Lectio del Vangelo del giorno

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L’unico segno certo della presenza di Dio è la gioia

Venerdì della XXII settimana del Tempo Ordinario
Luca 5, 33-39 I tuoi discepoli mangiano e bevono
Lectio divina di Silvano Fausti

Con Gesù si celebrano le nozze tra Dio e l’uomo, compimento dell’alleanza. I discepoli conducono una vita festosa, nella gioia e nell’amore dello Sposo.

33 Ora quelli dissero a lui: I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, similmente anche quelli dei farisei; i tuoi, invece, mangiano e bevono! 34 Ora Gesù disse loro: Potete forse far digiunare i figli delle nozze mentre lo sposo è con loro? 35 Ma verranno giorni, quando sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno in quei giorni.
36 Ora diceva loro anche una parabola: Nessuno strappa una toppa da un vestito nuovo per metterla sopra a un vestito vecchio, se no certamente, e strapperà il nuovo e la toppa nuova non armonizzerà col vecchio.
37 E nessuno getta vino giovane in otri vecchi, se no certamente il vino giovane romperà gli otri ed esso stesso si spanderà, e gli otri saranno rovinati. 38 Ma bisogna gettare vino giovane in otri nuovi! 39 E nessuno, bevuto il vecchio, vuole il giovane; dice infatti: il vecchio è eccellente.

La scena si svolge ancora nella stessa sala di Levi, dove Gesù ha appena detto di essere il medico e il banchetto che si sta facendo in casa di Levi non è un banchetto qualunque, ma è un banchetto nuziale. E con il brano di oggi entriamo nel centro della rivelazione cristiana; è un brano, se volete, per qualche aspetto, simile a quello delle nozze di Cana in Giovanni, che è il primo dei “segni” di Gesù, il principio. E qui è il punto di arrivo.

Se notate, il testo è tutta una contrapposizione tra i discepoli di Gesù e i discepoli di Giovanni e dei farisei. E questa contrapposizione è giocata su parole molto elementari e suggestive:  mangiare e bere,  digiunare e pregare,  con lo sposo, oppure senza sposo, la solitudine,  vestito nuovo, vestito vecchio,  vino nuovo, vino vecchio.

Attraverso queste metafore molto semplici del mangiare e del bere, delle nozze, del vestito e del vino, vedremo che si esprime l’essenza del cristianesimo come gioia, come pienezza di vista – mangiare –, come pienezza di vita nell’ebbrezza – ebbrezza dell’amore, bere –, esattamente come nozze. Sono le nozze tra Dio e l’uomo che si compiono oggi per chi ascolta la Parola.

E allora ecco che c’è il vestito, nuovo, il vestito è segno del corpo; c’è una esistenza nuova. Perché? Perché c’è il vino nuovo, simbolo dello Spirito. C’è uno Spirito nuovo. E, direi, lasciamo parlare queste immagini, chiedendo al Signore di entrare in questo profondo mistero del Vangelo che ci viene rappresentato usando proprio le cose più quotidiane: mangiare e bere, amare, vestire e poi il vino.

33Ora quelli dissero a lui: i discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere; similmente anche quelli dei farisei; i tuoi, invece, mangiano e bevono;

Dicevamo che questo testo è in continuità con l’altro e si dice “quelli”: quelli erano gli scribi dei farisei che già avevano obiettato perché Gesù mangiava, sdraiato, tranquillo, coi peccatori. E Gesù aveva risposto che lui è il medico ed è venuto per i peccatori. Ora questi fanno un’obiezione ancora e dicono: i discepoli di Giovanni, i discepoli dei farisei digiunano e fanno preghiere come tutte le persone brave…

Rappresentano l’uomo religioso, che è giusto, fa tutti i suoi doveri e la giustizia sta nell’osservare qualcosa che è stato dato all’inizio. Li vedo ancorati nel passato e gli altri piuttosto protesi verso il futuro. E al presente che cosa fanno? Pensano al passato, alla restaurazione del passato, alla perfetta osservanza della legge e al presente digiunano. E fanno preghiere. E quelli di Giovanni dicono: beh, il passato è importante, però ha da venire colui che metterà tutto a posto e allora sono tutti protesi verso il futuro.

E rappresentano le due forme di religiosità fondamentale: quella ancorata alla tradizione, al passato, con tutti i tentativi di restaurazione e quella tutta ancorata al futuro, più rivoluzionaria, che vuole le cose nuove e le sta aspettando. Sia chi fa consistere la vita nel passato, sia chi la fa consistere nel futuro, al presente cosa fa? Non vive, digiuna. E prega e supplica.

Vediamo invece che i discepoli di Gesù mangiano e bevono e vedremo cosa significa. Prima vorrei fermarmi però sul digiuno e sulla preghiera, che sono, direi, due aspetti tipici della religione: il digiuno è il rapporto che abbiamo con la terra, con il nostro corpo, con i beni materiali e la preghiera è il rapporto che abbiamo con Dio.

Il digiuno ha un forte significato religioso presso tutti i popoli. Mangiare vuol dire vivere, digiunare vuol dire morire. Quindi è un segno di accettazione del limite e della morte il digiuno, simbolico, perché poi mangi. Vuol dire che riconosci che la vita non è mangiare, ma è qualcos’altro, se non altro che non ti è disponibile, perché la vita ha un limite e accetti il limite. Quindi è un segno di sapienza.

Poi direi anche che in una società, dove tutto è da consumare, il digiuno può avere un significato particolare: non è tutto da consumare. Però dobbiamo stare attenti che questo digiuno ha nulla a che fare con il privarsi del cibo per le diete, come si fa oggi. Si pensa invece a un’altra cosa: si pensa che la vita è un dono; il fatto di non possederla e di non metterci su la mano, vuol dire che l’accetti come dono, quindi in fondo è il riconoscere la condizione creaturale, fatta in questo termini simbolici.

Così per preghiera: qui sotto c’è la parola che in greco vuol dire supplica, deriva dal bisogno. L’uomo è l’unico animale che prega, perché? Perché è bisogno di altro, dell’Altro, quand’anche avesse tutto, sente di avere bisogno di qualcos’altro. Anzi dell’Altro, di qualcos’altro che lui non ha e non fa. E la preghiera esprime questo: è il nostro rapporto con Dio.

Quindi sono due azioni religiose molto belle. E come mai, invece di digiunare, i discepoli mangiano e invece di pregare, bevono? Mangiare e bere nel Vangelo richiama qualcosa di preciso: Prendete e mangiate, questo è il mio Corpo; prendete e bevete… cioè è l’Eucaristia. Noi non digiuniamo e non supplichiamo perché noi oggi viviamo la pienezza di vita, perché abbiamo incontrato il Signore e per questo facciamo Eucaristia. Ci è dato tutto con la presenza di Gesù.

Quindi il cristiano, non è uno che aspetta il futuro – quando ci saranno tempi migliori, allora sì – o che cerca di ristabilire il passato – quando una volta c’era la cristianità, allora sì! – no il cristiano, qui e ora, nelle condizioni nelle quali si trova, di tutto e sempre fa Eucaristia, mangia e beve, tutto riceve, tutto riceve come dono di Dio – mangiare – e tutto vive con lo Spirito di Dio – l’amore, il bere – e tutto in chiave eucaristica. Per cui la nostra vita è perpetua Eucaristia, perpetuo rendimento di grazie, qui e ora di ogni cosa.

34Ora Gesù disse loro: potete forse far digiunare i figli delle nozze mentre lo sposo è con loro? 35Ma verranno giorni, quando sarà loro tolto lo sposo e allora digiuneranno in quei giorni.

Si spiega allora che il nostro mangiare e il nostro bere non è un mangiare e bere qualunque, è un banchetto nuziale, perché lo sposo è con noi. La parola “Sposo” è la più bella definizione di Dio. Lo Sposo è della sposa, come la sposa è dello Sposo: uno si definisce in relazione all’altro. L’essenza di Dio si rivela in questo termine. Siamo abituati a dire: Dio è onnipotente; l’essenza del Dio cristiano è che è lo Sposo; con tutto ciò che c’è di più bello e anche di più travagliato in questo rapporto. Perché nella Bibbia è tutto travagliato il rapporto con Dio, fin dall’inizio. E il comandamento fondamentale della Bibbia è “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore”, perché? Perché Lui ti ama con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la vita, con tutte le forze.

E l’ultimo libro dell’Antico Testamento nella Bibbia ebraica, sapete qual è? Non Malachia, ma il Cantico dei Cantici. E il primo “segno” che fece Gesù – sottolineato che è “il primo” – sono le nozze di Cana. E come termina poi dopo tutto il Nuovo Testamento? Con l’Apocalisse e le nozze tra lo Sposo e la sposa. Cioè il tema nuziale domina tutta la Bibbia.

Avere coscienza di questo Amore è l’essenza del Cristianesimo. Giovanni dice: Noi abbiamo conosciuto e creduto all’amore che ha Dio per noi. E in tutti i Vangeli Dio lo si riconosce dalla Croce, quando dà la vita per amore. È vero che il rapporto con Dio si presenta sotto vari aspetti, ma la forma più alta è quella di “Sposo” – anche fratello, d’accordo, ha lo stesso sangue, la stessa vita, lo stesso Spirito – ma la forma più alta è quella di Sposo, perché indica la reciprocità di amore, dove ognuno dà tutto se stesso all’altro e viceversa e l’uno diventa l’altro.

E il segno dello Sposo, della presenza, è la festa: mangiare, bere, fare festa. Cioè è una vita nella gioia e la gioia è il segno della presenza di Dio. Ci potrebbero essere tutte le altre cose: tutte le altre perfezioni, tutto a posto, tutto in ordine, se manca la gioia vuol dire che manca l’amore e vuol dire che manca Dio, perché Dio è amore. E l’unico segno certo della presenza di Dio è la gioia. Che ci può essere anche nella tribolazione. Perché Lui è con noi anche lì.

Una gioia che anche resiste alla prova, alle difficoltà. Come è capitato dopo la prima prova che hanno avuto i discepoli, quando Gesù se n’è andato e furono fustigati – 40 colpi meno uno – uscirono pieni di gioia per essere stati stimati degni di essere disprezzati per il Signore. E la gioia è la dominante del Cristianesimo, è il segno della presenza di Dio. Per questo appunto non è più digiuno, e non è più supplica, è qualcosa di più: è il vivere alla presenza dello Sposo.

Ma verranno giorni in cui sarà tolto lo Sposo e allora digiuneranno. Allude al venerdì santo quando sarà tolto lo Sposo, digiuneranno davvero, sentiranno la privazione e la mancanza, sarà una morte anche per loro. Probabilmente è la traccia del digiuno del venerdì santo che anche i primi cristiani osservavano in ricordo di quello.

36Ora diceva loro anche una parabola: nessuno strappa una toppa da un vestito nuovo per metterla sopra a un vestito vecchio, se no certamente, e strapperà il nuovo e la toppa nuova non armonizzerà col vecchio

Si va avanti per accostamenti di immagini che compongono poi un mosaico. Il mangiare e il bere festoso richiama le nozze, quindi lo sposo. Tra l’altro, un inciso, la parola “mangiare” percorre un po’ tutta la Bibbia, dalle prime parole: Tutto potete mangiare, di tutto potete vivere…Eva che prese e mangiò dell’unica cosa che non poteva mangiare… fino alla fine Prendete e mangiate…

E come il termine “sposa”, abbiamo già visto, domina tutta la Bibbia, così anche con la parola “vestito” si può ricostruire tutta la Bibbia. Ricordate dove ricorre la parola “vestito”? pensate alle foglie di fico? No, il primo vestito è che erano nudi, perché il vestito era la loro somiglianza con Dio. Persa la somiglianza con Dio, perché ci siamo nascosti da Lui, ci siamo allontanati, allora ci siamo inventati le foglie di fico. E Dio invece ci dà un vestito di tuniche di animali, in attesa di darci le vesti del Figlio: ai piedi della Croce ci dà le vesti del Figlio. Vedremo nel capitolo 15, che quando il figlio peccatore torna a casa, il padre dice: tirate fuori la veste, la prima. Qual è la prima veste dell’uomo? È l’essere figlio. Questa è la nostra veste. La veste è il corpo, l’identità, come appare anche al di fuori. E poi ricordate in Apocalisse 13, 1, la donna vestita di sole, cioè vuol dire vestita di niente, con la luna e le stelle sotto i piedi. È ancora l’umanità nuova che è come Adamo, pura immagine di Dio. E Paolo che dice: Rivestitevi di Cristo, è Lui il nostro vestito. E il vestito vuol dire allora la nostra vita concreta nel corpo, che dev’essere a immagine di Dio.

E perché dice questa parabola? La dice esattamente a quelli che fanno obiezioni: e la dice anche a noi, perché noi cerchiamo sempre di combinare il nuovo con il vecchio. Cioè, dico: va bene che lo sposo è presente, però ci sono tanti problemi, però ci sono tante cose! Poi ci sono le norme, poi ci sono le leggi, e cerchiamo di combinare il nuovo e il vecchio, in modo tale che quando Dio ci chiama alla gioia siamo tristi e quando ci chiama alla conversione, diciamo: sì, ma c’è anche la gioia di godere la vita! E così né ci convertiamo né gioiamo. Proprio avere il coraggio della novità, non combinare le cose! Se no, viene fuori una cosa buffa. È importante questa coscienza di novità. Abbiamo sempre paura delle cose nuove. C’è un salto qualitativo, c’è una cesura. E non c’è nulla di più triste che un cristiano a metà. Perché non gode né del mondo, né di Dio, né di sé né degli altri, è insoddisfatto.

37E nessuno getta vino giovane in otri vecchi, se no certamente il vino giovane romperà gli otri ed esso stesso si spanderà, e gli otri saranno rovinati. 38Ma bisogna gettare vino giovane in otri nuovi

Il vino è simbolo dell’amore; nella Bibbia è simbolo dello Spirito, dell’ebbrezza, dell’amore che è sempre un’ebbrezza. Il vino rappresenta quel lusso che non è necessario, ma che indica la festa e l’amore. Per questo Gesù il primo segno che dà è quello dell’acqua trasformata in vino! E questo Spirito nuovo, questo amore, ha bisogno di otri nuovi. Non ci sta nelle strutture vecchie.

Non è che il Cristianesimo si mette a rompere strutture; anche nella sua storia, sostanzialmente, il Cristianesimo si è sempre adattato alla situazione che c’era. Se hai lo Spirito nuovo ti accorgi che nasceranno strutture nuove, nasceranno otri nuovi, perché quelli vecchi si sono rotti per conto loro. Quindi non dobbiamo stare a rompere otri. Ma se abbiamo la novità dello Spirito dell’amore, ci accorgeremo che non ci sta in tante cose che sanno solo di egoismo, di potere e di dominio. E allora ci sarà anche l’otre nuovo, altrimenti si perde lo Spirito.

39E nessuno, bevuto il vecchio, vuole il giovane. Dice infatti: il vecchio è eccellente.

C’è veramente il pericolo che uno che è abituato al vecchio, non sappia più gustare la novità, perché? Perché ha paura delle novità, ha paura della libertà, ha paura di ciò che viene, preferisce ancorarsi al passato e quindi è detto con ironia – sul vino qualche volta può essere vero! – ma guarda che quello nuovo può essere anche migliore! Però se noi diciamo sempre: è meglio quello che c’era prima! È chiaro che è sempre meglio quello che c’era quando avevamo vent’anni, perché avevamo vent’anni. E invece non è vero: il vino migliore ci è riservato alla fine. Il bello ha da venire! Ed è il nuovo.

Questo testo è molto semplice e ci descrive così la nostra vita: nel mangiare, nel bere, nell’amare, nel vestire, in questo vino nuovo, in queste strutture nuove e anche ci dice: non abbiate paura della novità, il bello ha sempre da venire. Perché Dio è infinito, è amore infinito e quel che hai è niente rispetto a quel che viene. E non aver paura di questo.

Estratti da riflessioni di Silvano Fausti e di Filippo Clerici (2004/2005)
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