Vangelo del giorno

Mercoledì della XX Settimana del Tempo Ordinario  
Mt 20,1-16: Sei invidioso perché io sono buono?

Testo del Vangelo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.
Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Meditazione
Benedetta Bianchi Porro è ancora universitaria in medicina quando diagnostica la sua malattia: neurofibromatosi diffusa. Rimane serena e nel maggio del 1962 si invola verso Lourdes, dove va a chiedere la guarigione: “Desidero farmi suora”, scriveva nel suo diario. Ma a Lourdes, davanti alla grotta accanto a lei si trova Maria, una giovane donna paralizzata, la quale piange disperata. Benedetta la consola, le prende la mano e la stringe fra le sue, congiunte come in un’ unica preghiera. “La Madonnina è lì, la Madonnina ti guarda, diglielo alla Madonnina che ti aiuti”, e si raccoglie in un profondo silenzio. Di lì a poco Maria si alza dalla barella e comincia a camminare tra lo stupore generale. Scriverà Benedetta nel suo diario: “Nel nostro pellegrinaggio abbiamo avuto una miracolata: che emozione e che gioia. La misericordia di Dio è senza limiti”.
Ecco. Se al posto di Benedetta ci fosse stato il lavoratore del Vangelo, quello della prima ora che dice non di aver lavorato, ma di aver “sopportato il peso della giornata“, ebbene, fosse stato al posto di Benedetta, certamente non avrebbe gioito della guarigione di Maria e avrebbe recriminato così: “Come, io che intendevo farmi suora non mi guarisci e ne guarisci un’altra?”.
Quando vogliamo fare i conti in tasca a Dio siamo forti! Non siamo capaci di amministrare neppure quei pochi beni che pensiamo di avere e vogliamo dire a Dio come deve fare con gli uomini. Dio non agisce secondo una giustizia retributiva e se volete neppure meritocratica, ma, come scriveva nel diario Benedetta, secondo una logica di misericordia senza limiti. Lo sapete vero voi chi è stato il primo ad andare in paradiso, solo per aver chiesto scusa giusto negli ultimi minuti, mentre moriva condannato a morte sulla croce? Il buon ladrone. In termini calcistici si dice “vincere in zona Cesarini”, in termini evangelici significa “essere lavoratori dell’ultimissima ora”.

Don Franco Mastrolonardo
http://www.preg.audio

Commento di Ermes Ronchi

Il Vangelo è pieno di vigne e di viti, come il Cantico dei cantici. La vigna è, tra tutti, il campo più amato, in cui il contadino investe più lavoro e più passione, gioia e fatica, sudore e poesia. Vigna di Dio e suoi operai siamo noi, profezia di grappoli colmi di sole.

Un padrone esce all’alba in cerca di lavoratori, e lo farà per ben cinque volte, fino quasi al tramonto, pressato da un motivo che non è il lavoro, tantomeno la sua incapacità di calcolare le braccia necessarie. C’è dell’altro: Perché ve ne state qui tutto il giorno senza fare niente? Il padrone si interessa e si prende cura di quegli uomini, più ancora che della sua vigna. Qui seduti, senza far niente: il lavoro è la dignità dell’uomo. Un Signore che si leva contro la cultura dello scarto!

E poi, il cuore della parabola: il momento della paga. Primo gesto contromano: cominciare dagli ultimi, che hanno lavorato un’ora soltanto. Secondo gesto contro logica: pagare un’ora soltanto di lavoro quanto una giornata di dodici ore.

Mi commuove il Dio presentato da Gesù: un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, vuole dare ad ognuno quello che è necessario a mantenere la famiglia quel giorno, il pane quotidiano.

Il nostro Dio è differente, non è un padrone che fa di conto e dà a ciascuno il suo, ma un signore che dà a ciascuno il meglio, che estende a tutti il miglior dei contratti. Un Dio la cui prima legge è che l’uomo viva. Non è ingiusto verso i primi, è generoso verso gli ultimi. Dio non paga, dona.

È il Dio della bontà senza perché, che trasgredisce tutte le regole dell’economia, che sa ancora saziarci di sorprese, che ama in perdita. Anzi la nostra più bella speranza è un Dio che non sa far di conto: per lui i due spiccioli della vedova valgono più delle ricche offerte dei ricchi; per quelli come lui c’è più gioia nel dare che nel ricevere.

E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita: mette l’uomo prima del mercato, il mio bisogno prima dei miei meriti.

Quale vantaggio c’è, allora, a essere operai della prima ora? Solo un supplemento di fatica? Il vantaggio è quello di aver dato di più alla vita, di aver fatto fruttificare di più la terra, di aver reso più bella la vigna del mondo.

Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace che Tu sia buono, perché sono io l’ultimo bracciante. Non mi dispiace, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.

Io non ho bisogno di una paga, ma di grandi vigne da coltivare, grandi campi da seminare, e della promessa che una goccia di luce è nascosta anche nel cuore vivo del mio ultimo minuto.