È la prima volta che Gesù è chiamato per nome. “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). L’invocazione ci unisce a lui, via che conduce al Padre.

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Mercoledì della XXXII settimana del Tempo Ordinario
Lc 17,11-19: GESÙ, SIGNORE, ABBI PIETÀ DI NOI
Lectio divina di Silvano Fausti

Il viaggio di Gesù a Gerusalemme delinea l’itinerario spirituale del discepolo. Ora inizia la terza e ultima tappa, che introduce a Gerico, porta della terra promessa. Ma chi ha mani innocenti e cuore puro per salire il monte del Signore (Sal 24,3s)? Solo il Giusto ha la forza di compiere il santo viaggio (Sal 84,6). Per noi è impercorribile! Ma la sua misericordia ordina a noi, peccatori e fuggitivi, di andare a Gerusalemme; la sua parola ci invia a compiere ciò che ci è vietato. Lui, l’unico pellegrino che vi sale, ce lo rende possibile: è il samaritano che viene incontro a noi, esuli dal volto ed esclusi dalla gloria, per farsi carico della nostra lebbra.

L’invocazione: “Gesù, abbi pietà” (v. 13), ripresa in prima persona dal cieco (18,38), è il punto al quale Luca vuol portare il suo lettore: è la preghiera del Nome che ci associa a lui, nel suo stesso viaggio, all’interno del quale veniamo mondati.

Questo racconto, che cambia di continuo scena ogni versetto e contiene una decina di verbi di moto, parla non della possibilità, ma della realtà dell’impossibile. La salvezza, che nessuno può raggiungere, è già stata donata a tutti e dieci gli uomini: si trovano di fatto nello stesso cammino di colui che è venuto per cercare tutti. Ma uno solo per ora ha la fede e incontra il Salvatore. Questi è responsabile degli altri nove, perché anch’essi si scoprano guariti e tornino al Signore facendo eucaristia. La salvezza infatti non è guarire dalla lebbra, ma incontrare chi ci ha guarito. La sete non si placa con un bicchiere d’acqua; bisogna trovare la sorgente. Al dono deve corrispondere il nostro grazie al donatore. Solo il rapporto con lui ci salva: i suoi doni sono semplici mezzi per metterci in comunione con lui. Per questo la salvezza è tra il “già” e il “non ancora”: già offerta a tutti, non ancora tutti l’hanno accolta. Ancora nove su dieci non sanno che la loro vita è stata condonata della morte, vivono e muoiono ancora da lebbrosi. Sono come un uccello in gabbia, che non sa che è aperta la porta.

L’uno solo che torna a fare eucaristia è inviato per dare a tutti la buona notizia: si aprano gli occhi dei ciechi e vedano la luce! L’annuncio porta a scoprire e accettare il dono. Questo è tale solo quando trova mani per prenderlo e cuore per gioirne.

È la prima volta che Gesù è chiamato per nome. “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). L’invocazione ci unisce a lui, via che conduce al Padre.

In quest’ultima tappa siamo chiamati a identificarci coi lebbrosi che diventano bambini (18,15ss; cf. 2Re 5,14) e col ricco che si converte in Zaccheo (18,18ss; 19,1ss). Al centro c’è l’illuminazione del cieco di Gerico (18,35ss).

(Silvano Fausti, Commento al Vangelo di Luca)