Lunedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario
Lc 18,35-43: CHE VUOI CHE IO TI FACCIA?
Lectio divina di Silvano Fausti

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Gerico è la porta di ingresso alla terra promessa, termine del lungo esodo dalla schiavitù alla libertà. Ma i discepoli sono ancora in Egitto, incapaci di compiere, addirittura di comprendere il cammino di Gesù (v. 34).

Ora il Signore passa nelle loro tenebre. È la notte pasquale, in cui usa misericordia a chi invoca il suo nome. Questo cieco è il prototipo dell’illuminato. Sa di non vedere, ascolta bene, grida, entra in dialogo con Gesù, lo riconosce Messia e Signore, sa cosa chiedere e l’ottiene: alzare gli occhi su di lui, vedere la luce che salva e seguirlo.

Il racconto trova la sua continuazione nel gesto di Zaccheo e va letto dopo i due brani precedenti che mostrano l’accecamento dell’uomo davanti al mistero del Figlio dell’uomo. Parla dell’illuminazione battesimale che fa riconoscere in Gesù, il Nazareno che passa, il figlio di Davide (messia), anzi, il Signore stesso che ha pietà di me. Gli occhi devono aprirsi per vedere la perla preziosa e ottenere la sublimità della conoscenza di lui come Signore (Fil 3,8).

Solo così è vinta la tristezza e l’oscurità che tiene lontano da lui, e nasce la gioia di chi, scoperto il tesoro (Mt 13,44), ne è conquistato e corre per conquistarlo (Fil 3,12). È l’ingresso nel Regno, che consiste nell’amare con tutto il cuore (10,27) colui che per primo mi ha amato e ha dato se stesso per me (Gal 2,20).

In Luca questa è l’unica guarigione di un cieco. At 9 ci presenterà Paolo fariseo illuminato mediante il suo accecamento. Egli infatti è venuto in questo mondo “per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Gv 9,39). Così guarisce tutti. Nel discorso inaugurale e nella sua risposta a Giovanni (4,18; 7,22), Gesù pone la vista ai ciechi come primo segno messianico. È il sole che sorge per illuminare chi siede nelle tenebre e nell’ombra di morte (1,78s). Il primo miracolo annunciato è l’ultimo compiuto. È infatti quello definitivo, che permette di vedere la salvezza che già ci ha donata (cf. commento a 13,12). Dopo ci sarà solo il miracolo dell’orecchio di Malco (22,51), perché anche il nemico possa ascoltare la sua parola.

Il cieco viene guarito per vedere il Volto. Dalla trasfigurazione in poi è il tema dominante di tutto il Vangelo che culmina nella visione (= theoría: 23,48) del Crocifisso offerta a tutti. Questa è la salvezza dell’uomo, che torna a essere se stesso, riflesso di quella Gloria di cui è immagine e somiglianza. Dove giunge la luce, figlia primigenia di Dio, cessa il caos e inizia il mondo nuovo. Il centro di questo brano è il nome di Gesù, luce del mondo (Gv 8,12), la cui invocazione mette in comunione con lui. Vedere lui è il dono della “sublimità della conoscenza” del Maestro buono come l’unico buono. Ciò rende possibile l’impossibile: trasforma il notabile ricco in Zaccheo, vero figlio di Abramo, che ospita la benedizione promessa.

Il cieco chiama Gesù per nome. Chiamare per nome significa avere un rapporto personale di conoscenza e di amore, da amico ad amico. È quanto avviene nel battesimo, che ci unisce a lui. Chiamando lui per nome, abbiamo il nostro vero nome di creature nuove. In lui la nostra miseria trova il volto di Dio che è misericordia di Padre verso il Figlio. Accogliamo così la rivelazione del Nome.

Un cieco non può scorgere neanche il lampo di una folgore. Come può l’uomo vedere la Gloria nell’umiliazione del Figlio dell’uomo, compimento delle Scritture? I nostri occhi, tre volte ciechi davanti ad essa (v. 34), devono essere guariti. La cecità è l’estremo rifugio del peccato come fuga da Dio. Il bimbo chiude gli occhi e crede di non essere visto! È vero che cessa di vedere, ma non di essere visto. Colui che ha creato la luce, che anzi è la Luce, ora apre l’occhio perché possa contemplarla. Il battesimo ci dà un’illuminazione reale su Dio, che rimane però nel centro del cuore, come un fuoco sepolto sotto la cenere della menzogna antica. Viene ravvivato dallo Spirito, mediante il ricordo costante della Parola, la liturgia e la preghiera del Nome.