Lectio Vangelo del giorno

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Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,11-17: Ragazzo, dico a te, àlzati!

Lectio divina di Silvano Fausti

Gesù entra in città con i suoi discepoli a portare la vita, dalla città esce una folla che porta un morto – uno della serie che prima o dopo abbraccia tutti. È l’incontro tra il corteo della vita, e quello della morte. E la vita vince la morte.

11 E avvenne in seguito: andò verso una città chiamata Nain; e andavano con lui i suoi discepoli e molta folla. 12 Ora quando si avvicinò alla porta della città, ecco che era accompagnato un morto, figlio unigenito di sua madre, ed essa era vedova; e una folla considerevole della città era con lei. 13 E, vistala, il Signore si commosse su di lei e le disse: Non piangere! 14 E, avanzato, toccò la bara – ora i portatori si arrestarono – e disse: Giovanetto, a te dico: dèstati! 15 E il morto sedette sopra e cominciò a parlare e lo diede a sua madre. 16 Ora timore prese tutti e glorificavano Dio dicendo: Un profeta grande fu destato tra noi e Dio visitò il suo popolo! 17 E questa parola su di lui uscì nell’intera Giudea e in tutta la regione.

La prima nascita dell’uomo avviene mediamente dopo nove mesi di gestazione, mentre la seconda nascita avviene entro l’arco dei novant’anni: è la nascita definitiva e la gestazione dura tutta la vita.

La morte è il nemico fondamentale dell’uomo così come ora la viviamo. Di per sé sarebbe un evento naturale – si viene da Dio e si torna a Dio –. Dopo il peccato, invece, la morte è avvelenata, perché non sappiamo più di venire da Dio e tornare a Dio; sappiamo solo di venire dal nulla e tornare al nulla. Viviamo, quindi, abbastanza nell’angoscia questo pezzetto fuori dal nulla credendo che ritorniamo al nulla.

Il gesto di resurrezione che Gesù farà è semplicemente un segno per dire: guarda che la morte non ha un valore definitivo, ma è semplicemente un passaggio – tanto è vero che la posso rendere anche reversibile –, c’è un’altra vita.

Questo brano, molto toccante, lo troviamo solo in Luca, insieme a un altro racconto di resurrezione. Normalmente i miracoli nel Vangelo sono sempre fatti perché c’è la fede di qualcuno e c’è la preghiera e la nostra preghiera e la nostra fede ci mettono in comunione con la potenza del Signore, che opera il miracolo. In qualche misura, quindi, il miracolo parte da noi. C’è, invece, un miracolo che non può partire dalla nostra fede, quello del morto che non può né pregare, né credere: quel pezzo di carne che è lì morto né crede, né prega. Quindi è tutta iniziativa del Signore quello che avviene. È il fondamento stesso della nostra fede ciò che avviene qui.

Avviene il miracolo che questo risorge. Noi siamo meravigliati di questo miracolo, ma risuscitare dai morti non è un grande miracolo, perché poi bisogna morire una seconda volta. Allora perché Gesù lo fa? Questo miracolo che Gesù fa è solo il segno di qualcos’altro: la resurrezione sua e la resurrezione escatologica nostra.

Qui siamo al centro della fede cristiana – la resurrezione dei corpi – e al centro del desiderio più profondo dell’uomo, che è appunto il non morire, o che almeno la morte non sia la parola ultima. Come già detto questo testo non suppone né la fede, né la preghiera: è un gesto gratuito del Signore, che sta a fondamento di ogni fede e di ogni possibilità di preghiera, certamente esaudita.

11 E avvenne in seguito: andò verso una città chiamata Nain; e andavano con lui i suoi discepoli e molta folla. 12Ora quando si avvicinò alla porta della città, ecco che era accompagnato un morto, figlio unigenito di sua madre, ed essa era vedova; e una folla considerevole della città era con lei.

La scena precedente si svolgeva vicino a Cafarnao, qui siamo a Nain, vicino a Sunen, a una decina di km a sud-est da Nazareth, una giornata di cammino da Cafarnao, dove Eliseo resuscitò il figlio di una vedova. Gesù si mette in cammino verso questa città di Nain. Ora non ne sappiamo il motivo, lo scopriremo dopo. “Nain” vuol dire “delizie”.

Non è che Gesù vagabondasse per le strade della Palestina. È pellegrino. È differente il pellegrino dal vagabondo. Il pellegrino sa dove deve andare. È la misericordia che lo muove verso la miseria.

Mentre arriva alle porte della città c’è il corteo che arriva dalla campagna e ce n’è uno che esce dalla città. Quello che esce dalla città è un corteo di morte – possiamo supporre che ci sia presente tutta la cittadina, il paese –, che accompagna uno, che poi resterà definitivamente fuori dalla città, nel sepolcro. Tutti lo accompagnano piangendo: nella morte dell’altro proiettano la propria: è il destino comune. Tra l’altro è morto uno giovane, una grossa maledizione quando muore il figlio, mentre i genitori vivono. Per di più è figlio unico di una madre vedova.

Tutte queste parole sono simboliche, perché la morte del figlio unico preannuncia quella che sarà la morte di Gesù, che muore e risorge.

13 E, vistala, il Signore si commosse su di lei e le disse: Non piangere!

Notate le azioni che fa Gesù in questa scena. La prima è di andare verso questa città – alla fine si dirà che ci ha visitato, ci visita venendo Lui –. Poi si avvicina alla porta, quindi la prima cosa che il Signore ha sono i piedi per venirci incontro. Normalmente siamo noi ad andare incontro a Lui: tutti i malati ad esempio gli vanno incontro. Qui è Lui che ci viene incontro, perché un morto non può andare incontro a nessuno. È Lui che ci viene incontro nella nostra morte.

Poi vede. Il Signore, quindi, ha piedi e occhi. E poi si commuove, quindi ha cuore e viscere. In questo testo Gesù è chiamato, per la prima volta dal redattore, il Signore. Signore vuol dire Jahvè: è il nome. Gesù è il Signore proprio perché vede e ha compassione. Ciò che ha guidato tutto il suo cammino e i suoi piedi e il suo occhio è il suo cuore, la compassione verso l’uomo, verso ogni uomo che da quando nasce vive in una condizione mortale.

Quindi il Signore ha piedi, ha occhio e cuore e bocca. Esattamente il contrario degli idoli che hanno piedi e non camminano, mani e non toccano, occhi e non vedono, bocca non parlano. Gesù ha inoltre il cuore che si commuove.

E dice: Non piangere. Se notate tutti i comandi di Gesù nel Vangelo sono stupidi. Con tutto il rispetto nei confronti di Gesù, ma sembrano insignificanti, o senz’altro contradditori. Dice cose assurde di per sé. Dice al paralitico di camminare, al morto di alzarsi, a chi ha la mano rattrappita stendila, alla madre di non piangere. Lo dice perché sa quel che dice. Ricordate il brano del centurione che dice: Non venire da me, basta la tua Parola. Gesù ha il potere della Parola. La parola che crea e ricrea l’uomo. La parola “non piangere” è una parola che davvero asciuga il pianto immediatamente dopo. Non è un piangere a buon mercato, infatti vedremo che anche il Signore piangerà su Gerusalemme, città che sarà morta e sterminata, perché non ha riconosciuto la visita del suo Signore: non accogliere la visita della vita vuol dire morire. Gesù piange sulla nostra morte. Anche Lui suderà sangue davanti alla morte e piangerà davanti all’amico Lazzaro, morto, nel Vangelo di Giovanni.

Gesù conosce cos’è il pianto e proprio per questo può dire: “Non piangere”, perché il suo pianto asciuga le nostre lacrime, perché Lui ha condiviso in tutto la nostra sorte: è entrato nella nostra vita e ha vissuto la nostra morte, in modo che noi abbiamo la vita, quindi a ragion veduta può dire: “Non piangere”. Anche nell’episodio successivo che abbiamo di resurrezione, al capitolo 8, la figlia di Giairo, manda via tutti quelli che piangono e dice: “Non piangete, dorme”.

In questo versetto 13 Gesù vede e dice a causa della commozione. Il Signore amante della vita e della gioia non regge il pianto e la sofferenza. Commozione dal greco è “muoversi delle viscere”, delle viscere materne di Dio, che è l’attributo fondamentale di Dio, la compassione. Gli si muovono le viscere, quando vede il nostro male. Lo sente Lui in profondità. Lì da dove noi veniamo Lui sente tutto il male. La compassione è la qualità più alta di Dio. Ogni azione del Signore scaturisce dalla compassione. La compassione è quell’azione che viene quando non c’è più nulla da fare. Prima facciamo tutto ciò che è possibile, quando non possiamo più fare nulla cominciamo a soffrire del male dell’altro. Questa compassione è il principio di tutta l’azione di Dio.

Conoscevo una suora in Mozambico, durante la guerriglia, che curava a aiutava i feriti e aiutava a nascere. Durante la guerriglia il capo dell’ospedale da campo era diventato un ufficiale di diciannove anni, straniero, allora la suora decise di andare via, perché non c’era più nulla da fare. Gli anziani del villaggio si sono riuniti e gli hanno detto “la mamma non va via quando i figli stanno per morire”.

Anche se non puoi più fare nulla si resta lì. È lì che si rivela l’amore. Il semplice star lì vale più di qualunque azione: rivela ciò che sei e l’altro non si sente solo. È la vera azione che vince la solitudine e la soglia ultima della solitudine, che è la morte.

La compassione è la cosa più divina. È più efficace. Stabilisce comunione anche nella solitudine assoluta della morte, che non è più abbandono, ma sentire l’altro. Ogni nostra azione che non nasce dalla compassione è un’azione solo di potere e di dominio sull’altro, anche se sembra fatta per amore. La compassione è la sorgente vera dell’agire che vince il male e la morte.

14 E, avanzato, toccò la bara – ora i portatori si arrestarono – e disse: Giovanetto, a te dico: dèstati!

Vediamo che Gesù Signore ha piedi che camminano verso la città – s’avvicina alla porta –; ha occhi che vedono – la prima cosa che vede è la madre –; ha viscere che sentono – si commosse –; ha bocca che parla – dice non piangere –; ha di nuovo ancora piedi e va avanti – anche davanti alla morte e alla bara si va avanti –; ha mani che toccano – toccò la bara –. Siccome la compassione è essere toccati dentro dal male altrui, toccato dentro anche i piedi si fanno avanti – si fanno prossimi alla bara – e anche la mano lo tocca.

Questa bara di legno è l’ultima abitazione, prima di rientrare al grembo della madre terra. Toccò la bara, toccò il legno e si arrestarono i portatori. Quelli che portano verso la tomba si arrestano quando lui tocca la bara – che è un immagine –. Quando Gesù toccherà la morte sul legno della croce si arresterà la morte su di lui, perché oramai ogni nostra morte sarà compagnia di Lui che è il Signore della vita.

Di nuovo è bocca che parla e dice: Giovinetto, a te dico, destati. È il secondo comando. Alla mamma che ha il figlio morto dice di non piangere e al morto parla e gli ordina di destarsi. È la parola stessa che si usa per Gesù: risorgere, destarsi vuol dire svegliarsi dalla morte.

Questa resurrezione è descritta molto in dettaglio, con tutti i sentimenti e le azioni di Gesù, per farci capire una cosa fondamentale: la morte non è più la parola che ci domina, né la paura.

Di morti ambulanti è piena la città, perché uno è già arrivato a casa, mentre gli altri sono tutti morti proiettati verso quello lì. Siamo noi gli altri. Quindi ci dice: “destati”. Svegliati.

Nella Genesi si dice che Dio dice e le cose esistono. Qui il Signore – solamente qui Luca dice di Gesù il Signore – parla e sveglia chi è morto alla relazione. Esiste perché ascolta e poi parlerà lui stesso. È come una creazione nuova.

15 E il morto sedette sopra e cominciò a parlare e lo diede a sua madre.

Il morto prima giaceva, ora siede sopra la bara, sopra la morte da vincitore della morte. La prima cosa che fa comincia a parlare, perché il non parlare, il non comunicare, il silenzio in realtà è tombale. La morte è il silenzio. Se non parli sei come uno che scende nella tomba. La vera morte è la non comunicazione, la non comunione. Già si vive la morte per questo – perché non si comunica, perché si è soli –. È addirittura più facile suicidarsi, che vivere una vita così nella solitudine. E la vera morte è la solitudine. La prima cosa che fa è parlare, comunicare.

L’uomo è uguale a Dio per via della parola, che stabilisce comunione, comunicazione, crea la relazione, la vita nuova. È bello: il morto comincia a parlare. E lo diede a sua madre. Vale la pena di generare perché non siamo consegnati alla morte alla madre terra, ma c’è quella Parola che ci riconsegna vivi alla madre.

Praticamente questo è fatto per farci riprendere quella normalità di vita, pur sapendo che dobbiamo morire, perché quello che capita al giovinetto può è deve capitare ad ognuno di noi, perché già sappiamo che la morte non è la cosa definitiva, sappiamo che è la comunione con il Signore della vita – veniamo da Lui e torniamo a Lui –. Allora già in questa vita possiamo essere riconsegnati alla madre, alle nostre relazioni: parlare, dialogare, comunicare, vivere, volerci bene.

16 Ora timore prese tutti e glorificavano Dio dicendo: Un profeta grande fu destato tra noi e Dio visitò il suo popolo! 17 E questa parola su di lui uscì nell’intera Giudea e in tutta la regione.

Davanti a questa scena tutti sono presi da timore, non inteso come paura, ma inteso come sorpresa per qualcosa di veramente grande. Questo timore sfocia, infatti, nella glorificazione di Dio, del Signore della vita, perché la gloria di Dio è l’uomo vivente.

Nel finale si dice che questa parola – il racconto di questo fatto è il fatto stesso raccontato – uscì per l’intera Giudea e per tutta la regione e ora è anche qui da noi che si racconta questo fatto, perché accada ancora con questa Parola, che ha il potere di destare dalla morte e accada a noi di destarci dalla morte, da come noi viviamo una vita morta.

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