Ma è l’ingenuità dell’amore, non è possibile far diversamente. Perché ciò che perdi ti fa capire il valore di ciò che hai perso. Che vuol dire che ognuno di noi vale infinitamente agli occhi di Dio. Ognuno di noi vale tanto che ha dato il suo Figlio unigenito per ciascuno di noi. Perché Dio ci ama e l’amore è stimare l’altro più di sé. Per Dio noi valiamo più di Lui, ha dato la vita per noi, è questa la nostra dignità. Se ami davvero l’altro è importante, per cui lascia perder tutto.

Testo pdf:

Giovedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario
Lc 15,1-10: Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte.
Lectio divina di Silvano Fausti

1 Ora continuavano ad avvicinarsi a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 E borbottavano i farisei e gli scribi, dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro! 3 Ora disse loro questa parabola dicendo: 4 Quale uomo tra voi, avendo cento pecore e persa una sola di esse, non lascia le novantanove nel deserto e va su quella perduta finché la trovi? 5 E, trovata(la), se la pone sulle sue spalle con gioia e, venuto nella casa, 6 chiama insieme gli amici e i vicini, dicendo loro: Gioite con me! Perché trovai la pecora mia, la perduta! 7 Dico a voi: così ci sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte più che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione!

CONGIOITE CON ME, TROVAI LA PECORA MIA, LA PERDUTA (15,1-7)

Il c. 15 è un’unica parabola in tre scene. Rivela il centro del vangelo: Dio come Padre di tenerezza e di misericordia, ben diverso da quello da cui Adamo era fuggito per paura. Egli trasale di gioia quando vede tornare a casa il figlio più lontano, e invita tutti a gioire con lui: “Bisogna far festa!”. Il banchetto del c. 14 è questa festa del Padre che vede ormai occupato l’ultimo posto a mensa. La sua casa è piena, il suo cuore trabocca: nel ritorno dell’ultimo, ogni figlio perduto è ormai con lui.

“Beato chi mangerà il pane nel regno di Dio” (14,15). Gesù fin dall’inizio ne mangia con i peccatori (5,27-32). Ora invita anche i giusti. Attaccato da loro con cattiveria, li contrattacca con la sua bontà. Vuole portarli a conversione. Ma l’impresa è ben più difficile che con i peccatori. Questi, a causa della loro miseria, sentono la necessità della sua misericordia. Quelli invece, arroccati nella “propria” giustizia, sono autosufficienti. Così, mentre condannano i fratelli ingiusti, ignorano e rifiutano il Padre, che ama gratuitamente e necessariamente tutti i suoi figli. Il suo amore non è proporzionale ai meriti, ma alla miseria. Per questo solo i primi invitati, che credono di aver diritto alla salvezza, se ne escludono (14,17ss). I peccatori invece, nella loro incapacità a salvarsi, accolgono il dono.

La chiesa di Luca deve ricordarsi sempre che non è un’accolta di giusti, ma una comunità di peccatori aperti al perdono (cf. 6,27-38). Paolo sintetizza la catechesi battesimale con le parole: “Siate benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, graziandovi a vicenda come Dio ha graziato voi in Cristo” (Ef 4,32). L’eucaristia, cibo e vita nuova per il cristiano, è il pane del perdono: mangiato da ogni peccatore, è rifiutato solo da chi è soddisfatto di sé. La misericordia di Dio lo rimanda a mani vuote (1,53), perché possa essere tra gli affamati che vengono saziati (6,21). È l’astuzia che Dio usa coi furbi (Gb 5,13), in modo da aprire la bocca a tutti i suoi figli e riempirla del suo dono (Sal 81,11).

Il c. 15 è rivolto al giusto, perché non resti vuoto il suo posto alla mensa del Padre: deve partecipare alla festa che egli fa per il suo figlio perduto e ritrovato. L’innamorato della volontà di Dio, che nel Sal 119 canta la sua obbedienza alla Parola, riconosce, dopo ben 175 versetti: “come pecora smarrita vado errando: cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti” (Sal 119,176). Chi non dimentica i comandamenti, che si riassumono tutti nella misericordia (6,36), non può non vedere di essersi perso nei meandri della propria giustizia. È finalmente un idropico sgonfiato, un fariseo guarito dalla presunzione. Sa che la salvezza è essere cercati, trovati e incontrati da colui che egli cerca di trovare senza mai incontrarlo (cf. Ct 3,1; 5,6). In realtà, fin dal principio, ogni uomo si è nascosto da Dio e smarrito. L’unico giusto è il Cristo, il Pastore che si è fatto agnello perduto e immolato per noi.

Questa parabola parla della conversione; ma non del peccatore alla giustizia, bensì del giusto alla misericordia. La grazia che Dio ha usato verso di noi, suoi nemici, deve rispecchiarsi nel nostro atteggiamento verso i nemici (6,27-36), e verso i fratelli peccatori (6,36-38). Il Padre non esclude dal suo cuore nessun figlio. Si esclude da lui solo chi esclude un fratello. Ma Gesù, il Figlio che conosce il Padre, si preoccupa di recuperare anche colui che, escludendo il fratello, si esclude dal Padre.

Gesù con questa parabola giustifica il suo atteggiamento verso i peccatori: dimostra loro la stessa benevolenza del Padre (6,35). Contemporaneamente invita i giusti a entrare nella sala del banchetto. Sono gli unici rimasti fuori.

Le tre scene della parabola presentano una certa simmetria con le tre chiamate al banchetto (14,15ss). Quella della pecora smarrita corrisponde alla seconda chiamata, rivolta alle pecore perdute d’Israele; quella della dracma, corrisponde alla terza chiamata, rivolta ai pagani. Resta vuoto ancora solo il posto di chi fu chiamato per primo, l’Israele della Legge. È il fratello maggiore, figura di ogni credente al quale è indirizzata tutta la parabola, in particolare l’ultima scena, perché partecipi al banchetto di salvezza, alla festa e alla danza per il Figlio perduto e ritrovato, morto e risorto.

La fine del c. 14 dichiarava la condizione per la salvezza: non avere nulla (14,33). Ora si riduce a povertà anche chi è ricco della propria giustizia, in modo che possa accogliere il dono di Dio. L’intento della parabola è analogo al racconto del fariseo e del pubblicano (18,9-14). Il credente è interpellato allo stesso modo con cui il libro di Giona interpella Israele. Luca e Giona hanno lo stesso messaggio. Ricordano al giusto che, anche se lui non lo sa e non lo vuole, Dio è Padre, e quindi usa misericordia per tutti i suoi figli. Si riconosca quindi peccatore graziato, e usi grazia al peccatore. Solo così conosce Dio.
(dal Commento di Silvano Fausti al Vangelo di Luca)


La pecora smarrita è l’agnello immolato alla fine. Poi attraverso la dracma perduta, il tesoro che Dio ha perso, il suo Figlio, per questo mondo, che ha tanto amato questo mondo da dare il suo Figlio.

Se uno vuole entrare in questa parabola, pensi di essere una mamma ed avere un figlio perduto, in un senso o in un altro. Il suo cuore e il suo pensiero è sempre lì. Così il cuore e il pensiero di Dio è verso i suoi figli perduti, verso tutti, ma non tutti in generale, per ciascuno.

1Ora continuavano ad avvicinarsi a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 E borbottavano i farisei e gli scribi, dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro!

È da notare questo fatto, non dice molti, alcuni: tutti, tutti. Per ascoltarlo. Il discepolo è quello che si avvicina a Gesù e lo ascolta.

4Quale uomo tra voi, avendo cento pecore e persa una sola di esse, non lascia le novantanove nel deserto e va su quella perduta finché la trovi?

In realtà mica lasci le novantanove nel deserto a perdersi e rischi la pelle anche tu, andando in giro di notte nel deserto coi lupi, coi precipizi… è da scemi! È una cosa assurda quello che fa questo. A noi sembra ovvio, no? Andrà il giorno dopo, tranquillo. Poi circolava già questa parabola in altra forma, che se per caso trova la pecora perduta, le spezza la gamba, così un’altra volta impara a non perdersi, e poi vede cosa farne; se è abbastanza grassa si può mangiare, se no si lascia crescere. Chi di voi avendo cento perse una di esse, non lascia le novantanove nel deserto? Nessuno.

Per cercare quell’unica sola che ha perso, sì, è così importante quell’unica, siamo tutti unici per Dio, siamo Figli. Un solo figlio perso, è aver perso la propria vita. La domanda sembra così, un po’ ingenua, no? Ma è l’ingenuità dell’amore, non è possibile far diversamente. Perché ciò che perdi ti fa capire il valore di ciò che hai perso. Che vuol dire che ognuno di noi vale infinitamente agli occhi di Dio. Ognuno di noi vale tanto che ha dato il suo Figlio unigenito per ciascuno di noi. Perché Dio ci ama e l’amore è stimare l’altro più di sé. Per Dio noi valiamo più di Lui, ha dato la vita per noi, è questa la nostra dignità. Se ami davvero l’altro è importante, per cui lascia perder tutto.

È pazzesco l’amore di Dio per l’uomo e qui sotto leggiamo tutta la Pasqua, il pastore che diventa agnello e morirà lui in croce per noi. Proprio questo lasciar tutto per andare a cercare ciò che è perduto, finché lo trovi. Tutta la passione di Dio e tutta la storia è questa passione di ricerca di Dio intorno all’uomo perduto, perché Dio non ha figli da buttare via, ognuno è figlio unico, irripetibile, amato di amore totale. È questa la grande dignità, è la grazia.

Tutta la Bibbia ci parla di questa ricerca che Dio dalla prima sera nel giardino: Adamo, dove sei? Comincia la prima ricerca e tutta la Bibbia è Dio che va in cerca dell’uomo, per trovarlo. Lo troverà sulla croce, anzi nell’inferno. Gesù scenderà agli inferi e lì li trova tutti finalmente. È lui che ci cerca e la nostra ricerca è la nostra risposta alla sua ricerca.

5 E, trovata(la), se la pone sulle sue spalle con gioia e, venuto nella casa, 6 chiama insieme gli amici e i vicini, dicendo loro: Gioite con me! Perché trovai la pecora mia, la perduta.

Finalmente la trova, non le spezza la gamba, non la spezzeranno neanche a Lui, sarà trafitto. E se la pone con gioia e se la porta a casa e questa pecora entra in casa e le altre son fuori. Questi fuori sono i giusti, che sono i fuori che brontolano e questa pecora perduta sono tutti i peccatori che stanno con Gesù e già fanno festa. E allora entra nella casa e chiama tutti, gli amici e i vicini. C’è un gioco di parole in greco che, anche prima, veniva fuori, con-mangia, con-chiama, con-gioisce, questa parola “con” che è complemento di compagnia. È la parola dominante in tutti questi racconti, perché Dio è compagnia e questa compagnia si esprime nel con-mangiare, con-chiamare tutti insieme, con-gioire.

Dietro ogni uomo perduto, il padre vede il figlio unico che si è fatto ultimo di tutti, maledizione e peccato per ogni uomo, e quindi gioisce infinitamente di ogni perduto, ma non è che il perduto si sia convertito per sé, la pecora non è che si converte, è trovata! Bene, questa esplosione di gioia che c’è nella casa è quella che sta facendo Gesù mentre accoglie i peccatori ed è quella gioia contro la quale brontolano i giusti.

7Dico a voi: così ci sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte più che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione!

Non si parla di conversione di peccatori in questo testo, la vera conversione consiste nel capire la gioia e l’amore che ha Dio per noi. I peccatori lo capiscono, sono i giusti che non lo capiscono, perché questa parabola è detta per i giusti, perché capiscano che questa gioia è riservata anche a loro, perché il vero peccato è la loro mancanza di gioia, la loro mancanza di amore.

Più che per i novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione: non è che non ne abbiano bisogno, è un po’ ironico. Non esiste nessun giusto sulla terra, esistono solo quelli che si credono giusti e criticano gli altri. Conversione vuol dire accettare la grazia e la misericordia di Dio. I peccatori l’accettano, i giusti no.


8 O quale donna, avendo dieci dracme, se perde una sola dracma, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca con cura finché trovi? 9 E, trovata(la), chiama insieme le amiche e le vicine dicendo: Gioite con me! Perché trovai la mia dracma che persi. 10 Così, dico a voi, è gioia al cospetto degli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.

CONGIOITE CON ME, TROVAI LA MIA DRACMA, CHE PERSI (15,8-10)

Questa parabola spesso è sorvolata dai commentatori. Ci si accontenta di dire che è la seconda delle prime due simili tra loro, preludio alla terza. La si appiattisce quindi sulla prima con fretta di passare alla terza. In realtà si tratta di una “ripetizione”, sorvolata solo da chi ignora l’importanza che essa ha nella tradizione della preghiera. Per sé è un invito a sostare con più attenzione, non a passare oltre con fretta. La ripetitività fa parte della struttura dell’uomo, che vive nel tempo. Cessa solo al sopraggiungere della morte. Considerarla inutile sarebbe come dire: “Ho già mangiato; posso quindi farne a meno per sempre!”. Essa è necessaria non solo per vivere, ma anche per vivere sensatamente! Il senso è ciò che muove ogni ripetizione e in essa permane, lasciandosi così scoprire. Ciò che sazia l’uomo non è il sapere sempre cose nuove, ma il sentire e gustare interiormente quelle essenziali. La contemplazione è frutto di una continua ripetizione. Essa porta all’unità del cuore umano la molteplicità delle sue esperienze, e, per successive semplificazioni, giunge alla cosa. Da qui l’importanza insostituibile che le attribuiscono i maestri dello spirito. In essa scema la curiosità dell’intelletto che cerca novità, e il cuore trova la verità che cerca. Nella ripetizione l’uomo scopre il valore della realtà: ciò che è brutto lo diviene sempre di più, fino ad essere repellente; ciò che è bello lo diviene sempre più, fino ad assorbirci estaticamente in sé. È il migliore strumento per discernere e per affinare il gusto interiore. Se c’è una ripetizione nel Vangelo, guardiamoci bene dal sorvolarla come “doppione”: bisogna fermarsi il doppio, se si vuole procedere correttamente.

Il c. 15 illustra, attraverso l’atteggiamento di Gesù, il cuore del Padre che ama i suoi figli. Il cristianesimo non è una “setta di puri”. È invece un’accozzaglia di peccatori che diventa fraternità nella misura in cui si scopre l’amore del Padre per tutti i suoi figli. Per questo, come Israele deve restare aperto ai gentili, così anche la chiesa ai peccatori. Nella parabola avviene un ribaltamento, tipico di ogni scena dove si trovano i farisei (cf. 7,36ss; 18,9ss): il peccatore è giustificato e il giusto risulta peccatore, perché a sua volta possa essere giustificato. Si gira la frittata, perché cuocia da ambo le parti. Ogni uomo ha bisogno della gloria di Dio per vivere (Rm 3,23); e la sua “gloria”, ciò che gli è proprio e lo fa Dio, è la sua misericordia (cf. 6,36). Per questo egli “ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia” (Rm 11,32).

Occasione di questa parabola è il “con-mangiare” di Gesù con i peccatori; fine è il “con-gioite con me” del Padre. Il mezzo è la “con-chiamata” a partecipare al banchetto di Gesù, che rivela la pena di Dio quando cerca e soprattutto la gioia quando trova. La ripetizione mette in risalto la sua azione nei confronti dell’“uno solo” perduto. La reduplicazione, come uno specchio, ci permette di vederne i lineamenti. Per questo è utile porre vicino le due scene – come Luca stesso fa – e sostare evidenziando in un colpo d’occhio i tratti comuni. Ci rivelano il volto di Dio nei confronti del singolo peccatore:

vv. 4-7 vv 8-9

quale uomo quale donna

cento pecore dieci dracme

persa perde

una sola una sola

tralascia nel deserto accende una lampada

va spazza la casa

cerca con cura

finché trovi finché trovi

con-chiama con-chiama

amici e vicini amiche e vicine

con-gioite con me con-gioite con me

trovai trovai

perduta perduta

dico a voi dico a voi

gioia gioia

nel cielo al cospetto degli angeli

un solo un solo

peccatore peccatore

che si converte che si converte

I “novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (v. 7) non vengono più nominati. Gli ascoltatori dovrebbero capire di essere loro stessi.

Tutto il c. 15, che parla di “una sola” pecora e dracma, e di “un” figlio, parla in realtà di Gesù, il Figlio. Egli, come è l’agnello sgozzato che è il vero pastore, così è l’unica ricchezza del Padre, che in lui si compiace.

In realtà egli, l’“uno solo” che si è perduto, è il solo giusto che salva tutti. Ai tempi in cui Abramo intercedeva per Sodoma e Gomorra, non c’era ancora (Gn 18). Era solo promesso, come salvezza e benedizione per tutte le genti.

E centro del capitolo, in tutte e tre le scene, è la “con-chiamata” a “congioire”. Oggetto della sua gioia è l’uno solo, perduto e ritrovato. Questa gioia, che è già nel cielo, scende sulla terra per coloro che accettano di con-mangiare con il Figlio che con-mangia con i peccatori: è l’eucaristia, specchio in terra della festa che il Padre fa nel cielo.

Tutte le azioni sono attribuite a Dio: lui perde – non è la pecora o la dracma che si perde! – lascia tutto e va; lui accende la lampada, spazza la casa e cerca con cura; lui trova e con-chiama a con-gioire con lui. La parabola, occasionata dal fatto che “tutti” i peccatori si avvicinano a Gesù, ci parla della sollecitudine del Padre per “uno solo”. Dietro ogni singolo uomo perduto, egli vede il suo unigenito: l’unico che, conoscendo il Padre, non si è vergognato di chiamarsi nostro fratello (Eb 2,11). Così, nel vedere lui, senza il quale non può vivere, vede in lui tutti i perduti. Sublimità della sapienza e dell’amore imperscrutabile di Dio!

(dal Commento di Silvano Fausti al Vangelo di Luca)


😯 quale donna, avendo dieci dracme, se perde una sola dracma, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca con cura finché trovi? 9 E, trovata(la), chiama insieme le amiche e le vicine dicendo: Gioite con me! Perché trovai la mia dracma che persi. 10Così, dico a voi, è gioia al cospetto degli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.

Questa donna che ha dieci dracme, sono un risparmio, una dracma è un salario quotidiano, quindi è riuscita a metter via dieci salari, fa sempre comodo, in un’economia di sussistenza, era il suo tesoretto. Ecco ne perde una sola, si insiste in tutte e due le parabole dell’uno solo. Accende la lucerna, spazza la casa, cerca con cura finché la trova.

Così fa la donna, così fa Dio, la sua casa è il mondo intero, per un sol uomo mette a soqquadro il mondo intero, per cercarlo.

Difatti, il grande tesoro di Dio, il Figlio primogenito, è quello che si è fatto ultimo di tutti e spazzatura del mondo. Ogni cosa che hai fatto a uno degli ultimi lo hai fatto a me, si identifica con gli ultimi, i peccatori. Se diciamo che la prima parabola parla dell’insensatezza di quest’amore, del pastore che va a cercare di notte nel deserto, questa parla invece di tutta la cura e la laboriosità che mette a soqquadro tutta la casa, tutto il mondo per trovare ciò che ha perduto.

Il Signore vuole che tutti gli uomini siano salvi, tutti, nessuno escluso e giungano alla salvezza attraverso la conoscenza della verità, e la verità è che Lui ama noi più di sé, ciascuno di noi. Dice Gesù di ciascuno di noi al Padre: Padre li hai amati come ami me. Ciascuno di noi è amato come Gesù, il figlio unico, e Gesù dice di sé: anch’io li amo del tuo stesso amore. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi, con l’amore con il quale il Padre ama me.

Dalle catechesi di Silvano Fausti (e di Filippo Clerici)
sul Vangelo di Luca (2004-2010)
www.gesuiti-villapizzone.it
Selezione degli estratti, sottolineature e titoli miei (MJ)