostra liberazione, il Regno che corrisponde all’estate, la stagione dei frutti (vv. 27.28.31). Il “come” è l’essere “vicino”: come il frutto è nella gemma, così il Regno e la salvezza sono nelle contrarietà del presente. Il regno di Dio infatti è in mezzo a noi in modo da non attirare l’attenzione (17,21). Per questo dobbiamo guardare bene, per discernere la venuta del Figlio dell’uomo: egli sulla croce si è fatto vicino ad ogni uomo e proprio lì lo salva, dandogli il suo regno.

Il contadino guarda il fico che germoglia; l’esperienza gli fa capire che l’estate è vicina. Noi dobbiamo guardare l’albero del maestro che germoglia nelle croci quotidiane del discepolo; se, come Paolo, abbiamo la sapienza di Dio, l’esperienza ci fa capire la vicinanza del suo regno.

L’albero della croce non è solo indizio: è la realtà del giudizio di Dio che salva il mondo. Da lì impariamo a discernere il Regno e a vivere “con giudizio”, cioè secondo il pensiero di Dio.

La prima comunità chiedeva con ansia: “quando sarà la fine?”. Marco, il primo evangelista, dice di lasciar perdere (cf. 13,32; cf. At 1,7): il problema è come vivere il presente.

La nostra comunità, come quella di Luca, si chiede con delusione: “Ci sarà una fine? che senso ha il futuro?”. Luca risponde che ciò che attendiamo è dato qui e ora nella nostra testimonianza: il Regno nella storia è sotto il segno dell’albero della croce. Come per il maestro, così per il discepolo.

Se Marco indirizza e corregge l’attesa di chi spera ancora, Luca dà animo a chi sperava e non spera più (“speravamo”: 24,21). Per questo sottolinea il valore salvifico della nostra storia. In essa si attua il “dei” di Gesù, il passaggio necessario dalla vecchia alla nuova creazione. In Luca l’escatologia ha un carattere di quotidianità, come la croce (9,23). Questa contiene la risurrezione come la gemma del fico contiene il frutto. E senza fiori in mezzo!

In tutto questo discorso del c. 21 non è corretto chiedersi se l’evangelista intende parlare del futuro – personale e collettivo – o del passato o del presente. Luca, da buon cattolico, preferisce congiungere con “e” invece che dividere con “o”. Parla infatti del nostro presente, da vivere nella “memoria” del passato di Gesù, che ci apre “oggi” la novità del suo futuro.

Queste parole precedono il racconto della sua morte e risurrezione, che celebriamo nell’eucaristia. Essa rapisce il discepolo in Dio, e gli dà forza per vivere al presente il passato del suo Signore, nell’attesa del suo ritorno.

La promessa di Dio è contemporanea a ogni generazione e dura in eterno (vv. 32-33). Con il malfattore, siamo chiamati a riconoscerla “oggi”, realizzata nella vicinanza della sua alla nostra croce.

Il discernimento ci impedisce di cadere in facili deviazioni. Ci sono e ci sono sempre state molte sette che, promettendo una salvezza futura, alienano dal presente. Il cristiano non è ansioso della salvezza: sa che è il dono gratuito che Gesù, vero uomo e vero Dio, gli ha fatto, dandogli il suo Spirito. Questo ci permette di vivere già ora la vita eterna, come figli del Padre, fratelli del Signore e di tutti. Questa nostra vita, con le sue piccole cose quotidiane, è come un mercato. Il mercante avveduto ci guadagna il suo patrimonio; lo sprovveduto perde tutti i suoi averi.

(dal commento al Vangelo di Luca)