Sabato della XXXIII settimana del Tempo Ordinario
Lc 20,27-40: Dio non è dei morti, ma dei viventi.
Lectio divina di Silvano Fausti

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DIO NON È DI MORTI, MA DI VIVENTI

Sullo sfondo del vecchio si profila il nuovo tempio: il popolo di Dio in ascolto di Gesù. I suoi tratti fondamentali sono: la conversione all’autorità dell’evangelo (vv. 1ss), la conoscenza della fedeltà di quel Dio che realizza la sua promessa in modo sorprendente (vv. 9ss), la fine del dominio di Cesare (vv. 20ss) e l’inizio del mondo della risurrezione (vv. 27ss). All’origine di tutto sta l’accettazione di Gesù come Signore (vv. 41ss). A lui, che ha dato se stesso per lei, la chiesa, raffigurati dalla vedova, risponde con uguale amore (21,1ss).

Marco, nel brano parallelo, dichiara che il mistero della risurrezione è accessibile solo a chi conosce le Scritture e la potenza di Dio (Mc 12,24). Invece Luca sottolinea la nuova qualità di vita che la risurrezione comporta: siamo come angeli, figli di Dio che vivono per lui.

In Israele la fede nella risurrezione si formula esplicitamente piuttosto tardi. Non parte dal presupposto filosofico dell’immortalità dell’anima, ma dall’esperienza della promessa e della potenza di Dio. Il suo amore dura in eterno, e non può venir meno neanche davanti alla morte; deve vincerla e farci risorgere per mantenere la sua fedeltà a noi. Questa rivelazione, fondata nel Pentateuco, si sviluppa attraverso i profeti, e raggiunge la sua formulazione più alta in Sap 3-5 e 2Mac 7. In Ez 37,13s la risurrezione è vista come quell’azione che ci fa riconoscere Dio: “Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò”.

La fede cristiana ha il suo inizio nella risurrezione di Gesù. La gioia che ne scaturisce è la forza per seguirlo fino alla croce, in modo da partecipare noi stessi alla risurrezione dei morti (Fil 3,11). Questa è principio e fine del dinamismo della vita cristiana. Infatti “se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,17). La risurrezione consiste nello stare “sempre con il Signore” (1Ts 4,17), per il quale già ora viviamo nel dono del suo Spirito. Dice Paolo: “Per me vivere è Cristo” (Fil 1,21), perché “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). “Testimone della risurrezione” (At 1,22) è la più bella definizione dell’apostolo.

La risurrezione corporea incontrava poco favore nella cultura ellenistica, che disprezzava la materia (cf. At 17,18-32). Per questo sia Luca sia Paolo sentono il bisogno di sottolinearla (24,39s; 1Cor 15).

I sadducei, a differenza dei farisei (cf. At 23,6s), non credono nella risurrezione dei morti. La loro obiezione tende a metterla in ridicolo anche come semplice prospettiva. Gesù risponde innanzitutto dicendo che non è assurda: è una vita nuova, senza più bisogno di matrimonio e generazione, perché non dominerà più la morte. Fa poi vedere, con un ragionamento rabbinico, come e già implicitamente affermata dalla Torah.

dal commento di Silvano Fausti al Vangelo di Luca