Martedì-Mercoledì-Giovedì
XXXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 21,5-24: Non resterà pietra su pietra.
Lectio divina di Silvano Fausti

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5 E mentre alcuni dicevano del tempio che era adorno di belle pietre e di donativi, disse: 6 Di queste cose che guardate, verranno giorni nei quali non resterà pietra su pietra che non sarà distrutta. 7Ora lo interrogarono dicendo: Maestro, quando dunque saranno queste cose e quale il segno quando staranno per avvenire queste cose? 8Ora egli disse: Guardate di non essere ingannati, poiché molti verranno nel mio nome dicendo: Io sono! e: Il momento è vicino! Non andate dietro loro. 9Quando udrete di guerre e rivolte, non atterritevi, perché bisogna che queste cose avvengano prima, ma non è subito la fine. 10Allora diceva loro: Si leverà nazione contro nazione e regno contro regno; 11e ci saranno grandi terremoti e, qua e là, carestie e pesti e ci saranno terrori e segni grandi dal cielo. 12 Ma prima di tutte queste cose metteranno su di voi le loro mani e vi perseguiteranno consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, conducendovi davanti a re e governatori a causa del mio nome; 13 questo sfocerà per voi in testimonianza. 14 Ponete dunque nei vostri cuori di non premeditare come difendervi; 15 poiché io vi darò bocca e sapienza a cui non potranno opporsi e contraddire tutti quanti i vostri avversari. 16 Ora sarete consegnati anche da genitori e fratelli e parenti e amici; e faranno morti tra voi 17 e sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18 Ma neppure un capello del vostro capo perirà. 19 Nella vostra pazienza guadagnerete le vostre vite. 20 Ora quando vedrete Gerusalemme accerchiata da accampamenti, allora sappiate che la sua desolazione è vicina. 21 Allora quelli che sono nella Giudea fuggano verso le montagne e quelli che sono in mezzo ad essa scappino fuori 3 e quelli che sono nei campi non entrino in essa, 22 poiché giorni di vendetta sono quelli, finché sia compiuto tutto ciò che è scritto. 23 Ahimè per quelle incinte e per quelle che allattano in quei giorni, poiché ci sarà una grande angustia sulla terra e ira per questo popolo. 24 E cadranno in bocca alla spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; e Gerusalemme sarà calpestata dalle nazioni, finché non saranno compiuti i tempi delle nazioni.

La piccola apocalisse (17,20-18,8) riguardava il destino personale, la “mia” storia, che si conclude con la morte. Questa grande apocalisse (21,5-36) riguarda il destino cosmico, la “nostra” storia, che si concluderà con la fine del mondo. Apocalisse non significa “disastro”, ma “rivelazione” di una cosa ignota. Queste parole di Gesù rivelano non qualcosa di strano e occulto, ma il senso profondo della nostra realtà presente: ci tolgono il velo che le nostre paure e i nostri errori ci hanno messo davanti agli occhi, e ci permettono di vedere quella verità che è la parola definitiva di Dio sul mondo (escatologico = che dice la parola ultima e definitiva).

Il linguaggio apocalittico è colorito, a tinte forti e paradossali. Ma la verità non è forse paradossale, al di là di ogni opinione?

L’intento primo degli evangelisti è mostrare che non si sta andando verso “la fine”, ma verso “il fine”. Il dissolversi del mondo vecchio è insieme il nascere di quello nuovo. Luca è particolarmente preoccupato di mostrare il rapporto che la meta finale ha con il nostro cammino attuale. Dio realizza il suo disegno in questa storia con le sue contraddizioni: il mistero di morte e risurrezione di Gesù, pienezza del Regno, continua nella vita dei discepoli. La sua croce è già il giudizio sul mondo vecchio; il discepolo è chiamato a viverla al presente come seme della gloria futura, in attesa del suo ritorno. Gesù non soddisfa il prurito di curiosità circa il futuro. Noi gli chiediamo “quando” sarà la fine del mondo e quali sono “i segni”. Ma lui si è rifiutato e si rifiuterà sempre di rispondere. È venuto a insegnarci che il mondo ha nel Padre il suo inizio e il suo termine, e ci chiama a vivere il presente in quest’ottica, l’unica che dà senso alla vita.

Gesù vuole anche togliere quelle ansie e allarmismi sulla fine del mondo, che prosperano ovunque e non fanno che danno. L’uomo, unico animale cosciente del proprio limite, dopo il peccato si lascia guidare dalla paura della morte. Ma essa trionfa proprio nella volontà di salvarsi a tutti i costi, origine dell’egoismo e di ogni male. Gesù offre l’alternativa di una vita che si lascia guidare dalla fiducia nel Padre, in un atteggiamento di dono e di amore che ha già vinto la morte.

Il Figlio di Dio, fattosi carne, ci ha rivelato il destino di ogni carne: il suo cammino di Figlio dell’uomo è quello di ogni uomo e del mondo intero, il suo mistero di morte e risurrezione è la verità del presente nel suo futuro.

Per comodità dividiamo questo discorso in tre parti. La prima (vv. 5-24) contiene quelle parole del Signore che ai tempi di Luca già si sono avverate. La situazione della sua chiesa è in questo identica alla nostra. L’intento dell’evangelista è quello di insegnare a leggere la storia alla luce del mistero di morte e risurrezione di Gesù. La seconda (vv. 25-28) parla di ciò che il cristiano attende: la venuta del Figlio dell’uomo e la sua liberazione, fine di tutta la storia. La terza, che suddivideremo in due parti (vv. 29-33 e vv. 34-36), contiene le disposizioni con cui vivere l’attesa presente.

Questa prima parte inizia chiedendo “quando e quali sono i segni” della distruzione del tempio, che i discepoli intendono come la fine del mondo. In realtà non si tratta della fine del mondo; è un avvenimento storico esemplare, figura di ogni momento di crisi, che costituisce una sfida per il credente, chiamato a testimoniare il suo Signore. Bando alle false attese di una fine imminente (vv. 8-9): i pretesi segni della fine sono tutte cose che avvengono “prima”, sono cioè gli ingredienti normali della nostra esistenza prima della fine. Né le guerre, le rivolte e i grandi segni, né l’assedio e la distruzione di Gerusalemme preludono alla fine: sono solo l’inizio del “tempo dei pagani”, una nuova pagina nella storia della salvezza, aperta ora a tutti. Il vero indizio che il Regno è vicino e che la vicenda umana va verso il suo compimento è invece la “testimonianza” dei discepoli, che seguono e annunciano il loro Signore in questo mondo di male, facendone il luogo della salvezza.

L’universo finirà, perché ciò che ha inizio ha fine. E finirà anche male, perché non accetta il suo fine. Se sono da evitare allarmismi, non c’è posto neanche per i millenarismi trionfalistici. Tuttavia la vittoria non sarà del male, bensì della fedeltà di Dio al suo amore per noi. La risurrezione del Crocifisso ce ne dà la certezza: la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo. Ma il Regno qui in terra sarà sempre come un seme: fruttifica perché piccolo, preso, gettato e nascosto. Porterà sempre i tratti del volto del Figlio dell’uomo, consegnato per noi alla morte di croce. Ma non bisogna scoraggiarsi: questa è la sua vittoria! Il disegno di salvezza si realizza proprio attraverso la croce: “è necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel regno di Dio” (At 14,22). Queste ci associano a Gesù. La sua storia non è passata: rivive nel presente del discepolo, che compie in sé quello che ancora manca alla sua passione (Col 1,24), in modo da aver parte alla sua risurrezione (Fil 3,10s).

Questo discorso di Gesù precede immediatamente la sua morte e risurrezione. Lì infatti si realizzano tutte queste parole. Ma il mistero del Figlio dell’uomo è lo stesso di ogni uomo: ciò che capita al maestro, toccherà anche al discepolo.

Ai primi cristiani che chiedevano con ansia “quando verrà il Regno”, Marco risponde “come” attenderlo. A quelli della generazione successiva che, come noi, rischiavano di non attenderlo più, Luca spiega che senso ha attenderlo ancora: l’attesa incammina la nostra storia presente verso la sua vera speranza, che non può deludere.

(dal commento al Vangelo di Luca)