Lunedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario 
Lc 14,12-14: Non invitare i tuoi amici, ma poveri, storpi, zoppi e ciechi.

In quel tempo, Gesù disse al capo dei farisei che l’aveva invitato:
«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio.
Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Mettersi all’«ultimo posto»: quello di Dio
Commento di Ermes Ronchi

Il banchetto è un vero protagonista del Vangelo di Luca. Gesù era un rabbi che amava i banchetti, che li prendeva a immagine felice e collaudo del Regno: a tavola, con farisei o peccatori, amici o pubblicani, ha vissuto e trasmesso alcuni tra i suoi insegnamenti più belli. Gesù, uomo armonioso e realizzato, non separava mai vita reale e vita spirituale, le leggi fondamentali sono sempre le stesse. A noi invece, quello che facciamo in chiesa alla domenica o in una cena con gli amici sembrano mondi che non comunicano, parallele che non si incontrano.
Torniamo allora alla sorgente: per i profeti il culto autentico non è al tempio ma nella vita; per Gesù tutto è sillaba della Parola di Dio: il pane e il fiore del campo, il passero e il bambino, un banchetto festoso e una preghiera nella notte. Sedendo a tavola, con Levi, Zaccheo, Simone il fariseo, i cinquemila sulla riva del lago, i dodici nell’ultima sera, faceva del pane condiviso lo specchio e la frontiera avanzata del suo programma messianico.
Per questo invitare Gesù a pranzo era correre un bel rischio, come hanno imparato a loro spese i farisei. Ogni volta che l’hanno fatto, Gesù gli ha messo sottosopra la cena, mandandoli in crisi, insieme con i loro ospiti. Lo fa anche in questo Vangelo, creando un paradosso e una vertigine. Il paradosso: vai a metterti all’ultimo posto, ma non per umiltà o modestia, non per spirito di sacrificio, ma perché è il posto di Dio, che «comincia sempre dagli ultimi della fila» (don Orione) e non dai cacciatori di poltrone. Il paradosso dell’ultimo posto, quello del Dio “capovolto”, venuto non per essere servito, ma per servire. Il linguaggio dei gesti lo capiscono tutti, bambini e adulti, teologi e illetterati, perché parlano al cuore. E gesti così generano un capovolgimento della nostra scala di valori, del modo di abitare la terra. Creano una vertigine: Quando offri una cena invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Riempiti la casa di quelli che nessuno accoglie, dona generosamente a quelli che non ti possono restituire niente. La vertigine di una tavolata piena di ospiti male in arnese mi parla di un Dio che ama in perdita, ama senza condizioni, senza nulla calcolare, se non una offerta di sole in quelle vite al buio, una fessura che si apre su di un modo più umano di abitare la terra insieme.
E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Che strano: poveri storpi ciechi zoppi sembrano quattro categorie di persone infelici, che possono solo contagiare tristezza; invece sarai beato, troverai la gioia, la trovi nel volto degli altri, la trovi ogni volta che fai le cose non per interesse, ma per generosità. Sarai beato: perché Dio regala gioia a chi produce amore.
Avvenire

La scelta degli invitati

L’altro giorno ho incontrato una coppia di ragazzi per le loro pratiche matrimoniali e fra una battuta e l’altra mi dicevano preoccupati: non pensavamo fosse così difficile fare la scelta degli invitati.
Proprio vero. La scelta degli invitati mette in crisi e chi la fa ma soprattutto chi la riceve. Quante volte sento la lamentela o semplicemente la delusione di chi non viene invitato o di chi mi viene a dire con disgusto: pensa non ha invitato il tale o il tal altro.
Queste dinamiche si scatenano soprattutto in occasione di grandi eventi come una festa di nozze, o un compleanno, o una festa di Prima Comunione, anche perché sono vetrine sociali di una certa importanza.
Purtroppo, se andiamo a scavare, dietro ci sono sempre delle pretese o peggio delle pretenziosità. Cioè siamo poco liberi, abbiamo sempre bisogno di conferme e ogni esclusione lascia segni indelebili. Siamo fatti così.
Soprattutto uno più è carico di onori e più la sua esclusione sarà fatale sotto il profilo psicologico. Una ferita narcisista è difficilmente recuperabile.
Ecco, Gesù vedendo tutte queste dinamiche a tavola trova una soluzione.
“Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.
Io credo che questa parabola debba essere appropriata per una parrocchia. A volte le parrocchie sono un po’ come la festa di nozze del Vangelo. Si invitano sempre gli stessi e tutti ambiscono ai primi posti. Poi le invidie, le gelosie e le frustrazioni mai elaborate di chi viene sfrattato dal podio che saliva stancamente da anni. Insomma bisognerebbe fare proprio come nel Vangelo: far entrare tutti i più scalcinati.

Franco Mastrolonardo
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