Lectio Vangelo del giorno

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Sabato della XXIII settimana del Tempo Ordinario
Luca 6,43-49
Lectio divina di Silvano Fausti

43Infatti non c’è albero bello che faccia frutto cattivo, né albero cattivo che faccia frutto bello. 44Poiché ogni albero dal proprio frutto è conosciuto. Non dalle spine raccolgono fichi, né dal rovo vendemmiano uva. 45L’uomo buono dal buon tesoro del cuore porta fuori ciò che è buono e il cattivo dal cattivo porta fuori ciò che è cattivo. Dalla sovrabbondanza del cuore parla la sua bocca. 46Ora perché mi chiamate “Signore, Signore!” e non fate quanto dico? 47Chiunque viene verso di me e ascolta le mie parole e le fa, vi mostrerò a chi è simile: 48è simile a un uomo che, costruendo la casa, scavò e approfondì e pose fondamenta sulla roccia; ora giunta una piena, irruppe il fiume contro quella casa e non ebbe forza di scuoterla, perché fu ben costruita. 49Chiunque invece ha ascoltato e non ha fatto, è simile a un uomo che costruì una casa sopra la terra, senza fondamenta, contro cui irruppe il fiume e subito crollò e la rovina di quella casa fu grande.

Il testo che ci presenta
 l’uomo sotto le metafore dell’albero,
 poi il centro dell’uomo che è il cuore
 e poi la metafora della casa che sono le nostre relazioni.

E allora mette in rapporto queste parole della misericordia appunto con l’uomo che è l’albero – che frutto facciamo? – col cuore dell’uomo e con la casa, con le nostre relazioni.

43Infatti non c’è albero bello che faccia frutto cattivo, né albero cattivo che faccia frutto bello. 44Poiché ogni albero dal proprio frutto è conosciuto. Non dalle spine raccolgono fichi, né dal rovo vendemmiano uva.

Sono tutte espressioni chiarissime e allora le vediamo un pochino. L’albero è simbolo della vita, perché prende ciò che non è vivo: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la luce, i quattro elementi del cosmo, e li trasforma in vita. E poi è simbolo dell’uomo perché ha radici sotto terra, si erge sopra la terra, non striscia come l’animale, non è quadrupede, ha la stazione eretta, si protende verso il cielo. È l’uomo che ha le radici negli abissi, nella morte, ha coscienza di morte, ma che vive su questa terra volgendosi in alto e che pure conosce l’abisso del desiderio verso la vita.

E poi c’è l’albero latifoglie che richiama appunto la vita umana nelle sue quattro stagioni, la stagione della primavera, la stagione dell’estate, dei fiori, dei frutti, la stagione dell’inverno e poi riprende come ciclo di vita che nasce e muore, ma poi rinasce alla vita, cioè come desiderio di vita costante, di risurrezione. Avete visto come la primavera davvero sorprende: è una risurrezione. E quest’albero, che è immagine dell’uomo, risorge ogni anno. Mentre invece le piante, gli aghifogli e i sempreverdi sono simbolo dell’immortalità, non vengono mai meno.

E conosciamo molti alberi anche nella Bibbia. Si può scrivere tutta la Bibbia attraverso le piante. Puoi mangiare di qualunque pianta, ma ce ne sono due in particolari nel giardino:
 c’è l’albero della vita, l’albero della pienezza, l’albero che ti rende simile a Dio
 e c’è l’albero che ti dà la morte, il contrario.
 E poi c’è un altro albero ancora che conosciamo bene, che sarà l’albero della Croce, dove contemporaneamente vediamo tutto il male sulla Croce – non c’è male più grande di quello che è capitato sulla Croce, uccidere il Giusto, far fuori l’Autore della Vita, condannarlo come Bestemmiatore, ed è il massimo male e insieme il massimo bene: lì Dio rivela tutto il suo amore per l’uomo dando la vita per lui e questo è l’albero dell’Apocalisse che dà frutti dodici volte l’anno, cioè che dà sempre frutti e le sue foglie non sono come le foglie di fico che nascondono, ma servono per guarire le malattie di tutti i popoli.

Quindi l’albero ha una grossa storia. E qui si parla dell’albero bello che fa frutti belli. Voglio dire: un albero di pere non si sforza di far pere, fa pere perché è un albero di pere. Se è un melo, fa mele. Così in fondo tu agisci secondo la tua natura. Quindi come faccio a sapere se ho capito il discorso della misericordia? Se sono figlio di Dio? Basta vedere i miei frutti. Sono frutti belli? Qual è il frutto dello Spirito? Galati 5, 22: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, mitezza, bontà, dominio di sé… porto questo frutto, che detto in una parola è la misericordia? Va bene! È un albero buono!

Porto invece un frutto cattivo –in greco la parola “frutto” e la parola “pagliuzza” hanno quasi lo stesso suono. Chi guarda le pagliuzze porta frutti molto cattivi! Per “frutto cattivo” in greco usa una parola che vuol dire “putrido”, quel frutto che marcisce, frutto di marciume, frutto di morte. Conosciamo bene anche i frutti di morte: l’invidia, gli odi, le gelosie, le stregonerie, … tutto quello di cui Paolo parla, le opere della carne.

E allora direi: non è che c’è da sforzarsi di fare il bene; il problema è: se siamo buoni facciamo il bene, se siamo cattivi facciamo il male. Sì, posso metter su dei frutti di plastica verniciati bene; anche negli aeroporti ci sono sempre quelle piante che sembrano perfettissime, poi ci si accorge che sono di plastica! Come tante virtù, sono di plastica! Ma cosa c’è nel cuore?…

Credo che il lettore, anche molto distratto, scopre di fare frutti cattivi; non sono i nostri frutti questi. E allora cosa dobbiamo fare? Far finta di farli? No, mi riconosco albero cattivo. Mi riconosco bisognoso di misericordia, mi riconosco albero secco, che dovrebbe essere bruciato. Al mio posto però ci sarà l’albero verde, quello di Cristo che dà la vita per me. E allora proprio il luogo del mio male è il luogo dove io ricevo misericordia e faccio esperienza della grazia, in modo che possa aver grazia per gli altri. Per cui, paradossalmente, il mio innesto, nell’albero della vita, è proprio il mio male, la Croce, in fondo. La Croce che entra nel mio male, porta su di sé il mio male e mi rivela tutto il bene di Dio proprio lì nel mio male.

45L’uomo buono dal buon tesoro del cuore porta fuori ciò che è buono e il cattivo dal cattivo porta fuori ciò che è cattivo. Dalla sovrabbondanza del cuore parla la sua bocca

Si dice che in fondo il principio del bene e del male, allora, prima che nelle opere – che qualche volta possono anche mentire, puoi fare anche bella figura con gli altri, parli bene, non perdi molto il controllo, ecc. – sta nel cuore. Però tu il tuo cuore lo conosci. E il principio del bene e del male è ciò che c’è nel cuore. Non nelle cose. Le cose sono tutte buone. Non c’è una cosa cattiva al mondo. Ha fatto tutto Dio! È l’uso che noi ne facciamo che è buono o cattivo. Se il mio uso è mosso dall’egoismo, dall’invidia, dalle gelosie, dalle ire, dalle contese, dalle risse, da tutto quel che volete di male, allora tutto diventa male! Se invece è mosso dall’amore, dalla gioia e dalla pace, ecc., allora tutto diventa bene. Il problema è allora avere il buon tesoro del cuore. Principio del bene e del male non sono le cose, ma è il cuore. Il cuore buono fa uscire il bene. Il cuore cattivo – ancora lo stesso termine “putrido, marcio”, il cuore morto – fa uscire morte. All’esterno forse possiamo anche mentire, ma noi conosciamo bene il nostro cuore…

E poi nel finale dice una cosa estremamente interessante: parla di frutti; i frutti sono le opere, le cose che fai. Il primo frutto, la prima opera fondamentale del cuore, sapete qual è? È la parola. Perché, dice, dalla sovrabbondanza del cuore, parla la sua bocca. Può sembrare strano, ma l’opera principale che l’uomo fa non sono le opere, sono le parole. Tutti i nostri rapporti sono retti dalle parole. Le parole possono essere buone, possono essere cattive.

Sulla parola vi consiglio di leggere quello che dice il capitolo 3 di Giacomo fino a tutto il capitolo 4 che è spettacolare, proprio tutto sulla parola. E dice: Se uno non manca nel parlare è un uomo perfetto, capace di tenere a bada tutto il proprio corpo. Quando noi mettiamo il morso in bocca ai cavalli, ci obbediscono. Così possiamo dirigere tutto il loro corpo. Così le navi con un piccolo timone noi le guidiamo anche con venti gagliardi. Così anche la lingua. Può condurre tutta la nave e tutto il mondo dove vuole. È come una scintilla può provocare un grosso incendio.

E poi continua: la lingua è un fuoco, è il mondo dell’iniquità, vive inserita nelle membra e contamina tutto il corpo e incendia il corso della vita, traendo la sua fiamma dall’abisso della Geenna. Ogni sorta di bestie, di uccelli, di rettili, di mostri marini sono stati domati dalla razza umana, ma la lingua nessun uomo è riuscito a domarla.

E poi si meraviglia: come mai dalla lingua possono uscire parole buone e parole cattive? Ma è possibile che da una sorgente esca acqua avvelenata e acqua buona? E va avanti, continuando sul tema della lingua. Perché tutto il bene e il male viene dalla parola.

Il primo frutto è la parola, la parola buona, e la parola cattiva, che vuol dire il cuore buono e il cuore cattivo, che vuol dire l’occhio buono e l’occhio cattivo. E questo perché appunto il testo fondamentale – v. 36 – della misericordia, dice: non giudicate, non condannate, perché il primo peccato è nella parola, sempre. Cosa che noi trascuriamo. Di fatti termina il capitolo dicendo: non sparlate gli uni degli altri, chi sparla del fratello e giudica il fratello, giudica la legge e giudica Dio che ha dato la legge di non giudicare.

46Ora perché mi chiamate “Signore, Signore!” e non fate quanto dico?

Qui siamo alle battute conclusive, sta parlando dei cristiani molto bravi, i quali invocano Gesù e lo chiamano: “Signore, Signore!” e dicono anche “Kyrie eleison, Kyrie eleison” e fanno le loro acclamazioni, le loro liturgie, le loro preghiere e anche pensano tutto giusto. Il problema non è pensare tutto giusto e pregare. È giusto pregare, è giusto pensare giusto; il problema è: perché non fate quello che dico? Cioè, oltre l’ortodossia, c’è l’ortoprassi. La parola è da fare, non solo da dire e da ascoltare. È vero, è la Parola che ci fa, ma se veramente l’hai accolta la Parola è un seme, allora la tua vita è trasformata.

47Chiunque viene verso di me e ascolta le mie parole e le fa, vi mostrerò a chi è simile: 48è simile a un uomo che, costruendo la casa, scavò e approfondì e pose fondamenta sulla roccia; ora giunta una piena, irruppe il fiume contro quella casa e non ebbe forza di scuoterla, perché fu ben costruita.

Circa il chiamare “Signore, Signore” e avere tutte le idee giuste, è ancora Giacomo – è una lettera che si può consigliare di leggere alla fine – che dice: se tu hai fede, sappi che i demoni hanno molta più fede di te. Cioè tante volte la nostra fede è demoniaca, sappiamo tutto, ma facciamo il contrario. Anche i demoni credono che c’è Dio, lo conosco anche meglio di noi. Il problema è se faccio la sua volontà. C’è uno stacco tra la parola e la vita: è qualcosa di diabolico nel senso che proprio diabolico è il divisore…

E poi termina tutto il discorso con il tema della “casa”. Giovanni usa molto il termine “dimora”, “dimorare”. Dov’è di casa l’uomo, dov’è che abiti? Dire dove abiti vuol dire chi sei. La casa non è la tana, è il luogo delle tue relazioni, è il luogo della tua vita, e la prima domanda che fa Dio ad Adamo è: “Dove sei?” “Dove abiti?”, “perché non sei più al tuo posto?”. Perché? perché la casa dell’uomo è Dio. Uno abita di casa dov’è amato, dov’è accolto. E Dio ama eternamente l’uomo, eternamente ci accoglie da sempre, quella è la nostra cosa. Come nei primi nove mesi la nostra mamma è stata la nostra casa, così da sempre tutti siamo di casa in Dio, perché se tu ami una persona ce l’hai dentro, è in te. E diventa il centro della tua vita e della tua attenzione…

Il problema è che anche noi amiamo Dio perché anche Lui possa essere in noi, allora è reciproco, allora vive anche Dio, poverino, perché vive dove è amato. Uno vive dove è amato, lì è la sua casa. L’amore fa abitazione, l’amore è casa…

Mi colpiva un po’ andando per strada guardando le persone, una cosa banalissima: tutte le persone che vedi, normalmente, o stanno andando via da casa, o stanno tornando a casa, dipende dall’ora. Il percorso è quello. O stai andando via da casa per andare al lavoro, o stai tornando a casa. Che è tutta la nostra vita, in fondo. Se per caso non stai andando via da casa o non stai tornando a casa, o sei esule, o sei fuggiasco, o ne hai fatto qualcuna di grossa, o veramente sei uno senza casa, che è la cosa peggiore, ti manca l’identità, ti mancano le relazioni, sei vagabondo, sei perduto se non hai un punto di riferimento.

Quindi la casa è davvero importante. E noi vogliamo costruire la casa e la nostra casa, in fondo c’è da sempre. Gesù dice: Vado a prepararvi una casa, una dimora. E qual è la nostra dimora? Presso il Padre mio ci sono tante dimore, tante case, una per ciascuno. Cercano tutti la villetta in Dio! E l’amore che Lui ha per noi è la nostra casa. E Gesù ce l’ha preparata venendo sulla terra a rivelarci questo amore. Per cui, proprio sotto il tema della casa e del dimorare si può spiegare tutto il Vangelo di Giovanni, e anche tutta la Scrittura, da “Adamo dove sei? Qual è la tua casa?” fino alla fine, all’Apocalisse, con le nozze. E allora tutti vogliamo costruire la casa.

Qual è la nostra casa? Esattamente è la Parola dove l’uomo sta di casa. Le parole di Gesù che ha appena detto sulla misericordia sono la casa dell’uomo. Lì possiamo stabilire relazioni di accoglienza reciproca, dove possiamo stare di casa l’uno presso l’altro…

Allora vi mostrerò a chi è simile colui che ascolta le parole e le fa… Perché si possono ascoltare e non ascoltarle, sentirle senza ascoltarle. Ascoltarle vuol dire “farle”, viverle queste parole.

Ecco chi vive queste parole è simile a un uomo che, costruendo una casa, – tutti ci costruiamo una casa, un’abitazione – scavò, approfondì, e pose fondamenta sulla roccia, sinonimo di Dio. Proprio le parole che abbiamo sentito sulla misericordia sono da approfondire, da scavare e ci fanno porre le fondamenta della nostra vita sulla roccia, stabile.

Allora chiaramente vengono le difficoltà della vita e sono uguali sia per i buoni che per i cattivi: irruppe il fiume, le acque – sono simbolo della morte, delle difficoltà che si abbattono sulla casa – non ebbero la forza di scuoterla, perché fu ben costruita. Perché ben costruita? Perché hai ascoltato questa parola e la fai, e hai scavato e hai approfondito, e hai posto il fondamento della tua vita su questa roccia che è questa parola di misericordia…

C’è un ascolto che è una pura “audizione”, c’è invece un ascolto che sa di “obbedienza, “ob-audire”, è un ascolto che è umile e recettivo, è un ascolto che consente alla Parola di entrare in noi, la Parola è un seme che produce frutto. È la qualità dell’ascolto. È l’atteggiamento con cui noi ascoltiamo, riceviamo, accogliamo la Parola.

Circa l’ascolto, se voi guardate l’inizio del Vangelo di Marco, ma poi viene fuori anche altrove, comincia con un esorcismo di sabato nella sinagoga, dove abitualmente arrivava ogni sabato, in quella sinagoga, un uomo che stava sempre lì tranquillo e ascoltava la Parola di Dio. Solo che era indemoniato. Poteva ascoltare tranquillo la Parola di Dio. Perché si può ascoltarla tranquillamente. Fai dei bei ragionamenti, combini il soggetto con l’oggetto, vedi le variazioni, vedi tutte le cose. Quando però quella Parola ti tocca il cuore e dici: “adesso la vivo”, allora esplode, e lo spirito del male dice: “che c’entri con me, sei venuto a rovinarmi?” Quando allora la Parola ci “scoccia” è proprio lì che penetra in noi e snida il male e ci dona la sua misericordia. Se noi l’ascoltiamo con una semplice curiosità per imparare una cosa in più su Dio, perdiamo tempo, perché per quante nozioni su Dio accumuliamo, sappiamo niente…

Dio nella sua Parola ci comunica Se stesso, per cui non può essere una Parola letta in modo neutro, c’è sempre la persona che parla, che si comunica a te; e se leggi la Parola di Dio, o entri in comunione con Dio o non capisci quella Parola. Come ogni altra parola d’altronde: per capirla, devi capire la persona. E delle persone antipatiche non accettiamo neanche che ci parlino, ci dà fastidio la voce!

Chiunque invece ha ascoltato e non ha fatto, è simile a un uomo che costruì una casa sopra la terra, senza fondamenta, contro cui irruppe il fiume e subito crollò e la rovina di quella casa fu grande. Allora si può ascoltare e non fare, allora avviene come quell’uomo che costruì anche lui la sua casa sopra la terra. Non ha scavato, non ha fondato sulla roccia e irrompe il fiume: C’è sempre “il fiume che irrompe”: penso che sia proprio inteso questo “fiume” come il fiume della morte che poi arriva e di cui abbiamo infiniti anticipi, che presto o tardi irrompe. E cosa rimane della tua vita? Della tua casa? Nulla, crolla tutto! Ma non solo alla fine, crolla già tutto anche prima. Una relazione che non è fondata sulla misericordia, quanto dura? Il primo rigagnolo la fa crollare, la prima incrinatura nel rapporto, non c’è più nulla…

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