Giovedì della XXXIII  settimana del Tempo Ordinario 
Lc 19,41-44: Vista la città, pianse
Lectio divina di Silvano Fausti

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41 E quando si avvicinò, vista la città, pianse su di essa 42 dicendo: Se anche tu avessi conosciuto in questo giorno le cose per la pace! Ma ora sono state nascoste ai tuoi occhi. 43 Perché verranno giorni su di te e ti cingeranno i tuoi nemici di trincee e ti accerchieranno e ti opprimeranno da ogni parte 44 e livelleranno te e i tuoi figli in te e non lasceranno pietra su pietra in te, proprio perché non conoscesti il momento della tua visita.

In questo brano il “pittore” Luca dà l’ultimo tocco al ritratto di Gesù, icona perfetta del Padre. Il suo volto di pellegrino, diverso da qualunque altro (19,29), indurito nel suo cammino verso Gerusalemme, giunto alla meta, si scioglie in lacrime. Questo pianto rivela il mistero più grande di Dio: la sua passione per noi.

Gesù, in mezzo alle acclamazioni, si avvicina alla sua città e la vede. Lui è ben più di Giona (11,32). Questi sostò davanti a Ninive convertita, dispiaciuto del male che non le accade fino a desiderare la morte (Gio 4,3.8.9). Gesù invece sosta davanti a Gerusalemme indurita, dispiaciuto del male che le accade fino a morirne realmente. La differenza tra i due è semplicemente quella che c’è tra Dio e l’uomo: la misericordia. “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te” (Os 11,8s).

Il suo pianto manifesta la sua impotenza davanti al rifiuto. Ma rivela pure la gloria di un amore fedele anche nell’infedeltà. Questo è l’unico modo per creare libertà dove c’è schiavitù, suscitare risposta anche nel cuore più ostinatamente chiuso e offrire una possibilità irrevocabile di conversione, che rimane aperta a tutti e per sempre.

Le parole che Gesù rivolge a Gerusalemme non sono minaccia; né la sua distruzione sarà castigo di Dio. Dio è misericordioso e largamente perdona (Es 34,6s; Sal 86,15; 103,8; Gio 4,2; ecc.). Non minaccia la mamma che dice al bambino: “Guai se attraversi la strada: muori sotto un’automobile!”. Tanto meno è un castigo della mamma se, disobbedendo, viene travolto. Le parole di Gesù sono una costatazione sofferta di ciò che il popolo inconsapevolmente fa a se stesso. Il male, dal quale mette inutilmente in guardia Gerusalemme, ricadrà infatti su di lui. In croce, assediato e angustiato da tutta la cattiveria del mondo, sarà distrutto dall’abbandono di tutti. Il pianto di Gesù non esprime minaccia o condanna, ma quella sua debolezza estrema che portò lui alla croce (2Cor 13,4) e noi alla salvezza. La sua potenza ci ha creati; la sua impotenza ci ha ricreati.

Gesù disse: “Beati voi che ora piangete” (6,21). Ora è lui stesso, il re, che piange. Realizza in sé il mistero del Regno su questa terra: un seme gettato nel pianto. Ma chi semina nelle lacrime, mieterà con giubilo. “Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare; ma nel tornare viene con giubilo, portando i suoi covoni” (Sal 126,5s).

Il motivo del lamento, ripetuto all’inizio e alla fine, è il fatto che non sia stata riconosciuta “in questo giorno” la sua venuta. Per questo, invece di iniziare il giorno di pace senza fine, continuano i giorni di guerra, fino alla distruzione.

Anche noi, con Gerusalemme, siamo chiamati a discernere “oggi” la visita di Dio nel suo messia. Ha ormai il volto del povero e del piccolo umiliato: è il Samaritano in viaggio che si fa carico del male dei fratelli, il Pellegrino alla porta di tutti, che mendica accoglienza e offre salvezza (cf. 9,46ss; Mt 25,31-46). Ora è piangente. Sorriderà quando sarà accolto.

Le note di questo brano hanno il loro preludio in 13,34s e si svolgeranno nel racconto della passione. Qui dobbiamo chiedere al Signore di contemplare il suo volto e conoscere perché piange non il suo, ma il nostro male. Il destino di Gerusalemme e di Israele è misteriosamente lo stesso di Gesù.

(Commento al Vangelo di Luca)