Oggi abbiamo un’idolatria della vita che la teniamo in frigo, quella non è vita, è la morte eterna. La vita eterna invece è il vivere l’amore pienamente, questa è vita. L’altra non è vita. Noi idolatriamo la vita biologica che è diventata l’idolo con la tecnologia: più l’allunghi, è un po’ come allungare il vino, non è che diventa migliore.

Mercoledì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario
Lc 19,11-28: LAVORATE FIN CHE VENGO
Lectio di Silvano Fausti

11 Ora, mentre essi ascoltavano queste cose, continuando disse una parabola, perché egli era vicino a Gerusalemme e pareva loro che all’istante stesse per manifestarsi il regno di Dio. 12 Disse dunque: Un uomo di nobile nascita viaggiò per un paese lontano per prendersi un regno e ritornare. 13 Ora, chiamati dieci suoi servi, diede loro dieci mine e disse loro: Fate fruttare fin che io venga. 14 Ora i suoi cittadini lo odiavano e inviarono una delegazione dietro a lui dicendo: Non vogliamo che costui regni su di noi. 15 E avvenne: al suo ritorno, avendo preso il regno, disse che gli fossero chiamati quei servi ai quali aveva dato il denaro, per conoscere cosa avevano fatto fruttare. 16 Ora si presentò il primo, dicendo: Signore, la tua mina guadagnò dieci mine. 17 Egli disse: Bravo, servo buono, poiché nel minimo fosti fedele, sii con potere su dieci città. 18 E venne il secondo, dicendo: La tua mina, Signore, fece cinque mine. 19 Ora disse anche a questi: Anche tu diventi di cinque città. 20 E l’altro venne dicendo: Signore, ecco la tua mina, che avevo riposta in un sudario. 21 Infatti ti temevo, perché sei un uomo severo: prendi quanto non ponesti, e mieti quanto non seminasti. 22 Gli disse: Dalla tua bocca ti giudico, servo cattivo! Sapevi che io sono un uomo severo, che prendo quanto non posi e mieto quanto non seminai. 23 Perché non desti il mio denaro a una banca, allora io, venuto, l’avrei fatto con interesse? 24 E disse ai presenti: Prendete a lui la mina e date a chi ha dieci mine. 25 E gli dissero: Signore, ha dieci mine! 26 Vi dico: a chiunque ha sarà dato; invece a chi non ha sarà tolto anche quanto ha. 27 Inoltre: quei miei nemici che non vollero che io regnassi su di loro, conduceteli qui e scannateli innanzi a me. 28 E, dette queste cose, camminava innanzi, salendo verso Gerusalemme.

E adesso risponde a una domanda che è tipica di Luca: il Signore aveva detto che tornava, e come mai non è ancora tornato? Luca fa parte della generazione che non ha visto il Signore. E allora spiega una cosa: il Signore torna coi nostri piedi che vanno verso di lui, cioè la storia è affidata alla nostra responsabilità. Luca è il teologo della storia.

Il brano comincia con Gesù che era vicino a Gerusalemme e termina con Gesù che cammina verso Gerusalemme, e nel mezzo narra la parabola, probabilmente desunta dalla cronaca di qualche decennio prima, del re Archelao, uno dei figli di re Erode che è morto nel 4 A.C., che non volevano che lui regnasse. Ed è andato a Roma dall’imperatore e, tornato poi come re, ha fatto scannare i nemici. Nel frattempo aveva dato i suoi bene da amministrare ai suoi amici.

Dieci mine sono diecimila danari, vuol dire il salario di tre anni. Matteo lo mette in talenti, è interessante la differente ottica. È più noto Matteo. Qui ricevono tutti lo stesso. Quest’uomo nobile che è il Signore ha chiamato dieci servi. Perché dieci? Dieci è il numero della totalità, cioè tutta l’umanità del mondo.

Il Signore tornerà. La nostra ansia è sempre del quando, quando verrà, cosa dovremmo fare nel tempo dell’attesa e invece lui capovolge la prospettiva e dice: sono io che aspetto voi. Dio davvero aspetta che noi torniamo a lui.

Oggi abbiamo un’idolatria della vita che la teniamo in frigo, quella non è vita, è la morte eterna. La vita eterna invece è il vivere l’amore pienamente, questa è vita. L’altra non è vita. Noi idolatriamo la vita biologica che è diventata l’idolo con la tecnologia: più l’allunghi, è un po’ come allungare il vino, non è che diventa migliore.

Se noi invece viviamo nell’egoismo perdiamo goccia a goccia tutto. Può sembrar scandaloso ma è proprio così, l’amore se ce l’hai cresce, se non ce l’hai cala fino a scomparire.

LAVORATE FIN CHE VENGO (19,11-28)

Luca parla in più parti e secondo vari aspetti del rapporto tra la vita futura e quella presente. Stanno tra loro come meta e cammino: la prima è il fine e il punto di arrivo, la seconda è il mezzo per giungervi.

In 12,49-59 si considera la morte personale e l’incontro col Signore come criterio di valutazione sul “che fare”. In 17,20-18,8, la “piccola apocalisse”, si dice che il “quando” e il “dove” del Regno è la quotidianità dell’esistenza, in cui si sceglie di vivere per Dio invece che per il mondo. Qui, prima della “grande apocalisse” (21,536), si spiega perché il Signore tarda a tornare, e cosa bisogna fare nel frattempo. Questa parabola delle “mine” ha poco a che vedere con l’etica calvinista: trafficare i talenti e le risorse – e più si guadagna, più siamo benedetti.

Il problema al quale qui si risponde è lo stesso di 2Pt 3,4: “Dov’è la promessa della sua venuta? Dal giorno in cui i nostri padri chiusero gli occhi tutto rimane come al principio della creazione”.

Prima e dopo la parabola si presenta Gesù che sale a Gerusalemme, per dare “oggi” il suo regno al malfattore confesso (23,40ss): lui, il Giusto, porterà ingiustamente la giusta condanna di noi ingiusti. Precede il racconto di Zaccheo, che “oggi” lo accoglie; segue quello del suo ingresso regale in Gerusalemme. Questa cornice chiarisce il discorso delle mine: il Regno viene “oggi” per chi, come Zaccheo, si converte alla misericordia e accoglie il suo Signore che viene in povertà e umiltà.

Questo significa far fruttare i doni ricevuti. Il rimando del suo ritorno non è dilazione del suo giorno, ma dilatazione del tempo della salvezza. Come si dice nella parabola del fico (13,6-9), la storia continua perché Dio accorda all’uomo ancora un nuovo anno per convertirsi. Il prolungarsi del tempo ha il suo ultimo perché nella pazienza di colui che “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). “Signore non ritarda nell’adempiere alla sua promessa, come certuni credono, ma usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9).

Il ritardo della sua venuta dipende dalla nostra lentezza a convertirci. L’attesa deve tradursi nell’impegno di una vita che segue la sua stessa via, per andare incontro a lui che per primo è venuto incontro a noi. Questo è il Regno, già presente nella nostra storia (17,21). Il futuro definitivo è già anticipato nella nostra storia di conversione a lui. Egli non viene solo perché è già venuto e attende l’oggi in cui noi ci volgiamo a lui. I termini sono da capovolgere: l’attesa è sua e il ritorno è nostro. Il suo ritorno a noi sarà nel ritorno di noi tutti a lui.

Contro la tentazione di evadere dal presente in nome del futuro, il cristiano sa che “il tempo è compiuto” (Mc 1,15), e conosce bene il valore dell’oggi. È il tempo urgente in cui ci si deve convertire (2Cor 6,1s).

Il presente, con tutte le realtà che contiene, non va né disprezzato come se fosse niente, né sovraestimato come se fosse tutto: è il tempo e il luogo in cui si gioca il tutto, che è la fedeltà al Signore. “Chi è fedele nel poco, lo è nel molto” (16,10). L’aldilà assoluto e infinito, si gioca nell’aldiqua, relativo e finito. Le creature quindi non vanno né idolatrate né demonizzate. Non sono un fine, ma un mezzo da utilizzare tanto quanto servono al fine.

La parabola è un’allegoria della partenza e del ritorno del Signore. Partito con la sua morte e la sua ascensione, tornerà definitivamente a salvarci nel giorno del giudizio. Questi sono i due confini che racchiudono la storia umana. Nel mezzo c’è il tempo del suo, o meglio del nostro viaggio, in cui siamo mandati a ripercorre lo stesso pellegrinaggio del samaritano: “Va’, e fa’ lo stesso” (10,37).

I discepoli, prima dell’ascensione, fanno a Gesù la loro ultima domanda, che è la prima urgenza della chiesa: “E questo il tempo in cui ricostituirai il regno d’Israele?”. Egli risponde di non indagare sui tempi e i momenti, ma d’essere d’ora in poi suoi testimoni fino agli estremi confini della terra (At 1,7s). Ciò significa diventare come lui, misericordioso come il Padre. La mina che ci ha data non serve per arricchire davanti agli uomini, ma davanti a Dio; farla fruttare non vuol dire accumulare con avidità, ma donare con generosità (cf. 12,13ss; 16,1ss).

(Dal Commento al Vangelo di Luca)