Se porre il proprio io al centro di tutto è il nostro personale peccato originale, origine di tutti i nostri mali, porre il noi – anche della Chiesa – è il peccato originale collettivo che nuoce molto di più di quello personale.

Lunedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario 
Lc 9,46-50: Chi è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande.
Lectio divina di Silvano Fausti

46 Ora entrò tra loro una discussione: chi fosse di loro il più grande 47 Ora Gesù, sapendo la discussione del loro cuore, preso un bambino, lo collocò accanto a sé, e disse loro: 48 chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglierà me, accoglie chi mi ha mandato; poiché il più piccolo tra voi tutti, questi è grande!
49 Ora, rispondendo, Giovanni disse: Maestro vedemmo un tale scacciare demoni nel tuo nome e lo impedivamo perché non segue con noi. 50 Ora disse a lui Gesù non impedite perché chi non è contro di voi è per voi!

In questo brano c’è lo scontro tra lo Spirito di Gesù e lo spirito dei discepoli, tra la grandezza come la pensa l’uomo e la grandezza come la pensa Dio, tra la comunità come la pensiamo noi – separati dagli altri – e la comunità come la pensa Dio. Sono due testi brevi, ma molto pregnanti, che chiudono la prima parte e preannunciano la seconda parte del Vangelo.

Il primo testo riguarda i rapporti all’interno della comunità, cominciando dalla comunità più semplice, che è la famiglia, le relazioni di amicizia, la comunità più grande che è la comunità ecclesiale, la comunità politica, la comunità mondiale. Qual è il demone che fa sì che ci dividiamo gli uni dagli altri e litighiamo costantemente? Perché ognuno vuole essere più grande dell’altro, ognuno pone il proprio io al centro di tutto e sacrifica tutto il resto al proprio io?

In un secondo testo si vedono i rapporti della comunità con gli altri; gli altri dovrebbero essere come noi, se non sono come noi, non vanno bene. Per Gesù invece no: gli altri devono essere sempre diversi da noi e più sono diversi da noi, meglio è. Perché come noi bastiamo noi. Si può mettere al centro delle nostre relazioni il nostro io, e allora litighiamo con gli altri; poi si può andar d’accordo tra di noi mettendo il nostro noi, solidale, contro gli altri: il che è ancora peggio. Se porre il proprio io al centro di tutto è il nostro personale peccato originale, origine di tutti i nostri mali, porre il noi – anche della Chiesa – è il peccato originale collettivo che nuoce molto di più di quello personale. Le persone, magari, sono bravissime, buonissime, tutte devote, piissime, dicono rosari e fanno tutto bene. Poi fanno le crociate e ammazzano, imbrogliano, ne fanno di tutti i colori, bruciano le streghe, bruciano i nemici, si mettono contro tutti perché “noi” dobbiamo avere in mano il mondo, perché siamo bravi. Quindi l’orgoglio collettivo.

L’importante non è che siano uniti a noi, ma uniti a Cristo, uniti a Dio Padre, e il Padre ha figli tutti diversi. Questa diversità crea una comunione nella piena libertà, che è l’unico modello valido di chiesa rispetto a tutte le omologazioni che siamo tentati di fare anche nella Chiesa.

46 Ora entrò tra loro una discussione: chi di loro fosse il più grande.

Questa scena, in Marco, avviene in casa di Pietro, a Cafarnao, simbolo della Chiesa, dopo avere discusso lungo il cammino prima di arrivare a casa. In Luca non si dà indicazione di spazio né di tempo, perché questa discussione c’è in ogni luogo e in ogni tempo.

Quando noi discutiamo con un altro non ci interessa la verità, ma chi ha ragione; dove chi ha ragione non vuol dire chi “usa la ragione”, ma chi ha ragione dell’altro, cioè chi prevale sull’altro, chi è più grande. C’è la relazione “da pollaio”: chi è il gallo principale e si litiga per quello. Con il bel risultato che si sa. Poi prevale sempre il peggiore, il più prepotente.

Dio è veramente grande, ma qual è la grandezza di Dio? Non è quello che ha in mano tutti, che domina su tutti, che è il più prepotente. È quello che si fa servo di tutti, ultimo di tutti: quello è il più grande. L’umiltà è la caratteristica più profonda di Dio.

47 Ora Gesù, sapendo la discussione del loro cuore, preso un bambino, lo collocò accanto a sé, e disse loro: 48 chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglierà me, accoglie chi mi ha mandato; poiché il più piccolo tra voi tutti, questi è grande.

Il brano cominciava con “chi è più grande” e Gesù termina con: questo è il grande! Il grande è l’attributo di Dio. Gesù prende un bambino. A noi la parola bambino suscita tanti bei sentimenti. In greco la parola bambino “pais” anzi “paidion”, al neutro, vuol dire schiavo. Il bambino era un’appendice della donna, la quale era un’appendice dell’uomo. L’uomo era quello che era tenuto a osservare la legge e quindi era quello che valeva; la donna in parte era tenuta e in parte non poteva osservarla, (in quanto donna) e il bambino non era tenuto e non poteva. Quindi era nulla.

E’ pura dipendenza, vive dell’amore ricevuto. Questo è il bambino. Gesù pone al centro il bambino, lo colloca accanto a sé e poi s’identifica con il bambino. Se noi ci pensiamo bene, la nostra essenza profonda, di tutti noi, è l’essere bambini. E spiego: non ho nulla che non abbia ricevuto, dal colore degli occhi, alla forma delle unghie, ai capelli, alla fisionomia, all’esistenza, a quel che ho addosso, quello che ho in testa, quel che ho nel cuore: tutto ho ricevuto dagli altri, tutto. Se non ho ricevuto, non ho niente e sono niente. Sono ciò che ricevo, ciascuno di noi. Siamo le relazioni che gli altri hanno con noi. Esistiamo se amati, se accettati, altrimenti non esistiamo e siamo in lotta con noi e con gli altri.

Gesù s’identifica con il bambino e dice a noi di accogliere il bambino. Si parla quattro volte in questo versetto di accogliere; accogliere è la caratteristica più profonda di Dio.

Poi la discussione su chi il più grande uscirà di nuovo nell’ultima cena, dove i discepoli discutono – proprio nell’ultima cena, mentre Gesù si sta dando a tutti – su chi sarà il più grande, chi sarà il successore, chi prenderà il posto.

49 Ora, rispondendo, Giovanni disse: Maestro vedemmo un tale scacciare demoni nel tuo nome e lo impedivamo perché non segue con noi.

Ecco, questo è un secondo problema: non segue noi. Eppure questo tale scaccia i demoni nel tuo nome, cioè vince il male nel tuo nome. Ma non segue noi! Ecco, “noi lo impedivamo”. Non ha la tessera, questo qui, non fa parte del nostro gruppo, non è iscritto. Non ha la licenza. Non fa parte del noi.

Se prima c’era l’io al centro di tutti che voleva prevalere su tutti, ora c’è il noi che è molto peggio. Abbiamo visto il noi del “Gott mit uns”, che ogni tanto ritorna in altre forme. Il noi dei razzisti, “noi”. Questo noi di ogni setta e di ogni categoria, dove le persone possono essere anche umilissime, ma l’importante è il noi. Anche la chiesa: tutti umilissimi, ma noi abbiamo la verità, noi siamo il centro di tutto, chi vuol essere salvo deve seguire noi.

Noi siamo noi perché seguiamo Lui; nessuno deve seguire noi. Ognuno lo segue come vuole Lui, Lui e, come può, l’altro. Quindi questo avere il centro nel noi invece che in Lui crea tutte le divisioni all’interno delle chiese, che è il più grande disastro che ci sia, perché tutte le differenze devono essere accettate. Nessuno deve seguire noi, avere la nostra dottrina, il nostro modo di pensare, la nostra filosofia. No. Dio ha fatto tutti gli uomini diversi e non dobbiamo omologare gli uni agli altri. Chi pone il noi al posto di Dio si chiama idolatra, si chiama settario.

Nelle prime chiese erano pochissimi e aperti sul mondo, ora possiamo essere anche un miliardo e chiusi su noi, ma non siamo più la Chiesa di Cristo se escludiamo qualcuno. Perché Cristo è Figlio del Padre, che è Padre di tutti e Lui è fratello di tutti. Quindi chi esclude qualcuno, esclude Dio.

Tutte le divisioni all’interno della Chiesa, delle comunità, della società è quando c’è questo noi, dove ognuno è suddito di questo noi che s’identifica magari col capo carismatico, o altro. Dio ce ne liberi, sono un disastro assoluto, si fanno danni infiniti. Quello che non può fare il singolo, alleato con molti lo può fare. Che bella immagine che presentiamo di Dio se “noi” ci alleiamo per lottare contro gli altri, per parlare male degli altri, per fare le crociate, per imporre agli altri le nostre idee, per tagliare la testa agli altri, per omologare tutti a noi. No, la Chiesa è una e cattolica, è una e universale perché rispetta tutte le diversità, se no non è una, ma è un frullato che ha omologato tutto e ucciso tutto. È una perché contiene ogni diversità, come Dio è uno e sono tre.

Noi vogliamo omologare gli altri a noi, perché quello che ci interessa è il nostro noi – se non il nostro io, perché sarebbe un po’ stupido voler imporre il nostro io – ma il nostro noi sì, la nostra dottrina sì, la nostra tradizione sì.

Questo secondo testo è potente perché ci impedisce di chiuderci nei nostri ghetti religiosi. Dobbiamo rispettare tutti; ognuno canta la Gloria di Dio a modo suo e dobbiamo imparare da ciascuno. Eppure esiste il noi ed è giusto che esista il noi, perché è una comunità definita, siamo comunità. Ma questo noi non deve essere noi contro gli altri, ma un noi aperto a tutti gli esclusi.

50 Ora disse a lui Gesù non impedite poiché chi non è contro voi è per voi.

Noi diciamo che chi non è con noi è contro di noi. Questo dicevano i discepoli. C’è un altro detto di Gesù che è diverso: chi non è con me è contro di me. È un’altra cosa e verrà fuori in Luca stesso cap. 11, 23, perché il centro non è noi ma è Lui: chi non è con Lui, certo, è contro di Lui. Se siamo contro di Lui, allora, ci roviniamo noi.

Estratti dalle riflessioni di Silvano Fausti (e Filippo Clerici) 2006
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