Lunedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario 
Lc 14,12-14: Non invitare i tuoi amici, ma poveri, storpi, zoppi e ciechi.

12 Ora diceva anche a chi l’aveva chiamato: Quando fai un pranzo o una cena, non chiamare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i vicini ricchi, perché anch’essi non ti richiamino e te ne venga il contraccambio. 13 Ma, quando fai un ricevimento, chiama poveri, storpi, zoppi, ciechi; 14 e sarai beato, perché non hanno da contraccambiarti; ti sarà infatti contraccambiato nella risurrezione dei giusti.

Il discorso precedente era rivolto agli invitati, questo a chi invita al banchetto. A quelli Gesù dice di scegliere l’ultimo posto, a questi di scegliere gli ultimi. L’ultimo è il posto da scegliere e da cui scegliere. Il motivo verrà detto dopo: Dio fa lo stesso (vv. 15-24). Il nostro rapporto con i fratelli deve rispecchiare quello di Gesù, che ci chiama a comportarci con gli altri come lui si è comportato con noi. Si riprende così il tema dominante di Luca: la grazia e la misericordia (6,32-38), che ci trasformano nel volto del Figlio, uguale al Padre.

Questa istruzione sulla gratuità del banchetto tocca il centro della vita cristiana, che trova nel dono dell’eucaristia il suo alimento. Chi la osserva è veramente beato (v. 14): gli è già “ampiamente aperto l’ingresso nel Regno” (2Pt 1,11), è passato per la porta stretta (13,22ss) e appartiene al mondo dei risorti, insieme al Figlio.

La chiamata degli esclusi è insieme la salvezza messianica, e l’anticipo della realtà definitiva: è la nostra deiformità, il nostro vero essere come Dio in questo mondo.

La scelta, l’impegno e il servizio cristiano per i poveri non sono strumento di dominio a buon mercato, che crea una schiavitù più sottile. Non è neanche sgravarsi la coscienza da giusti sensi di colpa. Scaturisce invece dalla conoscenza di Dio, che ha scelto i poveri e si è identificato con loro. Da qui nasce un diverso modo di valutare e di agire.

Il povero è il “luogo teologico” per eccellenza. In lui incontro il mio Salvatore che si è fatto ultimo di tutti. La sua presenza mi rivela sempre inadempiente e mi richiama al rispetto e alla stima verso di lui. Lui è il valore che ispira i miei pensieri, non il disvalore cui cerco di rimediare con le mie azioni. È la presenza del Crocifisso. Per questo s. Francesco baciò il lebbroso. È un vero gesto di ad-orazione (= portare alla bocca, baciare, come segno di venerazione e affetto). Più che ciò che faccio per lui – spesso solo umiliarlo con un po’ di soldi – è importante ciò che lui fa per me: mi giudica e mi salva (cf. Mt 25,31-46).

Silvano Fausti, dal Commento al Vangelo di Luca