In questi settantadue c’è la missione universale a tutti i popoli, che si estende fino agli estremi confini della terra, e per tutti i tempi. Ci siam dentro tutti in questi settantadue, ciascuno di noi è designato come questi settantadue.

Testo pdf:

Giovedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario
Lc 10,1-12: La nostra missione di discepoli
Lectio divina di Silvano Fausti

Nei vv.1-12 si parla della nostra missione di discepoli, uguale a quella dei Dodici (Lc 9,1ss) e a quella di Gesù. Povertà, gratuità e umiltà, sono le condizioni per essere agnelli, come l’Agnello di Dio che vince il male del mondo. Diversamente siamo lupi, travestiti da agnelli.

10,1 Ora, dopo queste cose, designò il Signore altri settanta[due] e li inviò a due a due davanti al suo volto in ogni città e luogo dove lui stesso stava per venire. 2 Ora diceva loro: La messe è molta, ma gli operai pochi! Supplicate dunque il Signore della messe che getti fuori operai per la sua messe. 3 Andate! Ecco: io vi invio come agnelli in mezzo a lupi. 4 Non portate borsa, né bisaccia, né sandali e nessuno salutate lungo la via. 5 Ora, in qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa! 6 E se là c’è un figlio di pace, riposerà su di lui la vostra pace; se invece no, su di voi ritornerà. 7 Nella stessa casa dimorate, mangiando e bevendo ciò che [c’è] da loro: l’operaio infatti è degno della propria ricompensa. Non trasferitevi di casa in casa. 8 E in qualunque città entriate e vi accolgano, 9 mangiate ciò che vi sarà posto davanti, curate gli infermi in essa e dite loro: È giunto su di voi il regno di Dio! 10 E in qualunque città entriate e non vi accolgano, uscite nelle sue piazze e dite: 11 Anche la polvere, che dalla vostra città si è attaccata ai nostri piedi, noi ve (la) scuotiamo! Tuttavia sappiate questo: è giunto il regno di Dio! 12 Vi dico che per Sodoma in quel giorno sarà più sopportabile che per quella città.

Siamo arrivati al capitolo 10 di Luca, e il capitolo decimo si apre con l’invio in missione di altri settantadue; abbiamo già visto la missione dei dodici al capitolo nono, e Luca evita sempre dei doppioni o anche apparenze di doppioni, però è l’unico evangelista che parla due volte di missione perché è preoccupato di una cosa: la missione che fu di Gesù e la stessa dei dodici primi apostoli di Israele, è la stessa degli altri settantadue che vuol dire di tutti gli altri che verranno dopo, perché unica è la missione.

Ci fermeremo sul concetto di missione un po’ a lungo perché il vangelo di Luca è il vangelo missionario, perché la missione non è un optional per persone che vanno lontano o perché son generose. La parola apostolo o missionario derivano una dal greco e l’altra dal latino, e vogliono dire “mandato”, “inviato”. Ognuno di noi è “inviato” ai fratelli, se no non è figlio, quindi la dimensione missionaria, apostolica, è essenziale di ogni uomo anche perché l’uomo si realizza nella sua relazione con l’altro, andando verso l’altro.

Nel primo versetto c’è la cornice interpretativa, ci fermeremo abbastanza a lungo su questo, poi al versetto secondo comincia il discorso sulla missione con un esordio “la messa è molta gli operai pochi, pregate”. Poi c’è l’invio in missione al versetto terzo dando il colore della missione: l’agnello in mezzo ai lupi. Cosa capiterà all’agnello in mezzo ai lupi? Poi il versetto quarto dice le condizioni per essere agnello e non lupo, cioè la povertà, perché se siamo ricchi diventiamo lupi. Se siamo poveri siamo costretti ad essere agnelli. E poi i versetti quinto e nono, c’è la missione che consiste nell’entrare, nel dire, nel dimorare, nel mangiare, nel bere, nel prendersi cura e nell’annunciare. E poi nei versetti 10 e 15 si parla del rifiuto perché uno può essere accolto o rifiutato e il rifiuto è molto importante nella missione, è messo in conto, anche Gesù fu rifiutato e nel rifiuto, non si rifiuta l’altro; per cui il rifiuto viene ad essere il compimento stesso della missione, perché tu non rifiutando chi ti rifiuta, riveli un amore senza condizioni che è appunto Dio questo amore. Poi nell’ultimo versetto c’è l’identificazione nostra con Gesù e di Gesù con il Padre, cioè attraverso la missione.

10,1 Ora, dopo queste cose, designò il Signore altri settanta[due] e li inviò a due a due davanti al suo volto in ogni città e luogo dove lui stesso stava per venire.

Seguiremo ogni parola del testo che comincia “dopo questi fatti”, in italiano, o “dopo queste cose”, in greco. Dopo quali cose, dopo quali fatti? I fatti che abbiamo visto: che Gesù indurisce il volto per andare a Gerusalemme. Quindi la prima cosa per andare in missione è davvero conoscere il volto di Gesù, essere battezzati, immersi in quel volto di misericordia. Altrimenti la nostra missione pur con tanta buona volontà e tanto amore per Cristo son come le nostre crociate: facciamo il contrario di quel che fa Lui. Meglio fare il male a fin di male non a fin di bene. La prima cosa è quella.

Poi abbiamo visto che non basta conoscerlo, bisogna avere anche la volontà libera da quegli automatismi che ci fanno subito cercare, in tutte le cose, il nostro interesse.

Quindi questa piccola espressione “dopo questi fatti” vuol dire molto. Prima di questi non c’è missione. È chiaro che non vengono all’improvviso queste cose, i discepoli son mandati anche se non ce le hanno ancora, s’imparano. C’è un cammino di tutta una vita.

Designò il Signore altri settanta[due]

Qui si usa la parola “designò” i dodici si dice “li chiamò”, mentre noi non siamo stati chiamati, io non ho visto il Signore, non mi ha chiamato. La parola designare si usa quando per sostituire Giuda il Signore designò Mattia tra le varie persone proposte dalla comunità, cioè nella comunità cristiana è ancora il Signore risorto che come ha chiamato i primi designa ciascuno di noi ad essere apostolo, dopo queste cose.

E poi stavolta si chiamano settantadue e in qualche codice c’è settanta in qualche codice settantadue e non è secondario il numero. Sono settantadue o settanta perché settanta erano gli anziani di Israele più due Aronne e Mosè settantadue; settanta sono le nazioni, in Genesi 10 si fa l’elenco delle nazioni e secondo i settanta traduttori della Bibbia sono settantadue. Facciamo che sia il numero settantadue che è più probabile, allora settantadue è sei volte dodici più i dodici fa sette volte dodici e vuol dire una cosa molto semplice: i dodici apostoli rappresentano il popolo di Israele, il popolo eletto, ora, tutto il mondo è fatto da figli di Dio eletti ed amati e la completezza della figliolanza di Dio sta nel settantadue più dodici cioè siamo tutti (sette è il numero infinito) popolo di Dio, figli di Dio.

Quindi in questi settantadue c’è la missione universale a tutti i popoli, che si estende fino agli estremi confini della terra, e per tutti i tempi. Ci siam dentro tutti in questi settantadue, ciascuno di noi è designato come questi settantadue.

Non a caso li manda a due a due. Anche gli apostoli sono stati mandati a due a due secondo Marco, e Matteo li pone in coppia sempre, Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, Simone e Taddeo, sempre a due a due. Probabilmente erano le coppie che aveva stabilito le più incompatibili perché ad esempio i fratelli che sono quelli che litigano sempre, e poi gli altri. Che andare d’accordo con gli estranei è facilissimo.

No, non è finito: “in ogni città e luogo”. Li manda nella città poi terminerà ancora “la città” e in mezzo mette anche la “casa”. Cioè la città in contrapposizione alla casa è il pubblico, la casa è il privato cioè l’annuncio arriva nel pubblico e nel privato.

Poi li manda anche nel “luogo”: il luogo in contrapposizione a città dove c’è nessuno: anche dove c’è nessuno bisogna testimoniare il vangelo, perché tutta la creazione geme nelle doglie del parto nell’attesa dei figli di Dio, poi magari c’è qualcuno anche lì.

E dopo si aggiunge dove lui stesso stava per venire. Sta per venire è la definizione di Dio, Lui sta sempre per venire. E quando arriva? Quando ci fermiamo e lo accogliamo. Lui dall’inizio sta per venire. La prima ad accoglierlo è Maria che dice “sì”. Vedendolo come veniente, colui che viene, davvero si rompe quell’immagine che presenta Dio in una staticità per cui se non si muove Lui noi non lo raggiungiamo: troppo lontano. Lui è veniente continuamente.

2 Ora diceva loro: La messe è molta, ma gli operai pochi! Supplicate dunque il Signore della messe che getti fuori operai per la sua messe.

Con la messe il grano è maturo, se non lo raccogli cosa capita alla messe? Marcisce. Qui la “messe” è intesa l’umanità, l’umanità è sempre matura per vivere da figlia di Dio. E se non vive da figlio di Dio marcisce, cioè butta via la sua vita.

Quel che manca sono gli operai. L’operaio è quello che fa il lavoro, il primo operaio è Cristo, il Figlio che fa la stessa opera del padre che è amare i fratelli e mancano i suoi collaboratori. Gli apostoli sono chiamati collaboratori di Cristo, Lui fa il lavoro del Padre, che è amare tutti gli uomini, e noi collaborando dovremmo fare lo stesso.

Son pochi allora cosa c’è da fare? Rimboccarsi le maniche, no! “Supplicate il Signore della messe”, lui è veramente signore di tutti, che diventi signore anche di noi in modo che diventiamo operai. Perché per gli operai, per ciascuno di noi perché mi stani, mi getti fuori, da che cosa? Mi stani da tutte le mie false sicurezze, dal mio egoismo, dalla mia sete di potere. Dalle mie paure, dal cattivo concetto che abbiamo di noi, “io cosa posso fare?” Mi stani da tutto ciò che mi ingabbia, da tutto ciò che sono le mie tane ecco che “mi getti fuori”.

3 Andate! Ecco: io vi invio come agnelli in mezzo a lupi. 4 Non portate borsa, né bisaccia, né sandali e nessuno salutate lungo la via.

Le prime parole di Gesù: Andate! Ecco: io vi invio come agnelli in mezzo ai lupi. Cosa capita all’agnello in mezzo ai lupi? Se vi è capitato di vederlo capita che lo mangiano. L’agnello è Cristo siamo assimilati a Cristo che si dona da mangiare, a tutti. Che ha dato la vita per tutti. Quindi la missione è esattamente quella dell’agnello che è vittorioso sul male, non perché si oppone al male con la violenza, col potere, col dominio, con un male peggiore, ma perché vince il male col bene. Come fa Dio con noi.

I lupi siamo noi, tutti lupi. Ecco allora le condizioni della missione sono quelle che fanno sì che tu diventi agnello per necessità, o per virtù, o per scelta. Perché se abbiamo la borsa piena di soldi, abbiamo la bisaccia piena di ogni provvista, abbiamo i sandali che sono tipici del soldato, del libero e abbiamo tante relazioni e tanto potere, allora diventiamo lupi.

Questo testo va inteso insieme a quello del capitolo nono dove c’è la prima missione dove dice “e per la missione sapete cosa portare? Nulla.” e poi specifica questo nulla ancora con quattro cose (9,3): Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche.

Né bastone. Il bastone è lo strumento primordiale, il prolungamento della mano, del potere, fa parte del bastone tutta la tecnica, tutti gli strumenti che abbiamo. Tutto il potere è la mano e il bastone ti fa raggiungere quello che non è ancora a tua portata di mano. Ecco il nostro bastone, il nostro potere è quello del legno della croce, quello è l’unico bastone.

Poi niente bisaccia, niente pane e niente danaro. Il denaro è quello che scambia tutti i beni, corrisponde allo Spirito Santo che dà ogni bene, il nostro tesoro è lo Spirito, cioè l’amore fraterno che non prende, non possiede, ma dona. Il pane non è quello che accumuli, quello è pane di ingiustizia, che sottrai agli altri e non basta mai a te e non ti sazia, il pane che sazia è il pane condiviso è la fraternità. La bisaccia è la ricchezza del povero dove mette dentro tutte le sue provviste, no?. La nostra bisaccia è la fiducia nel Padre. È la fraternità con gli altri. La nostra borsa: la borsa era il marsupio dove si mettevano dentro il danaro, praticamente la ricchezza del povero. La nostra unica ricchezza è la povertà, perché è così importante, vedete, per essere agnelli: niente borse, niente bisacce niente sandali, non sei libero.

Capite l’importanza della povertà, ma anche in ogni relazione se uno ti accetta perché sei ricco e sei potente è solo perché ti vuole sfruttare, mica perché c’è una relazione. Oppure perché tu lo vuoi dominare, allora fa bene a difendersi. Il potere e ciò che hai, falsa tutte le relazioni. E ancor di più falsa il Vangelo che è relazione di dono e di amore. La povertà ti costringe ad essere solidale, non c’è nulla che ti divide dagli altri. È possibile l’amore, la giustizia, la pace. È un grande mistero la povertà, è il mistero più profondo di Dio, che ha niente. Perché dà tutto, fino a dar se stesso.

E poi dice “non salutar nessun lungo la via”, richiama il servo Ghecazi che Eliseo mandò per resuscitare il figlio morto della Sunamita, vuol dire c’è molta fretta non fermarti a salutare se no tra salamelecchi e salamelecchi non arrivi più. Vuol dire che è questione di morte.

5Ora, in qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa! 6 E se là c’è un figlio di pace, riposerà su di lui la vostra pace; se invece no, su di voi ritornerà.

Siamo tutti deboli e bisognosi di essere accolti, e nella casa e nella città si entra. Cosa vuol dire entrare? Per poter entrare nella casa di uno, bisogna saper uscire da se stesso, bisogna saper uscire davvero, bisogna esporsi, cioè non puoi entrare da padrone, sei ospite, ti può accettare ti può rifiutare.

7Nella stessa casa dimorate, mangiando e bevendo ciò che [c’è] da loro: l’operaio infatti è degno della propria ricompensa. Non trasferitevi di casa in casa. 8 E in qualunque città entriate e vi accolgano, 9mangiate ciò che vi sarà posto davanti, curate gli infermi in essa e dite loro: È giunto su di voi il regno di Dio!

La pace su questa casa è se uno accetta questa pace, cioè se accetta voi, riposa la pace, se vi respinge, la pace ritorna a voi. E poi continua nella casa dove sei accolto: dimorate, mangiate, bevete ciò che viene da loro. Con la parola dimorare, mangiare e bere, significano la Chiesa: che è quella casa dove si dimora si mangia e si beve insieme da fratelli. E allora nasce la comunità nuova dove si dimora, si mangia, è la vita, si beve, è la gioia, ciò che viene da loro. Ed è ciò che dovremmo fare quotidianamente: dimorando nella casa, la chiesa, mangiando e bevendo, l’Eucarestia che celebriamo.

10 E in qualunque città entriate e non vi accolgano, uscite nelle sue piazze e dite: 11 Anche la polvere, che dalla vostra città si è attaccata ai nostri piedi, noi ve (la) scuotiamo! Tuttavia sappiate questo: è giunto il regno di Dio! 12 Vi dico che per Sodoma in quel giorno sarà più sopportabile che per quella città.

Abbiamo letto il rifiuto: il rifiuto fa parte necessaria della nostra relazione, cioè, se tu vuoi rapportarti correttamente all’altro devi essere disposto anche a non essere accettato. Non puoi costringerlo, punto primo. Punto secondo, se ti presenti in un modo che è contrario esattamente ai suoi desideri di potere, cosa fa, se è il lupo, se sei agnello ti mangia. Le persecuzioni ci sono sempre state nella chiesa, il brutto è quando perseguitiamo noi, con le crociate, con le streghe, perché anche noi siamo lupi.

Quando non siamo accolti, capita a noi ciò che è capitato a Cristo: Cristo non fu accolto, l’agnello, fu messo in Croce e cosa ha fatto Cristo? Ha dato la vita per quelli che lo mettevano in croce. Quindi proprio nel fallimento della missione si realizza la missione dell’agnello: dà la vita.

Il rifiuto non fallisce la missione, ma la realizza sommamente, ci rende come Cristo che sa amare e dare la vita, ci fa testimoniare Dio. Come dice Paolo nella seconda lettera ai Corinti 12,10: quando sono debole allora sono forte. Questa cosa pazzesca e illogica è l’unica cosa capace di vincere il male, se no si entra nella logica e nella pazzia del male. Sembra pazza e debole per il male, invece è la forza e la potenza di Dio che è l’amore, che vince davvero il male col bene. Altrimenti se tu rifiuti chi ti ha rifiutato alla fine ripaghi della stessa moneta e duplichi il male.

Dalle catechesi di Silvano Fausti (e di Filippo Clerici)
sul Vangelo di Luca (2004-2010)
www.gesuiti-villapizzone.it
Selezione degli estratti, sottolineature e titoli miei (MJ)