Santo del giorno

Domenica il rito a 44 anni dalla morte di Giovanni Paolo I. Una figura che continua ad affascinare per la profonda spiritualità

Stefania Falasca, Avvenire

Nel momento esatto in cui lasciò questa terra teneva stretta tra le mani una virtù, la prima delle virtù cardinali: quella della prudenza, la virtù necessaria a chi governa. I fogli rinvenuti tra le sue mani dopo la morte di Giovanni Paolo I riguardavano proprio un suo scritto del 1964 su quella che la sapienza classica considera l’auriga, la condottiera di tutte le virtù. L’aveva messa all’ordine del giorno per l’udienza generale del mercoledì successivo, come confermano gli appunti autografi del suo personale block notes, per dare seguito al suo programma di pontificato. Perché Giovanni Paolo I voleva tracciare la strada con le “Sette lampade” della vita cristiana: le virtù teologali della fede, della speranza e della carità e le quattro virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza. Quelle che con il Giornale dell’anima di Giovanni XXIII chiamava: «Le Sette lampade di santificazione».

E nei trentaquattro giorni di pontificato aveva così messo le fondamenta del suo magistero, cominciando dalle prime tre. Per «Farle risplendere», «Iª = la fede» e lo fa con i versi dialettali di Trilussa, come li appunta nella sua agenda personale usata nel pontificato, dove si prende atto in modo diretto della genesi di tutti i suoi interventi che sembravano a braccio, di tutti i suoi discorsi e delle sue udienze e che oggi, per la prima volta, proprio alla luce delle carte, sono stati restituiti alla loro integrità e profondità e dati recentemente alle stampe a cura della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo I. Alla fede segue la speranza nell’udienza del 20 settembre «virtù obbligatoria per i cristiani», «conseguenza – afferma citando il Concilio – che non solo non esime i cristiani dall’edificazione di un mondo migliore ma li obbliga con impegno ancora più stringente». Infine, la carità che è tutto, che è la Cathedra della fides romana. E chiamando in causa Dante ci porta al cuore del magistero, facendolo precedere da un’altra virtù: quella umiltà, che rappresenta l’essenza del cristianesimo, la virtù portata nel mondo da Cristo e l’unica che a lui porta e l’unica da cui può prendere principio ogni cammino nella Chiesa.

​Udienze che si mostrano perciò punta di un iceberg di riprese e affinamenti continui nel tempo, nella cornice di una solida formazione teologica e di una geniale sintesi di sacro e profano, nova et vetera, erudizione e semplicità in uno stile colloquiale che è comprensivo del mondo e degli uomini ed è con essi dialogante e comprensibile, affinché il messaggio della salvezza possa giungere a tutti. Uno stile che nulla lascia all’improvvisazione e ha un segreto: il sermo humilis, la scelta teologica canonizzata da sant’Agostino nel De predestinatione sanctorum, nel quale il padre della Chiesa afferma che la verità deve essere posta con delicatezza, perché si deve adeguare sia alla natura stessa della verità, sia tanto più alle possibilità di ricezione dell’uditore perché questi la possa ricevere. E per papa Luciani perciò anche la scelta dello stile colloquiale non è che un atto d’amore verso Dio e verso gli uomini e pertanto attiene anch’esso alle virtù teologali. Virtù che sono non solo predicate ma soprattutto praticate, vissute, e in un modo non comune. Sono queste le ragioni per le quali oggi viene beatificato.

Non si beatifica un papa perché è papa, non si beatifica un pontificato. La Chiesa da sempre ha un unico criterio che riconosce per proclamare beati o santi: e cioè che la santità consiste essenzialmente nell’unione con Dio realizzata dalla grazia. Tutta la plurisecolare e complessa procedura che li porta agli onori degli altari serve solo per accertare se questo c’è ed è autenticamente vissuto. E a questo livello, che i candidati suggeriti dal sensus fidelium, indicati dal popolo di Dio, siano netturbini, operai, scaricatori di porto o papi, nulla cambia. Gli elementi per Giovanni Paolo I sono quindi quelli sempre validi per tutti coloro che vengono proclamati beati dalla Chiesa come confessori della fede: aver sempre cercato l’unione con Dio e aver vissuto, nella ferialità, tutte le virtù cristiane in modo non comune.

Appena consacrato vescovo di Vittorio Veneto, nel 1959, pronunciò queste parole che restano filo conduttore di tutto il suo ministero fino alla Cattedra di Pietro: «Io cercherò di aver sempre davanti al mio episcopato questo motto: fede, speranza, carità. Se mettiamo in pratica queste tre cose, siamo a posto: se abbiamo la fede, se abbiamo la speranza, se abbiamo la carità. Cercate anche voi di fare altrettanto. Siamo tutti poveri peccatori». Questi i tratti salienti della sua spiritualità e della sua santità. «Tutta la vita di Albino Luciani fu impegnata a ricercare la sostanza del Vangelo, come unica ed eterna verità, al di là di ogni contingenza storica o di moda», osservò il noto filologo Vittore Branca, che era stato vicino a Luciani negli anni del patriarcato a Venezia. Luciani era così rimasto fedele alla dottrina di san Francesco di Sales, santo che gli fu caro fin dall’adolescenza, quando lesse la Filotea. Introduction à la vie devote e il Traicté de l’amour de Dieu e come lui ha «reso facile a tutti la via verso Cristo», come è scritto nel breve pontificio che lo riconosce Dottore della Chiesa.

Da qui il pastore nutrito di umana e serena saggezza e di forti virtù evangeliche, che precede e vive nel gregge con l’esempio, senza alcuna separazione tra la vita personale e la vita pastorale, tra la vita spirituale e l’esercizio di governo, nell’assoluta coincidenza tra quanto insegnava e quanto viveva. A partire da quelle che ha Luciani predicato e prima ancora vissuto anche nelle quattro udienze del suo magistero da Papa: fede, speranza e carità, precedute dall’umiltà. Una testimonianza autentica di cristianesimo, nella quale lo stesso popolo di Dio si identifica e si edifica. E per questi motivi, papa Luciani, anche se Papa, è modello non solo per i preti, i religiosi ma per tutti e imitabile da tutti.

A queste ragioni che ne sono fondamento scaturisce e si coniuga il messaggio attuale di questa beatificazione, quella che nei termini della procedura canonica viene definita opportunitate canonizationis per la Chiesa. Qual è la sua attualità? In calce, nella sua agenda personale del pontificato, citando il santo vescovo del IV Avito di Vienne siglava così l’essere ministri nella Chiesa: «Servi, non padroni della Verità». Giovanni Paolo I aveva infatti assimilato già nella sua formazione sacerdotale quella visione, cara ai Padri del primo millennio, della Chiesa come mysterium lunae: una Chiesa cioè che non brilla di luce propria, ma di luce riflessa; una Chiesa che non è proprietà degli uomini di Chiesa, ma Christi lumini. Immagine della natura ecclesiale e dell’agire che le conviene che aveva irrigato diffusamente i documenti del Concilio e che divenne decisiva e feconda nell’iter pastorale di Luciani.

Egli ha vissuto l’esperienza del concilio Ecumenico Vaticano II, come risalita alle sorgenti del Vangelo e l’ha applicato facendo progredire la Chiesa lungo le strade maestre da esso indicate. Prossimità e disponibilità fraterna al dialogo con la contemporaneità e al dialogo internazionale condotto con perseveranza in favore della giustizia e della pace, semplicità evangelica, insistenza sulla opere di misericordia e sulla tenerezza di Dio, ricerca della collegialità e dell’unità dei cristiani, il servizio nella povertà ecclesiale, sono i tratti salienti di un magistero vissuto che quarant’anni fa suscitarono una vasta risonanza e grande affetto nel popolo di Dio. Sono gli stessi tratti che lo rendono attuale anche per la Chiesa del XXI secolo. Giovanni Paolo I è stato e rimane un riferimento inalienabile nella storia della Chiesa, testimone oggi di una Chiesa che con il Concilio è risalita alle sorgenti per essere fedele alla natura della sua missione nel mondo e testimone oggi di ciò che il fondamento autentico del vivere nella Chiesa e per la Chiesa.

Profilo biografico
presentato durante il rito della beatificazione

Albino Luciani nacque il 17 ottobre 1912 a Forno di Canale (oggi Canale d’Agordo), provincia e diocesi di Belluno-Feltre. Primogenito dei quattro figli di Giovanni Luciani e Bortola Tancon, fu battezzato in casa dalla levatrice il giorno stesso della nascita. Il 26 settembre 1919 ricevette la cresima dal vescovo Giosuè Cattarossi e successivamente la prima comunione dalle mani del pievano don Filippo Carli. Sotto la sua guida Albino Luciani apprese i primi insegnamenti della dottrina cristiana e si avviò agli studi, maturando precocemente la sua vocazione.

Il 17 ottobre 1923 cominciò il percorso formativo nel Seminario minore di Feltre e nel 1928 fece il suo ingresso al Seminario Gregoriano di Belluno per gli studi liceali, filosofici e teologici. Il 10 febbraio 1935 ricevette il diaconato e il 7 luglio dello stesso anno fu ordinato sacerdote nella chiesa di San Pietro a Belluno, con dispensa pontificia super defectum ætatis. Dopo un breve periodo come vicario-cooperatore di Canale d’Agordo e coadiutore ad Agordo, nell’autunno del 1937 fu chiamato a Belluno come vice-rettore del Seminario Gregoriano e docente delle classi di liceo e teologia. Per un ventennio si dedicò all’insegnamento della teologia dogmatica e del diritto canonico e, secondo le necessità, di patristica, liturgia, arte sacra, eloquenza, catechetica, pastorale e amministrazione. All’intensa attività didattica ed educativa unì anche quella di pubblicista, scrivendo articoli per il settimanale diocesano «L’Amico del Popolo». Il 16 ottobre 1942 ottenne la licenza in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana e nel 1947, presso la medesima Università, conseguì il dottorato in teologia dogmatica, con una tesi su L’origine dell’anima umana secondo Antonio Rosmini.

Al cumulo delle mansioni e delle responsabilità educative si affiancarono anche gli incarichi pastorali e di governo: nel novembre 1947 il vescovo Girolamo Bortignon lo nominò pro-cancelliere vescovile e lo designò segretario del Sinodo diocesano, affidandogli la responsabilità dell’organizzazione; nel febbraio del 1948 lo nominò pro-vicario e direttore dell’Ufficio catechistico. Il successore del vescovo Bortignon, monsignor Gioacchino Muccin, lo confermò in tutti gli incarichi; l’8 febbraio 1954 lo promosse vicario generale della diocesi, e, nel 1956, canonico della cattedrale.

Il 15 dicembre 1958, nel primo concistoro indetto da San Giovanni XXIII, fu preconizzato vescovo di Vittorio Veneto. Il successivo 27 dicembre ricevette la consacrazione episcopale nella basilica di San Pietro da san Giovanni XXIII e l’11 gennaio 1959 fece il suo ingresso in diocesi. L’attività pastorale che egli svolse nel del periodo vittoriese (1959-1969) fu intensa. Il motto episcopale Humilitas, preso in prestito da san Carlo Borromeo e da sant’Agostino e che Luciani volle impresso sullo stemma insieme alle tre stelle – indicanti fede, speranza e carità – segnò l’orientamento costante del suo ministero episcopale. Attento al dialogo e all’ascolto, diede priorità alle visite pastorali e al contatto diretto con i fedeli, mostrando sensibilità verso i problemi sociali del territorio. Sollecitò la partecipazione attiva dei laici alla vita della Chiesa. Ebbe attenzione alla vita del clero, favorendo la collaborazione tra i sacerdoti, dedicandosi alla cura delle vocazioni e alla formazione dei giovani presbiteri. Si distinse nella predicazione, mostrando impareggiabili doti di comunicazione del messaggio evangelico.

Durante il suo episcopato partecipò a tutte le sessioni del Concilio Vaticano II (1962-1965) e ne trasmise gli insegnamenti e gli orientamenti in diocesi con singolare chiarezza ed efficacia. Invitò a Vittorio Veneto i vescovi conosciuti al Concilio per far comprendere la dimensione universale della Chiesa e aderì alle richieste di sacerdoti fidei donum per le diocesi di São Matéus in Brasile e Ngozi in Burundi.

Il 15 dicembre 1969 fu annunciata la sua nomina alla sede patriarcale di Venezia e l’8 febbraio 1970 egli fece il suo ingresso nella nuova diocesi. Il 16 settembre 1972, in viaggio verso il Congresso Eucaristico Nazionale di Udine, san Paolo VI fece visita a Venezia e lo onorò pubblicamente imponendogli la propria stola davanti alla folla in piazza San Marco e il 5 marzo 1973 lo creò cardinale. Dal 1972 al 1975 è vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana. A Venezia Luciani restò fedele all’impostazione di lavoro e allo stile pastorale vissuto a Vittorio Veneto: uno stile di vita sobrio a beneficio dei poveri, aperto al dialogo e con una particolare attenzione agli ultimi e ai malati. Tutto ciò, insieme a un temperamento amabile, gli fecero guadagnare le simpatie del popolo veneziano. Non fece mancare il suo appoggio agli operai di Marghera, spesso coinvolti in agitazioni sindacali e, in diversi viaggi all’estero, incontrò le comunità di emigrati italiani: in Svizzera (giugno 1971), in Germania (giugno 1975) e in Brasile (novembre 1975). In quegli anni pubblicò articoli su temi ecclesiali e di attualità sulle colonne de «Il Gazzettino» e de «L’Osservatore Romano» e nel 1976 diede alle stampe Illustrissimi, originale silloge di epistole indirizzate ai grandi del passato, caratterizzata dalla forma espositiva agile e colloquiale, fondata sulla scelta teologica del sermo humilis, affinché il messaggio cristiano possa arrivare a tutti.

Nella primavera del 1974 intervenne con decisione per la posizione assunta dalla FUCI diocesana nei confronti del referendum sul divorzio, mostrando la sua guida ferma nella difesa della comunione episcopale e della fedeltà al Papa. I suoi interventi lo qualificavano a livello nazionale per un senso di responsabilità coraggiosa, nel solco della Tradizione della Chiesa.

All’indomani della morte di san Paolo VI, il 6 agosto 1978, il patriarca Luciani lasciò Venezia. Il 25 agosto entrò in Conclave e sabato 26 agosto fu eletto Papa scegliendo per sé il doppio nome di Giovanni Paolo I, in ossequio ai due pontefici che erano stati le colonne e le guide del Concilio. Il 27 agosto rivolse il primo radiomessaggio Urbi et Orbi e recitò il primo Angelus in piazza San Pietro rivolgendosi ai fedeli in prima persona. Nell’agenda personale del pontificato siglava in calce, con queste parole, l’essere ministri nella Chiesa: «Servi, non padroni della Verità».

Nel primo discorso ai Cardinali nella Cappella Sistina elencò i punti programmatici del suo pontificato con i sei «vogliamo», secondo le direttive conciliari per una risalita alle sorgenti del Vangelo, una rinnovata missionarietà e collegialità episcopale, il servizio nella povertà ecclesiale, la ricerca dell’unità dei cristiani e il dialogo interreligioso condotto con perseveranza e determinazione, in favore della giustizia e della pace. I primi gesti del suo pontificato fecero subito cogliere il tratto originale di uno stile di vita improntato a servizio e semplicità evangelica. Come modello di ministero volle seguire il suo illustre predecessore san Gregorio Magno, sia nel suo ufficio di maestro che in quello di guida e pastore; lo imitò nella catechesi, che sapeva adeguarsi alle capacità degli uditori e che Giovanni Paolo I dimostrò di seguire nelle quattro udienze generali. Lasciando un solco nella storia della catechesi, egli ripropose l’attualità e la bellezza della vita cristiana fondata sulle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Il 6 settembre, alle tre udienze sulle virtù teologali, fece precedere quella sulla virtù dell’umiltà, che rappresenta per Luciani l’essenza del cristianesimo, la virtù emblematica portata nel mondo da Cristo e l’unica che a Lui, mite e umile di cuore, conduce.

Il 27 settembre concluse il suo magistero pontificio con la catechesi sulla carità, continuando il suo insegnamento fino all’ultimo giorno, con la parola e con uno stile di vita povero e umile. Nella tarda sera del 28 settembre 1978, dopo appena trentaquattro giorni di pontificato, Giovanni Paolo I morì improvvisamente. Nel segno di una carità intensa verso Dio, verso la Chiesa e verso l’umanità, si era chiuso il suo breve ma esemplare pontificato.

La sua salma fu tumulata nelle Grotte Vaticane il 4 ottobre 1978. La causa di canonizzazione si è aperta nella diocesi di Belluno-Feltre il 23 novembre 2003 e si è conclusa il 9 novembre 2017 con il decreto per la proclamazione delle virtù eroiche. Il 13 ottobre 2021 è stato pubblicato il decreto con il quale Papa Francesco ha riconosciuto il miracolo attribuito all’intercessione di Giovanni Paolo I a favore di una bambina in fin di vita per una malattia cerebrale, della arcidiocesi di Bueno Aires.