Lectio del Vangelo del giorno

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Venerdì della XXV settimana del Tempo Ordinario
Luca 9, 18-22 Ma voi chi dite che io sia?
Lectio divina di Silvano Fausti

18 E avvenne: mentre egli era in preghiera, erano con lui i discepoli da soli; e li interrogò dicendo: Chi dicono le folle che io sia? 19 Ora essi rispondendo dissero: Giovanni il Battista e altri Elia, altri poi che uno dei profeti degli antichi si levò. 20 Ora disse loro: Ma voi, chi dite che io sia? Ora Pietro rispondendo disse: Il Cristo di Dio! 21 Egli, sgridandoli, ingiunse loro di non dirlo a nessuno, 22 dicendo: Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molto e sia rigettato dagli anziani, capi dei sacerdoti e scribi, e sia ucciso e sia destato il terzo giorno.

Ci troviamo ormai verso il centro del Vangelo, che conclude il tema della prima parte. Il tema della prima parte è l’ascolto che guarisce, e prelude il tema della seconda parte che sarà il cammino che ci porta a vederlo, faccia a faccia: il cammino prima dell’orecchio e poi dell’occhio.

Questo brano punta alla conclusione della prima parte del Vangelo, il cui tema fondamentale è: chi è Gesù. Abbiamo visto la risposta di Erode, che non può capire chi è Gesù, perché invece di ascoltare chi dice la Parola, taglia la testa a chi dice la Parola; mentre vediamo che i discepoli, che ascoltano la Parola e spezzano il pane, possono cominciare a capire qualcosa di chi è Gesù. Il che vuol dire una cosa molto semplice: no, non c’entra la fede per credere a Gesù o non credere; è lo stile di vita che ti porta a credere o a non credere. Se fai la vita di Erode non credi, se spezzi il pane ti si aprono gli occhi. Per noi, infatti, ciò che crediamo è la giustificazione teorica di ciò che viviamo: se vivi in un certo modo credi in un Cristo, se vivi in un altro modo credi in un altro Cristo.

Gli stessi discepoli vedremo che arrivano a credere che Gesù è il Cristo, al centro del Vangelo. Ci sarà bisogno di tutta la seconda parte del Vangelo che mostra che il Cristo è esattamente il contrario di quello che pensano i discepoli. Quindi, se nella prima parte del Vangelo cominciamo a capire qualcosa di Cristo perché abbiamo spezzato il pane con Lui, poi ci sarà tutto il cammino costante di correzione per capire chi è Lui. E chi crede di avere capito è uno che scambia la verità con le proprie certezze; e questa si chiama – è una cosa molto grave – è la durezza di cuore, cioè crediamo alle nostre idee e non a Dio, e confondiamo Dio con le nostre idee, e poi in nome di Dio facciamo tutto e il contrario di tutto.

18E avvenne: mentre egli era in preghiera, erano con lui i discepoli da soli; e li interrogò dicendo: Chi dicono le folle che io sia?

Questa stessa scena i sinottici la pongono a Cesarea di Filippo che è il punto più lontano che Gesù ha raggiunto nel suo cammino, lontano da Gerusalemme. Qui invece non c’è indicazione di luogo; invece del luogo materiale, Luca dà il luogo spirituale, il luogo dove cominciamo a capire qualcosa di chi è il Signore, che è la preghiera.

Tipico di Luca, vediamo Gesù in preghiera nel battesimo, prima di iniziare il ministero, vediamo Gesù in preghiera al capitolo 6 quando istituisce i dodici e comincia la proclamazione delle beatitudini, lo troviamo qui, prima di rivelarsi ai discepoli, lo troviamo subito dopo nella Trasfigurazione, lo troveremo in preghiera nell’orto e l’ultima sua parola sarà appunto, ancora, la sua preghiera al Padre, sulla croce.

La preghiera è il luogo. Perché nella preghiera noi, finalmente, torniamo a essere nel nostro luogo naturale. La preghiera è stare davanti a Dio. Noi siamo a immagine e somiglianza di Dio: se stiamo davanti a Lui troviamo noi stessi. Quindi la preghiera è il luogo della verità nostra e di Dio. E quando Adamo peccò, Dio gli chiese “Adamo, dove sei?”, perché si era spostato, non era più al suo posto, non era più davanti a Dio, fuori.

Gesù era in preghiera anche quando ha insegnato il Padre Nostro, e gli chiedono: insegnaci a pregare. E poi dice ancora di Gesù, capitolo 18, v. 1, spiegava la necessità di pregare sempre, senza stancarsi. Non è che la preghiera sia qualcosa di estraneo alla vita, la preghiera è la vita, è vivere davanti a Dio, se no non è vita. Non è il fare cose strane, è che sei davanti a Dio in qualunque cosa fai. Poi, in momenti particolari, sei proprio davanti a Lui.

Abbiamo detto la preghiera non è tutto, ma tutto comincia con la preghiera. Ed è lì che i discepoli sono con Lui da soli. Anche prima i discepoli si chiedevano sempre “chi è costui? chi è costui?” Qui si capovolge la situazione: non sono loro a chiedere “chi è Gesù?” ma è Gesù che chiede “chi sono io?”, che è diverso: non siamo noi a mettere in questione Lui, a domandargli. È Lui che ci domanda e mette in questione noi. Perché quando domandiamo noi, abbiamo già le nostre risposte, ma se ci domanda Lui? La risposta la saprà Lui, se ci domanda. Cioè: il lasciarsi interrogare.

La fede comincia non quando m’interrogo su Dio, ma quando mi lascio interrogare da Dio. Così una relazione diventa vera quando mi lascio mettere in questione non quando metto in questione l’altro. Quando invece mi lascio mettere in questione, interrogare, comincio a capire qualcosa dell’altro e di me.

Gesù fa due interrogazioni distinte: una che cosa dicono le folle, l’altra che cosa dicono i discepoli. Prima che cosa dicono le folle. Perché c’è dentro di noi anche una folla che sempre da risposte ovvie e scontate, “così si dice”, lo abbiamo imparato anche sul catechismo. Sono le risposte ovvie e scontate che tutti sanno. È l’ovvietà religiosa, che contiene qualcosa di vero, anche.

19Ora essi rispondendo dissero: Giovanni il Battista e altri Elia, altri poi che uno dei profeti degli antichi si levò.

Ecco, queste folle evidentemente sono persone religiose che s’interessano. E come fanno le persone religione a dare le risposte, in genere? Hanno le risposte già preconfezionate. Guardano la storia, guardano la Bibbia, guardano il catechismo, leggono che cosa c’è scritto e rispondono “ecco! C’è scritto così”. Così queste persone invece di lasciarsi interrogare dalla novità di Gesù, anche noi oggi, lo guardano, “cosa dice la gente?” e identificano Gesù con le figure del passato. Guardano nel passato. C’è un’incapacità, invincibile in un certo senso, a guardare nel presente, tanto meno nel futuro. Nel passato: si attinge da lì. Quando domandano chi è Gesù, l’altro mi risponde con il catechismo. No, non c’entra il catechismo. Chi è Gesù ora per te? Non è una risposta ovvia e scontata. Come t’interpella, come modifica la tua vita, come agisce nella tua vita. Questo sì vuol dire qualcosa.

Il pericolo proprio è di avere delle idee preconfezionate, magari anche giuste, almeno parzialmente. Perché parzialmente son tutte giuste, e tutte sbagliate, perché nessuna idea adegua la verità. Idee anche giuste, metti le etichette e praticamente hai già messo la lapide su Dio, su tutte, fai la tua casella il tuo schedario, così sei sicuro e tranquillo, esonerato dal capire, dal comprendere. Sono delle risposte prefabbricate. Il nostro modo per uccidere la Parola e la promessa di Dio, è quella di farla consistere nel passato. E allora è andare su tutte le ovvietà scontate religiose che tutti sanno ma che non toccano mai nessuno. È vero che in Gesù si adempia anche Elia e il Battista e tutta la promessa, ma Gesù non è la promessa dell’Antico Testamento, è “il Promesso”.

20Ora disse loro: Ma voi, chi dite che io sia?

Ecco l’avversativa “ Ma voi chi dite che io sia?” Questa è la domanda fondamentale. Innanzitutto comincia con “ma”. Rispetto a tutto ciò che hai imparato dal passato, a tutte le ovvietà religiose, a tutti i libri che hai letto, a tutto ciò che pensa la gente, chi è Lui per te?

Poi si dice non “tu” ma “voi”. “Voi” è ecclesiale, perché proprio nella risposta diamo a questa domanda nasce la Chiesa, che si lascia interpellare da questo “ma”, in contrapposizione a tutte le buone opinioni che si possono avere.

È importante anche esprimerlo perché vedremo che se non lo esprimiamo è pericoloso, perché noi ci teniamo sempre le nostre convinzioni, profondissime, radicatissime, che esprimendole e vedendole confrontate con quelle di Gesù vediamo che sono esattamente il contrario. Per cui è bene esprimerle.

È un rapporto “Io-Tu”, che diventa poi “Io-Voi”, perché noi che rispondiamo a Lui diventiamo comunità. E qui nasce la Chiesa, intorno a questa domanda, che è sempre presente e attuale, diversa da quella della folla, che ha già le risposte scontate.

Ora Pietro rispondendo disse: Il Cristo di Dio!

La risposta è esattissima, perfetta, che cosa vuoi dire? Gesù è il Cristo, il figlio di Dio. Non c’è nulla di più da dire. Solo che Cristo è il contrario di quello che pensa Pietro. Pietro non conosce né il Dio di Cristo, né il Cristo di Dio. Come ciascuno di noi. Perché noi abbiamo una falsa immagine di Cristo, e abbiamo una falsa immagine di Dio. Tutta la seconda parte del Vangelo sarà proprio per vedere qual è lo spirito del Cristo, che è il Figlio, che è uguale allo spirito del Padre.

Tutta la seconda parte del Vangelo è la guarigione, è una sdemonizzazione dell’immagine di Dio che ci ha suggerito il serpente, quel dio invidioso, potente e geloso, che tutti vorremmo essere come lui perché è l’unico realizzato a spese di tutti gli altri. E invece il nostro Dio sarà il Crocifisso. Sulla croce, veramente re, veramente uomo libero. Ogni altra immagine fuori dalla croce è satanica, cioè è il falso dio, quel dio che ha bisogno di ammazzare, di far ammazzare gli altri per dominare e per giustificare i nostri deliri di potere e per diffondere la morte sulla terra.

21Egli, sgridandoli, ingiunse loro di non dirlo a nessuno, 22dicendo: Bisogna che il Figlio dell’uomo soffra molto e sia rigettato dagli anziani, capi dei sacerdoti e scribi, e sia ucciso e sia destato il terzo giorno.

Ecco Gesù sgrida. Il verbo è quello che si usa proprio nel contatto coi demoni, con gli spiriti mortiferi. Ecco li strapazza, strapazza Pietro, Pietro e gli altri, perché Pietro parla a nome di tutti. E dice: “non ditelo a nessuno, per favore”. Come diceva ai demoni, che quando dicevano “tu sei il Cristo di Dio”, li minacciava: “silenzio! Non ditelo a nessuno!”.

Perché il Cristo di Dio, e lo dice dopo, è diverso. Il Cristo di Dio è il Figlio dell’uomo, questa figura misteriosa, presa da Daniele 7, che è una figura divina. Questa figura divina, che è il Figlio dell’uomo, diventerà il Servo di Yahweh. “Bisogna” che soffra molto, che sia rigettato, dagli anziani, dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e sia ucciso.

Gli anziani rappresentavano il potere politico-economico in Israele, erano le persone potenti che facevano parte del Sinedrio. E poi porterà su di sé la maledizione del potere dei sacerdoti. Cioè Gesù morirà come bestemmiatore, perché presenta un Dio che anche le persone più religiose del mondo dicono: costui bestemmia!

Sarà l’Agnello di Dio che vince il peccato del mondo. Questo è il grande mistero che Pietro non ha capito, ma neanche noi. Normalmente pensiamo tutti così, perché abbiamo una falsa immagine di Dio. È questo il peccato originale. E quindi la falsa immagine di uomo: Gesù è venuto a vincere questa, a sdemonizzare l’immagine di Dio e di uomo. Allora la vita diventa bella, se no diventa una vita diabolica, assatanata, dove ci scanniamo gli uni gli altri credendo di fare il bene, anche in nome di Dio.

Quanto male in nome di Cristo e di Dio, ma del Cristo e del Dio che abbiamo in testa noi; per questo dobbiamo sdemonizzare il nostro Cristo e il nostro Dio. A quale Cristo ti sei iscritto? È importante! A quale Dio? È importante! C’è un dio che si chiama satana, ed è quello che tutti pensiamo, perché è quello onnipotente, che tiene tutto in mano, fa fuori tutti, punisce, eccetera. C’è il Dio che ama tutti e dà la vita per tutti, cominciando dai nemici. E questo è il vero Dio. E Gesù fu ucciso per bestemmia perché disse che Dio è così. Per bestemmia da persone religiose, e non qualunque!

Estratti da riflessioni di Silvano Fausti e Filippo Clerici
http://www.gesuiti-villapizzone.it
2005/06