Lectio del Vangelo del giorno

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Il problema non è la nostra perizia, ma accogliere la Parola

Giovedì della XXII settimana del Tempo Ordinario
Luca 5,1-11: Lasciarono tutto e lo seguirono.
Lectio divina di Silvano Fausti

Non temere! Da ora in poi uomini pescherai per la vita! Gesù usa il linguaggio della gente: parla di pesca coi pescatori, di seme coi contadini, di pecore coi pastori, di lievito con le casalinghe, e, con tutti, di uomo e donna, figli e genitori, fratelli e sorelle. L’obbedienza alla sua parola rende feconda la pesca dei discepoli.

1 Ora avvenne: mentre la folla si riversava su di lui e ascoltava la parola di Dio, egli stava lungo il lago di Genesaret. 2 E vide due barche che stavano lungo il lago. Ora i pescatori, andati fuori da esse, lavavano le reti. 3 Ora, andato dentro una delle barche che era di Simone, domandò a lui di condurre fuori da terra un po’. Ora, sedutosi, dalla barca insegnava alle folle.
4 Ora, quando cessò di parlare, disse a Simone: Conduci fuori nel profondo e calate le vostre reti per la cattura! 5 E rispondendo Simone disse: Maestro, faticammo tutta la notte e non prendemmo nulla. Ma sulla tua parola calerò le reti! 6 E, fatto questo, chiusero dentro una moltitudine grande di pesci. Ora si strappavano le loro reti. 7 Ed accennarono ai soci dell’altra barca di venire a raccogliere con loro. E vennero e riempirono entrambe le barche fino a sommergerle.
8 Ora, visto, Simon Pietro cadde alle ginocchia di Gesù dicendo: Esci via da me, poiché sono uomo peccatore, Signore! 9 Stupore infatti prese lui e tutti quelli con lui per la cattura dei pesci che avevano raccolto. 10 Ora ugualmente anche Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano compagni di Simone. E disse a Simone Gesù: Non temere! Da ora uomini pescherai per la vita! 11 E, ricondotte le barche sulla terra, lasciate tutte le cose, seguirono lui.

Il testo è molto articolato. Ci presenta all’inizio Gesù sulla riva che sta pescando – pescando la folla che si riversa su di Lui per invitarlo all’esodo –, annuncia loro il regno. Poi la seconda scena è che va sulla barca e i discepoli son chiamati anche loro a pescare. La terza scena è la pesca prodigiosa che fanno i discepoli. La quarta scena è la reazione di Pietro che dice “allontanati da me”. Alla fine Gesù che dice “No. Ti chiamo a seguirmi”. E la risposta “Lasciato tutto lo seguirono”.

Questo brano vi ricorderà il finale del Vangelo di Giovanni per molti aspetti. È una scena analoga ma dopo Pasqua. Qui è messa prima di Pasqua e corrisponde alla chiamata dei discepoli, che abbiamo anche negli altri Vangeli prima di Pasqua. L’ottica di Luca è particolare ed è molto vicina alla nostra sensibilità, perché lui si rivolge a dei cristiani già battezzati, che son già chiamati, che hanno già capito tutto e che si sono impegnati e poi fanno l’esperienza che, nonostante tutto il loro impegno, non pescano nulla e, nonostante il dono di Dio, si scoprono peccatori.

Quindi io che non faccio nulla e che sono peccatore cosa devo fare? Non sono stato chiamato, la mia chiamata è stata inutile, ho perso la chiamata? No. La chiamata comincia proprio allora, la vera chiamata. Quando scopro la mia sterilità e capisco perché, quando scopro il mio peccato, il mio peccato diventa il luogo in cui sono pescato, sono salvato. Allora comincia la vera vocazione a seguirlo. Prima era solo quell’entusiasmo iniziale che non si capiva bene né chi era Lui, né chi ero io. Dopo aver capito bene chi sono io, capisco meglio anche Lui e allora posso seguirlo davvero. Quindi è una riflessione sulla vocazione che troviamo anche negli altri Vangeli all’inizio, ma questa fatta per una comunità di credenti, che già ha l’esperienza di tutte le sue delusioni. “Ho tentato, tutta la notte ho pescato e ho preso nulla”.

1Ora avvenne: mentre la folla si riversava su di lui e ascoltava la parola di Dio, egli stava lungo il lago di Genesaret. 2 E vide due barche che stavano lungo il lago. Ora i pescatori, andati fuori da esse, lavavano le reti. 3Ora, andato dentro una delle barche che era di Simone, domandò a lui di condurre fuori da terra un po’. Ora, sedutosi, dalla barca insegnava alle folle.

La scena si svolge al mattino, quando i pescatori ritirano le reti e cominciano ad aggiustarle perché sono tutte rotte. Siamo in riva al mare e la scena è suggestiva. Tutte le folle si riversano su Gesù e Lui sta ritto in piedi. È il pastore che, ormai, conduce il suo gregge verso l’esodo attraverso il mare.

Vede due barche. Notate le barche sono protagoniste. Prima son due, poi diventa una, poi ancora una, poi diventano due e poi alla fine lasciano le loro barche. Le barche sono quasi le protagoniste del brano. Che cos’è la barca? È un pezzo di legno che galleggia sull’acqua e che serve per arrivare da una sponda all’altra ed è immagine della chiesa, dove si sta insieme – perché non si può dire “tu vai fuori, sennò si va a fondo” –, dove si galleggia, dove si è tutti uniti per forza, si fa tutti la stessa traversata e si arriva verso l’altra sponda – perché tutti quando nasciamo siamo su una sponda e andiamo verso l’altra –.

Il tragitto per non annegare è fatto su questa barca e da questa barca Gesù parla. Tra l’altro la barca, questa piccola cosa fatta di legno, richiama l’arca di Noè, sospesa tra l’abisso inferiore e l’abisso superiore, molto fragile, molto debole: è come il legno della croce che ci fa attraversare il mare della vita per giungere alla riva.

Queste barche sono protagoniste: prima è una, poi son due. È strano c’è sempre il gioco tra una e due. Prima di tutto non è mai un transatlantico, poi non è una, ma son due, dopo non sono più due, ma è una. È il mistero della chiesa, che non è una cosa enorme, è una cosa piccola. È una, ma sono tante, ma le tante sono una – perché due è il principio di molti. E comunque anche quando sono numericamente elencate tante, non sono mai potenti. Spesso si dice una piccola barca, altre volte il piccolo gregge. Questo per indicare l’irrilevanza del numero e la non rilevanza da un punto di vista del potere, perché è un servizio.

Vede queste due barche – che sono quelle dei suoi amici: Pietro, Giovanni, Giacomo e Andrea – e stanno lì ad assettare le reti e vedremo dopo cosa han pescato. Si pesca di notte ovviamente, non di giorno, e il mattino si fa quest’azione. Lui le vede e “entra in una delle due”. Sceglie quella di Simone. Questo indica che già la chiesa è articolata: non è solo una comunità, ma sono due – principio di tante comunità –.

Gesù sta su quella di Pietro, colui che deve confermare nella fede i fratelli, e parla da questa barca alle folle – come dire che ormai si rivolge al mondo dalla comunità e dalla chiesa che sta compiendo l’esodo –. “Sta lì seduto e insegnava”. Molto bella questa immagine. La barca cos’è? È il luogo, molto piccolo e fragile, dove noi stiamo insieme, dove noi andiamo verso l’altra parte e da dove ci si rivolge anche agli altri che stanno ancora sulla riva per invitarli a fare l’esodo con noi.

4Ora, quando cessò di parlare, disse a Simone: Conduci fuori nel profondo e calate le vostre reti per la cattura! 5 E rispondendo Simone disse: Maestro, faticammo tutta la notte e non prendemmo nulla. Ma sulla tua parola calerò le reti!

La chiesa è chiamata ad andare molto al largo. Andare a pescare al largo. Non deve aver paura di entrare nel mondo – il mare, l’abisso è il simbolo del mondo, del male, della perversità, dove si affoga –, non deve bordeggiare per paura. No. “Vai al largo e getta le reti”.

“Calate le reti”. L’ordine è molto bello, però pensate che è dato a dei pescatori. La risposta avrebbe potuto essere di pensare al suo mestiere, visto che era falegname. Tra le altre cose si pesca di notte ed era già mattina. L’ordine che Gesù dà è abbastanza offensivo, e anche insensato – come al paralitico darà un ordine offensivo e insensato, “ti sono perdonati i tuoi peccati, alzati e cammina”, quando lui è paralitico e al morto dirà “alzati e vieni fuori –. Gli ordini di Gesù sembrano insensati e anche offensivi: “rispetta la mia identità, sono paralitico” ed “io sono pescatore e me ne intendo, ho pescato nulla tutta la notte, cosa vuoi che vada di giorno di giorno non si pesca”. Perché per noi è sensato solo quello che ci riesce di fare.

Fatichiamo tutta la notte. C’è sotto tutta l’esperienza della chiesa, che oramai è già uscita a pescare, ha fatto tanta fatica e non ha ottenuto nessun risultato. Ha pescato nel modo giusto, visto che si pesca di notte, non di giorno, han seguito gli ordini del maestro, ma non pescano nulla.

“Sulla tua parola calerò le reti”. Il problema non è la nostra perizia, ma accogliere la sua Parola, come per Maria. Tutti i nostri tentativi son sterili fino a quando si basano sulle nostre inchieste. Ora anche qui gli apostoli non pescano nulla con la loro bravura, ma solo con l’obbedienza alla Parola: come per Maria “Avvenga a me secondo la tua parola”.

È così che si concepisce Dio nel mondo e che l’impossibile diventa possibile sia per Maria, sia per noi. La nostra sterilità, come quella dei discepoli che non pescano nulla, diventa fecondità quando ascoltiamo la Parola. È importante, determinante, questo ascolto della Parola. Il problema fondamentale per la chiesa, per la comunità, per la nostra barca, per questo mondo non è che siamo più o meno bravi, più o meno esperti: è se ascoltiamo oggi la sua Parola.

6 E, fatto questo, chiusero dentro una moltitudine grande di pesci. Ora si strappavano le loro reti. 7 Ed accennarono ai soci dell’altra barca di venire a raccogliere con loro. E vennero e riempirono entrambe le barche fino a sommergerle.

Prima la barca era una, ora diventano due – di nuovo come all’inizio –. “Fatto questo” – cioè gettate le reti –, ascoltando oggi la sua Parola “chiusero dentro una moltitudine di pesci”. Ricordate Giovanni dice “centocinquantatre grossi pesci” e abbiamo visto che 153 è la sommatoria da 1 a 17. 17 è il valore numerico della parola “tov”, che in ebraico vuol dire buono, bene, bello. È quella pienezza che contiene ogni bellezza e ogni grandezza tutti insieme: c’è tutta l’umanità in fondo raffigurata in questa pesca che finalmente viene liberata dall’abisso e portata a riva sulla terra. Son così grandi che “si stanno strappando le loro reti”, ma non si strappano.

8Ora, visto, Simon Pietro cadde alle ginocchia di Gesù dicendo: Esci via da me, poiché sono uomo peccatore, Signore! 9 Stupore infatti prese lui e tutti quelli con lui per la cattura dei pesci che avevano raccolto. 10Ora ugualmente anche Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano compagni di Simone.

Simon Pietro, vedendo questa pesca, cade alle ginocchia di Gesù. E cosa gli dice? Gli dice “Esci via da me”. Dopo lo chiamerà anche Signore, ma immediatamente percepisce la sua distanza rispetto a Gesù. “Sono un uomo peccatore”. Questa è la convinzione ostinatissima del discepolo, del religioso che pensa che Dio, essendo santo, essendo diverso, sdegni la vicinanza di qualcuno che è diverso, nel senso che non è come Lui. E allora dice “Esci via da me”. Che poi è Pietro che dice a Gesù di uscire, come Gesù diceva al diavolo di uscire da lui. È un po’ come dica “mi disturbi, tu sei il santo, io no, io sono peccatore, vai via”. “Cosa hai a fare con me?”.

E il mio peccato è il luogo del perdono e della grazia, dove conosco chi è il Signore e conosco chi sono io, amato infinitamente da Lui che ha dato la vita per me.

Notate come Pietro la prima volta l’ha chiamato maestro, l’ultima volta Signore. C’è una grossa differenza. Il maestro è quello che m’insegna e poi io mi arrangio. Il Signore, invece, è un’altra cosa: è Dio. È il mio Signore, colui che mi ha amato e ha dato se stesso per me. Quindi Gesù non è semplicemente colui che devo imitare.

10E disse a Simone Gesù: Non temere! Da ora uomini pescherai per la vita!

Ecco la risposta di Gesù a Pietro che dice “Via da me”. “Non temere”. L’abbiamo già detto che viene fuori 365 volte circa nella Bibbia. Dio si presenta e dice “Non temere”. Questo equivale a dire ogni giorno non temere. E qui c’è la chiamata. È importante però che ci sia il timore, perché vuol dire che mi trovo davanti a qualcosa di più grande di quello che pensavo.

Ed in greco c’è una parola precisa che vuol dire “cacciare vivo“, come quando si va a caccia per conservare vivo l’animale e non per ucciderlo. Qui non si tratta di pescare gli uomini per ammazzarli ma di pescarli per la vita, perché l’uomo nell’acqua muore.

11E, ricondotte le barche sulla terra, lasciate tutte le cose, seguirono lui.

Le stesse parole le troviamo in Marco e in Matteo nella prima chiamata. Riconducono le barche sulla terra e lasciano tutte le cose. Perché le lasciano? Perché hanno trovato. Potremmo dire con Matteo 13, 45 “hanno trovato un tesoro”, non hanno trovato qualcosa di più prezioso, di più valido, hanno trovato Qualcuno. In forza di questa scoperta, pieni di gioia – si potrebbe dire sempre ricordando Matteo –, lasciano le barche e lo seguono.

È bello vedere come Gesù ha parlato il loro linguaggio. Ai pescatori come parli? Con i pesci. Erano pescatori che non avevano pescato nulla, quindi si sentivano falliti come pescatori. Fa pescare a loro una quantità enorme di pesci e allora pensano che è interessante come uomo, ma poi andando oltre capiscono che in realtà il pesce raffigurava loro che sono stati salvati dal loro naufragio, dal loro peccato da quest’uomo. E allora parlando il loro linguaggio han capito bene di cosa si trattava e quindi non hanno lasciato nulla per sé, hanno ottenuto tutto. Hanno capito che davvero su questa Parola possono pescare, essere uomini nel senso pieno. Su altre parole invece no, non pescavano nulla. Quando si dice che il discepolo lascia tutto s’intende che lascia tutto perché non lascia niente, perché prende tutto, ha trovato infinitamente di più, tutto quel che cercava.

“E seguirono lui”. Adesso comincia il cammino. Seguire Lui vuol dire fare lo stesso cammino, la stessa vita, la stessa strada, le stesse scelte, lo stesso percorso ed è il cammino della vita, il cammino del Figlio che va incontro ai fratelli.

Estratti da riflessioni di Silvano Fausti e di Filippo Clerici (2004/2005)
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