Fede e Spiritualità
– Vergine Maria

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ATTUALIZZAZIONE DELLA SOLENNITÀ DELL’ASSUNTA
Paolo Farinella

Quando, nel 1950, Pio XII proclamò l’Assunzione come dogma della fede, diverse furono le reazioni: all’esterno della Chiesa cattolica, i cristiani di confessione protestante gridarono allo scandalo perché quella definizione metteva una potente ipoteca sul cammino ecumenico; dall’altro lato la chiesa dell’Ortodossia orientale si scandalizzò per il motivo opposto: se i cattolici avevano bisogno di una dichiarazione dogmatica sull’Assunzione di Maria al cielo, forse non ne erano molto convinti.

All’interno della Chiesa cattolica, per ragioni opposte, due furono le reazioni: di plauso incondizionato sul versante, diciamo così, tradizionalista e di preoccupato timore su quello proiettato verso un dialogo concreto interecclesiale con le altre confessioni, specialmente di matrice protestante. Gli anni ‘50 del XX secolo sono un po’ lo spartiacque di un grande movimento poliedrico (liturgico, biblico, patristico, teologico e filosofico) che sfocerà nel concilio ecumenico Vaticano II, voluto, con coraggiosa solitudine profetica, da papa Giovanni XXIII.

Maria nella Chiesa

In questo contesto, si pone anche la tradizionale devozione mariana in ambito cattolico, dove la Vergine Maria è vista e celebrata per se stessa e spesso distaccata dalla sua fonte cristologica. Il dogma dell’Assunzione non fa che portare un nuovo motivo di gloria per la Vergine Santa, un altro privilegio da accostare ai tanti altri da lei acquisiti per la sua singolarità naturale. Questo aspetto è sicuramente non decisivo nella dichiarazione del dogma mariano dell’Assunzione. Qual è dunque la prospettiva a cui ci apre la festa dell’Assunzione?

Essa non può essere compresa se non dentro il «mistero» della Chiesa, di cui Maria è al tempo stesso figura e conseguenza. Inoltre, la relazione marcata tra Maria e la Chiesa trova il suo equilibrio e la sua fondata natura all’interno del disegno salvifico del Padre che ha in Gesù di Nàzaret, figlio di Maria e Figlio dell’uomo, il fulcro, l’origine, il compimento e la conclusione.

Sì, l’Assunzione di Maria è una realtà di fede che molto può dire oggi agli uomini del terzo millennio: la donna, una creatura che partecipa in modo singolare alla vittoria sulla morte del corpo e dello spirito (per usare un linguaggio non specificamente biblico, ma diffuso). Ella possiede parole nuove per dire oggi il vangelo della vita a uomini e donne distratti per quanto riguarda lo spirito e ossessionati per ciò che concerne il corpo, assunto a idolo di ostentazione e di mero strumento, con conseguenze tragiche per la stessa comprensione dell’identità della vita.

Il concilio Vaticano II non pubblicò un documento proprio sulla Madonna, nonostante le insistenze dell’ala tradizionalista. Alla fine, su decisione di Paolo VI, alla costituzione sulla Chiesa, Lumen Gentium, venne aggiunto il cap. VIII: «La Beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa» (nn. 52-69). Il concilio ridimensiona l’eccesso di idolatria a cui era giunto il culto della Madonna e lo riporta nel suo alveo naturale, biblico e teologico: Maria non è al di sopra di Cristo ma, in quanto Madre, è la prima figlia d’Israele redenta da Cristo e, in quanto credente, la prima donna della nuova alleanza che accoglie e vive la novità pasquale che ben presto si manifesterà nella Chiesa.

Maria, la Matriarca della nuova alleanza

Nella storia della salvezza che si dipana nel groviglio degli eventi umani, o meglio nella salvezza che si fa storia, cioè eventi che diventano veicoli di salvezza, la Bibbia testimonia spesso la presenza di donne ai tornanti decisivi delle trasformazioni epocali. Basti pensare alle svolte impresse – o almeno tentate – dalle matriarche:

– Sara che cerca di procurare una discendenza ad Abràmo dalla schiava Àgar (cf Gn 16,2);
– Rebècca che froda la primogenitura al primogenito Esaù in favore del figlio minore, Giacòbbe (cf Gn 27);
– Sìfra e Pùa, le levatrici che ingannano il Faraone, facendo vivere i figli degli Israeliti (cf Es 2,15-21);
– Ràhab che inganna la polizia del re, salvando le spie di Giosuè (cf Gs 2,2-7);
– Noèmi che manovra perché Bòoz sposi la nuora Rut (cf Rt 2,20; 4,1-17);
– Giudìtta che nella sua debolezza manifesta la potenza di Yhwh contro il potente Olofèrne (cf Gdt 13,1-20), ecc.

Maria, una donna

Maria di Nàzaret non ha caratteristiche eccezionali, non è un’eroina popolare: ella è solo una figlia autentica del suo popolo, una figlia della promessa di cui si nutre, fidandosi e affidandosi totalmente al Dio fedele. Questa ragazza, già sposa promessa, vive una speranza di qualità perché è consapevole della sua totale povertà: «Oh, sì! Eccomi! io sono la serva la Signore» (Lc 1,38). La coscienza della sua identità la porta a realizzarsi totalmente nell’accoglienza dell’evento inatteso e nuovo, perché la sua radicale povertà la guida alla lettura costante (quasi un metodo) dei «segni dei tempi» (Sir 42,18; Mt 16,3). Maria sa leggere i segni dei tempi, perché vive il tempo come segno di Dio e sa che la sua salvezza e quella del mondo non dipendono dalla sua fede, più o meno profonda, ma unicamente dalla misericordia e dalla benevolenza di Colui che è fedele di generazione in generazione.

Nella povertà di questa figlia d’Israele Dio manifesta la sua dirompente potenza che si rivela all’umanità attraverso la fragilità impossibile della donna di Nàzaret. Se il giorno dell’annunciazione Maria, per scelta di Dio, diventa la Madre del suo Signore, nel giorno della sua morte/dormitio, cioè della sua Assunzione, ella di diritto diviene la figlia primogenita del suo Figlio: «Vergine Madre, figlia del tuo Figlio» (Paradiso, XXXIII, 1).

Maria, figlia di Abràmo, madre di Abràmo

Prima di cominciare la sua traversata del deserto, cammino di conversione e di purificazione, Maria si colloca nella prospettiva della fede pura, della fede che si abbandona solo alla «parola futura»: ha la stessa fede di Abràmo. Ha la stessa tempra di Abràmo che coniugò i verbi di tutta la vita solo al futuro: non ebbe mai la prova di una certezza, ma affidò se stesso e la sua discendenza alla roccia della Parola di Dio, in forza della quale gettò le reti del suo futuro (cf Gn 12,1-4; Gv 21,6; Lc 5,5; Rm 4,9; Eb 11,8).

Con questa fede Maria dà senso alla sua maternità e può farsi compagna di viaggio del Figlio, da Nàzaret al Gòlgota, dall’annuncio della nascita alla consumazione della morte. Poco ci dicono i Vangeli di Lei, ma quel poco è già molto, perché è lei che condivide la vita del Figlio fino alla sconfitta, dando l’impressione di non comprendere il senso degli eventi immediati che vanno contro le promesse e le prospettive che aveva nutrito. Eppure, non la vediamo mai protestare. La madre della discendenza di Abràmo (cf Gal 3,16) diventa così la madre di Abràmo che vive per vedere questo giorno (cf Gv 8,56).

Oltre la sua comprensione c’è sempre la volontà di Dio, che può sfuggire al calcolo umano o alle coordinate della logica superficiale. Sì! la vita del Figlio non è spiegabile, non ha senso, eppure ha un senso profondo che solo nell’intimità con il Padre, nella dinamica dello Spirito, può essere compreso e svelato. Maria non trasmette una spiritualità (è l’antimariana per eccellenza), ma stabilisce un metodo, un criterio infallibile per il credente di ogni tempo: credere in Dio oltre ogni logica, oltre ogni apparenza, oltre ogni impossibilità, oltre se stessa, perché «Dio è Amore» (1Gv 4,8) e ogni credente è «Miryam amata/o»

Maria, credente della prima ora

Nessun evangelista testimonia che il Risorto sia apparso a sua Madre e questo ha un grande senso nella logica del vangelo e della fede di Maria. Tutte le apparizioni sono finalizzate o al dubbio dei beneficiari o alla missione o all’insignificanza dei testimoni (per es. le donne a quel tempo giuridicamente incapaci). La fede di Maria era già dentro il cuore della risurrezione del Figlio, e immaginiamo che, quando ella quando apprese la notizia della risurrezione, sia stata la sola a rimanere imperturbata, magari con un lieve sorriso sulle labbra. Ancora una volta, in ascolto della parola di Dio, letta negli eventi, Maria comprende il senso delle Scritture prima ancora che il Figlio le spieghi nello stesso giorno ai discepoli di Èmmaus (cf Lc 24, 27.32). Per lei, che non ha bi sogno dei cinquanta giorni di purificazione e formazione, il giorno di Pasqua coincide con il giorno di Pentecòste (cf Gv 19,30) che trasforma la Chiesa in luogo di scambio e di accoglienza, come avviene ai piedi della croce, nel segno della Madre che accoglie il discepolo e del discepolo che «la prese nella sua casa» (Gv 19,27). Lo Spirito di Pentecòste, che trasforma gli apostoli (cf At 2), non si è mai allontanato da Maria, perché la sua ombra la possedeva già fin dal giorno dell’Annunciazione (cf Lc 1,35) come la nube della Gloria di Dio aveva posseduto la tenda della Dimora nel deserto (cf Es 40,34-35).

Quel corpo che aveva in sé i segni della maternità, ora, nel giorno della morte, porta il sigillo della vittoria: il corpo del Figlio da lei tessuto nel suo pro fondo, risorgendo da morte, esige che anche il corpo della Madre condivida la stessa vittoria e la stessa gloria. Dire pertanto «dogma dell’Assunzione» e dire «dogma della maternità divina di Maria», in fondo, è la stessa cosa.

Maria, primizia delle realtà terrestri

Maria, assunta al cielo, ci dice però anche altre cose: ci fa comprendere che la Chiesa è corpo di Cristo-Capo (cf 1Cor 12,27; Ef 1,22.23; 4,12; 5,23; Col 1,18) in due direzioni. La Chiesa, in quanto corpo, è subordinata totalmente a Cristo e da lui dipende, e nello stesso tempo non s’identifica con Lui, perché resta altra da Cristo: di Cristo-Capo porta il segno e la natura (umano-divina), da Cristo apprende il contenuto e le regole della missione, come anche la logica e la dinamica del servizio di ciascun suo membro, per completare nel tempo quello che manca ai suoi patimenti (cf Col 1,24) lungo la costruzione della storia che lentamente conduce al Regno finale o escatologico. In questo cammino, come per Maria, secondo Lc, anche la Chiesa, secondo Paolo, essendo la pie nezza/compimento (tò plêrōma), in quanto corpo suo, è associata alla vittoria di Cristo (cf Ef 1,23).

C’è una conseguenza immediata di tutto ciò ed è carico di conseguenze teologiche e spirituali: un membro della Chiesa, Maria, una figlia dell’umanità, è stata glorificata nel corpo, come il suo Signore. Questo evento non è più un fatto individuale che riguarda solo Maria, ma è una realtà che tocca e riguarda tutta la Chiesa corpo di Cristo, di cui Paolo può dire con pacata esultanza:

Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire da vanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata (Ef 5,25-27).

Ciò che si predica di Maria può essere detto della Chiesa, e ciò che si dice della Chiesa può essere attribuito a Maria: le due realtà sono speculari e interdipendenti tra loro e, insieme, di Cristo, Figlio e Capo, allo stesso tempo. La partecipazione di Maria (e con ella anche della Chiesa) alla gloria della risurrezione di Cristo, apre all’annuncio missionario che coinvolge anche le cose create, di cui il corpo è solo un segno e simbolo.

Nulla di ciò che Dio ha creato può andare perduto, perché tutto ha un senso e questo senso di direzione è Dio stesso: il fine del nostro essere e del nostro agire. Il giardino di Èden deve essere ricostruito e ricomposto come era «in principio» (Gn 1-2) e questo è uno degli scopi dell’Incarnazione redenzione: «La creazione stessa è nell’attesa della rivelazione dei figli di Dio… liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio… tutta la creazione fino ad oggi geme nelle doglie del parto» (Rm 8,19.21.22). Maria, assunta in cielo, è la primizia di questa nuova creazione, colei che riapre le porte di Èden che Eva aveva chiuso.

La celebrazione eucaristica si conclude con la comunione «con il corpo di Cristo» (1Cor 10,16) che ci rende partecipi, fin da ora, di questo mistero di gloria, ancora non del tutto compiuto perché deve compiersi il cammino di tutta la missione apostolica. Il corpo di Cristo dato in comunione, ci abilita ad esercitare nel mondo «il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18) per invitare l’uomo e la donna spirituali ad iniziare il cammino verso Dio, partendo dal corpo e dal creato, che ora attraverso il corpo di Maria partecipano a quella gloria finale che è propria del progetto di Dio: «per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra» (Ef 1,10).

Con la riforma monastica del sec. XI, Bernardo di Chiaravalle mise sotto la protezione di Maria Assunta tutto il monachesimo riformato, tradizione che ancora oggi è viva e attuale. I monaci sono coloro, infatti, che più di chiunque altro possono cogliere la portata della solennità odierna, perché essi lasciano il mondo non per abbandonarlo, ma per assumerlo nel proprio corpo e farne l’oggetto di predilezione nella preghiera, nel silenzio, nell’oblazione, nella lode, nel sacrificio. Il cristiano è il simbolo vivente della Presenza-assente o se si vuole dell’Assenza-presente di Dio: egli è chiamato a sperimentare nella propria carne ciò che profetizza con la propria vita: «Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo» (Gv 17,15-16; cf 15,19).