V Domenica di Pasqua – Anno C
Giovanni 13, 31-35

Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»
(Letture: Atti 14, 21-27; Salmo 144; Apocalisse 21, 1-5; Giovanni 13, 31-35)


Come io ho amato voi, così amatevi anche voi

Amare gli altri: non «quanto» ma «come» ha fatto Gesù
Ermes Ronchi

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.
Ma si può comandare di amare? Un amore imposto è una caricatura, frustrante per chi ama, ingannatore per chi è amato.
Amare, nella logica del Vangelo, non è un obbligo, ma una necessità per vivere, come respirare: «Abbiamo bisogno tutti di molto amore per vivere bene» (J. Maritain). È comandamento nel senso di fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno: amatevi gli uni gli altri, cioè tutti, altrimenti la ragione sarà sempre del più forte, del più violento o del più astuto.
«Nuovo» lo dichiara Gesù. In che cosa consiste la novità di queste parole se anche nella legge di Mosè erano già riportate: amerai il prossimo tuo come te stesso?
Essa emerge dalle parole successive. Gesù non dice semplicemente «amate». Non basta amare, potrebbe essere solo una forma di possesso e di potere sull’altro, un amore che prende tutto e non dona niente. Ci sono anche amori violenti e disperati. Amori molto tristi e perfino distruttivi.
Il Vangelo aggiunge una parola particolare: amatevi gli uni gli altri. In un rapporto di comunione, in un faccia a faccia, a tu per tu. Nella reciprocità: amore dato e ricevuto; dare e ricevere amore è ciò su cui si pesa la felicità di questa vita.
Non si ama l’umanità in generale; si ama quest’uomo, questo bambino, questo straniero, questo volto. Immergendosi nella sua intimità concreta. Si amano le persone ad una ad una, volto per volto. O dodici a dodici, come ha fatto Francesco con i dodici profughi siriani di Lesbo.
Ma la novità evangelica non si riduce soltanto a questo. Gesù aggiunge il segreto della differenza cristiana: come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri.
Lo specifico del cristiano non è amare, lo fanno già molti, in molti modi, sotto tutti i cieli. Bensì amare come Gesù. Non quanto lui, impossibile per noi vivere la sua misura, ma come, con lo stile unico di Gesù, con la rivoluzione della tenerezza combattiva, con i capovolgimenti che ha portato. Libero e creativo, ha fatto cose che nessuno aveva fatto mai: se io vi ho lavato i piedi così fate anche voi, fatelo a partire dai più stanchi, dai più piccoli, dagli ultimi. Gesù ama per primo, ama in perdita, ama senza contare. Venuto come racconto inedito della tenerezza del Padre.
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. «Non basta essere credenti, dobbiamo essere anche credibili» (Rosario Livatino). Dio non si dimostra, si mostra.
Ognuno deve farsi, come Lui, racconto inedito del volto d’amore di Dio, canale non intasato, vena non ostruita, attraverso la quale l’amore, come acqua che feconda, circoli nel corpo del mondo. 

avvenire

Nuovo

In questa quinta domenica di Pasqua c’è una parola che mi sembra colleghi tutte e tre le letture: “novità, nuovo…”.

Nella prima lettura abbiamo ascoltato come Paolo e Barnaba, tornati ad Antiochia, fanno un resoconto di tutto quello che il Signore ha compiuto per mezzo loro in Asia Minore (l’attuale Turchia). Raccontano proprio nelle ultime parole di questo brano degli Atti degli Apostoli, che Dio ha aperto ai pagani la porta della fede (At 14,27). Una novità assoluta: che la fede in Gesù cominci ad andare oltre le frontiere del giudaismo. Questo ci ricorda quanto accaduto a Pietro, quando lo Spirito lo invita ad andare a Giaffa dal centurione Cornelio dove lui e tutta la sua famiglia si erano convertiti alla fede nel Cristo (At 10,34 e 11,18).

Questa è la grande novità portata dalla resurrezione: la vita che ha vinto la morte non ha più confini, né di spazio, né di appartenenza ad un popolo. Ormai ad ogni uomo di qualsiasi città, lingua, popolo e nazione può arrivare la buona notizia, il Vangelo del Signore Gesù Cristo che per tutti ha donato la sua vita morendo sulla croce e per tutti è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti.

Nella seconda lettura dal libro dell’Apocalisse, la parola “nuovo”, “nuova”, “nuove” compare più volte. Siamo nel tempo nuovo di Dio dove tutto è nuovo e novità: il cielo è nuovo, la terra è nuova, Gerusalemme è nuova….

È nuova la condizione dell’uomo che vedrà un Dio chino su di lui per asciugargli ogni possibile lacrima dagli occhi; ma, novità ancora più assurda e sorprendente: non c’è più la morte, non ci sono più lutti, affanni, lamenti. E tutto questo perché Dio dice: “Io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5).

Il mondo, il tempo, lo spazio, le relazioni, tutto è riplasmato da Dio così come all’inizio Dio aveva creato il mondo e ogni volta aveva detto che era “cosa buona”.

Tutto quello che Dio crea e ricrea è buono e non potrebbe essere altrimenti visto che è creato dalla Bontà stessa!

Gesù attraverso l’evangelista Giovanni ci ripete questa novità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ha amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (13,34).

Le ultime parole di un uomo prima di morire sono il suo testamento e sappiamo che in momenti simili si consegnano a chi ci è caro le parole più importanti, quelle vere, senza fronzoli. Qui siamo alla fine della vita di Gesù, Lui sa che tutto si sta compiendo: “Figlioli, ancora per poco sono con voi” (v 33). E allora quello che dice subito dopo lo possiamo considerare davvero come un testamento e questo testamento parla di amore. Non di un amore generico, ma del suo stesso amore che gli Undici (perché Giuda è già uscito dal cenacolo) ancora non hanno compreso fino a che punto potrà arrivare. Solo dopo la resurrezione capiranno il senso e la profondità di queste parole, quando capiranno che amare “come Lui ci ha amati” significa amare donando la vita per amore dei fratelli. Dei fratelli che ci fanno del bene e dei fratelli che ci fanno soffrire; dei fratelli che ci lodano e di quelli che ci insultano. “Beati voi quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia: rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11-12).

L’amore che Gesù ci lascia e ci insegna è un amore a “prescindere da…”, è “nuovo” perché supera il vecchio “occhio per occhio e dente per dente”.

È un amore nuovo anche per noi oggi, dopo 2000 anni; è un comandamento nuovo per ogni uomo perché sempre siamo tentati di amare a misura, fino ad un punto stabilito che non ci porta via nulla della nostra vita comoda. Siamo sempre tentati di amare i giusti, coloro che ci fanno del bene, gli amici… Ma conosciamo le parole del Maestro: “Se amate coloro che vi amano che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. 

E se fate del bene solo a coloro che vi fanno del bene che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. Ma io vi dico: amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare nulla e sarete figli dell’Altissimo” (Lc 6,32-33.35).

Questo è l’amore che Gesù ci ha insegnato sulla croce dove è arrivato a chiedere perdono per i suoi uccisori: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,33).

E’ l’amore per i nemici che Gesù, sia nel Vangelo di Luca che in Matteo, ci presenta all’inizio del suo ministero: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per quelli che vi maltrattano” (Lc 6,27-28). Oppure in Matteo nel famoso discorso di Gesù sulla nuova forma della giustizia dove spesso si ripete: “Avete inteso che fu detto, … ma io vi dico…” (Mt 5,20-48).

Tutto quello che Gesù ha voluto insegnare ai suoi apostoli nei tre anni di vita insieme, con parole e con segni, è solo questo amore, suo e del Padre, che arriva a dare la vita fino alla morte e alla morte di croce.

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“Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”
Enzo Bianchi

Nel vangelo secondo Giovanni è sempre il Risorto, il Cristo Signore che parla e agisce, sicché questo testo vuole mostrarci il Cristo in mezzo a noi che, nella sua gloria, continua a consegnarci le parole essenziali per comprendere e partecipare al mistero dell’umanizzazione di Dio. Cosa annuncia alla chiesa il Cristo risorto e vivente? Che è lui il pastore buono e noi le sue pecore (IV domenica di Pasqua), che ci ha lasciato un comandamento ultimo e definitivo (V domenica), che ci dona lo Spirito consolatore (VI domenica), che accanto al Padre intercede per noi (VII domenica).

Sostiamo dunque sul brano liturgico odierno, tratto dai “discorsi di addio” che il quarto vangelo estende per ben quattro capitoli (cf. Gv 13,31-16,33). Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli, per rivelarsi quale Signore e Maestro che si fa servo fino a dare la vita per loro (cf. Gv 13,1-20), poi ha annunciato il tradimento da parte di uno dei Dodici, Giuda (cf. Gv 13,21-30). Perché quest’ultimo è giunto a tanto? Solo Dio conosce l’abisso del cuore umano (cf. Ger 11,20; 12,3; 17,9-10; 20,12), ma noi possiamo supporre che Giuda non abbia agito per sete di denaro, anche se il quarto vangelo lo descrive come ladro e attaccato ai soldi (cf. Gv 12,6): per consegnare il proprio maestro occorreva una ragione più forte di trenta denari… Possiamo invece pensare che Giuda abbia fatto arrestare Gesù perché era cresciuto dentro di lui il rancore nei suoi confronti. Chiamato da Gesù, lo aveva seguito, ma poi si era accorto che il Dio rivelato da Gesù non era conforme alla sua immagine di Dio: ciò che Gesù faceva e diceva, sembrava sempre di più una contraddizione alla fede ricevuta dai padri, dunque egli era giunto a ritenerlo un “eretico” da eliminare, affinché la fede ne traesse giovamento. Non ci può essere altra ragione se non un odio religioso, perché nei vangeli non ci sono segni di relazioni personali ferite né di un “io minimo” da parte di Giuda.

Ormai Gesù, conoscendo la reazione interiore di Giuda ai suoi gesti e alle sue parole, si sentiva inibito ad agire e a parlare, a dire tutto in confidenza e libertà. Quando vi è la presenza di qualcuno che ha “l’occhio cattivo” (Mt 20,15) e nel suo essere tiene vivo il pregiudizio che diventa efficace prima ancora di aver ascoltato, quando qualcuno cova il rancore, allora è meglio tacere, non per blocco psicologico, ma per “sottomissione” (eulábeia: Eb 5,7). Ecco perché sta scritto all’inizio del nostro brano: “Quando (Giuda) fu uscito, Gesù disse…”. Ormai Gesù è libero di parlare con parrhesía, e rivela: “Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito”.

Ora ha inizio la glorificazione di Gesù e insieme la glorificazione di Dio in Gesù stesso, perché il tradimento nei confronti di Gesù e la sua consegna in mano a quelli che lo uccideranno non è una sconfitta ma un evento di gloria. Sì, è difficile capire questa visione “al contrario” della realtà, ma bisogna esercitarsi ad avere una visione degli eventi che non è la nostra bensì quella di Dio. E cosa vede Dio? Che nel Figlio consegnato splende più che mai l’amore di Gesù e anche il suo proprio amore, quello di chi lascia che tale consegna avvenga. Allo stesso modo, lo sguardo di Gesù sulla sua passione ormai iniziata con l’uscita di Giuda dal cenacolo non è uno sguardo che venga da carne e sangue (cf. Gv 1,13), cioè dalla capacità umana, ma viene per rivelazione da Dio stesso. Gesù sa che “non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici” (cf. Gv  15,13), e allora con l’uscita inarrestabile di Giuda ecco l’epifania dell’amore, la gloria dell’amante che splende e si impone. La croce è gloria non perché sia strumento di dolore, ma perché è il segno della fine inflitta a chi ha amato, a chi è giusto, a chi liberamente e per amore ha deposto la propria vita per gli altri. Presto questa glorificazione si manifesterà mediante l’intervento di Dio, che darà al Figlio la propria gloria risuscitandolo da morte. Così Gesù legge ai discepoli gli eventi delle ore successive: non una sconfitta, non un fallimento, ma una manifestazione della gloria di Dio, nel senso che Dio ha “peso” (kavod) nella storia, fino a decidere eventi che danno salvezza.

Una volta indicata quell’“ora” che giungerà presto, mancando ormai poco tempo al suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), Gesù esprime le sue ultime volontà, rivela il suo testamento, dà il comando riassuntivo di tutta la Legge; un “comandamento nuovo” (entolè kainé) non perché sia una parola nuova rivolta da Dio ai credenti, ma nel senso che è ultimo e definitivo, dopo il quale non ve ne saranno altri: “Amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri (cf. anche Gv 15,12). Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Con tenerezza, chiamandoli “piccoli figli” (teknía), Gesù rivela ai discepoli l’essenziale: “Amatevi gli uni gli altri”. Ci attenderemmo: “Amatemi”, e invece no: “Amatevi”! Subito è pronta l’obiezione: ma dove va a finire l’amore di Dio? Gesù però ha ben compreso ciò che il discepolo amato, dopo essere stato con lui, espliciterà nella sua Prima lettera: “Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e l’amore di lui è compiuto in noi” (1Gv  4,12); ovvero, Dio è presente e in quell’amore reciproco si sente amato veramente, perché vede che la sua volontà è realizzata (cf. 1Gv 5,3).

Quanta perdita di tempo in discorsi che distinguono tra amore “verticale” e amore “orizzontale”, quante accuse reciproche tra fratelli cosiddetti “mondani” e fratelli cosiddetti “spiritualisti”: ragionamenti di persone tarde di orecchi e di cuore! Perché l’amore, quando è veramente tale, non può non essere amore di Dio e amore per i fratelli e le sorelle, ossia amore di Dio che in noi – lo sappiamo o meno – si fa amore per gli altri. Se ci si ama a vicenda, allora si sta insieme; e quando si sta insieme, allora Gesù, il Vivente, è presente (cf. Mt 18,20), il Risorto è in mezzo a noi (cf. Mt 28,20). E quando amiamo l’altro dandogli da mangiare, da bere, vestendolo, visitandolo in carcere o nella malattia, allora amiamo Cristo che è realmente presente, presente più che mai davanti a noi. Dunque l’amore deve innanzitutto essere reciproco, amore verso l’altro, che se è fratello nella fede deve rispondere con amore; in ogni caso, amore verso l’altro sempre, che risponda o no, perché questa è la volontà di Gesù Cristo. Molti oggi piangono, annunciando “la morte di Dio” nel nostro mondo, e forse questo è vero; o meglio, è vero se l’amore è morto, ma finché c’è un frammento di amore vissuto tra gli umani, là Dio è presente, è vivo e Cristo è tra di noi! La salvezza, ossia la vita di ciascuno di noi, dipende dall’osservanza di questo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri”.

Ma Gesù dà anche la forma, la misura, lo stile di questo amore: “Amatevi come (kathós) io ho amato voi”. Si tratta di amare l’altro come lo ama Gesù, cioè accogliendolo così com’è, perdonandolo e rimettendogli i peccati, prendendosi fedelmente cura di lui, rendendolo fratello o sorella fino alla morte, fino a deporre la vita per lui/lei. C’è nell’amore cristiano una forma, uno stile determinato da Gesù e da lui testimoniato nei vangeli. Se Gesù è maestro, lo è soprattutto nell’arte dell’amare. Si fa presto a parlare di amore o a credere di vivere l’amore, ma viverlo come lo ha vissuto Gesù, a prezzo del dono della vita, è arte, è un capolavoro di amore, quindi è manifestazione della gloria di Dio che è gloria dell’amare. Così questo amore diventa “segno”, cioè un segnale che dove vi è tale amore, là vi è vita cristiana, vita del discepolo di Gesù. Il discepolo di Gesù, infatti, non si distingue perché prega (pregano tutti gli uomini religiosi e anche i non religiosi quando sono nell’angoscia!); non si distingue perché fa miracoli (in tutte le religioni ci sono taumaturghi); non si distingue perché ha una sapienza raffinata (l’oriente ha elaborato una sapienza che rivaleggia con la nostra occidentale): no, si distingue perché ama, ama come Gesù!

Dunque nel testamento di Gesù vi sono
il comandamento nuovo,
lo stile e la forma,
il segno (o significatività).

Poveri uomini e povere donne che nel mondo tentano ogni giorno di amare come Gesù, con il suo stile, e sentono questo come l’impegno più grande e significativo: questi sono i discepoli di Gesù, i cristiani. Tutto il resto è scena, scena religiosa che passa con questo mondo (cf. 1Cor 7,31). Il giudizio che ci attende tutti avverrà sull’amore e su nient’altro, per ogni uomo o donna che abbia o non abbia conosciuto e creduto in Gesù Cristo, il Vivente, il Signore: egli ci ha chiesto di amarci tra noi umani, perché solo così si sente amato da noi!

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Adrian Paci, Centro di Permanenza Temporanea, 2007

Adrian Paci (Scutari – Albania 1969), quando tornerà da migrante in Italia con tutta la sua famiglia nel 1997 dall’Albania troverà ad accoglierlo una serie di manifesti elettorali con queste parole : “Un voto per noi è un albanese in meno per le strade” (Intervista a Frieze, n. 94, ottobre 2005). Sono passati meno di vent’anni e i migranti non vengono più dall’Albania, ma il problema dell’integrazione resta scottante e attuale. L’opera di Paci ci mette di fronte all’affermazione di Gesù “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. Dov’è il nostro amore, dove siamo noi di fronte a questi volti?

Paci tra le varie linee di narrazione delle sue opere propone una lettura del fenomeno delle migrazioni. Lo ha vissuto sulla sua pelle, questo rende i suoi lavori privi di retorica e degli di attenzione. Nel video del 2007, (ormai più di dieci anni fa, questo a sottolineare come l’arte contemporanea è capace di leggere la società nella quale è immersa) una fila di migranti percorre lentamente la pista di un aeroporto. La fila ha come meta la scaletta di un aereo. I migranti salgono e si assiepano sulla scaletta che non conduce da nessuna parte. L’aereo non arriverà mai. Restano lì, sospesi, in un luogo che di per sé non appartiene a nessuno, un semplice luogo di passaggio come un aeroporto. Non possono tornare indietro e neppure andare avanti. Bussano alle nostre porte scappando da guerre che sono vicine a noi, nelle quali non possono tornare, ma trovano il vuoto della nostra non accoglienza. Trovano un baratro e restano lì in attesa di una nostra decisione. Non ci sono le loro voci in questo video, loro non hanno voce, si sentono solo i rumori degli aerei che atterrano e decollano, viaggi che nascono e che si concludono mentre il loro viaggio non trova né principio né fine.

Il titolo dell’opera è significativo Centro di Permanenza Temporanea: è il nome delle strutture previste dalla legge italiana per trattenere gli stranieri sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera. Oggi li chiamiamo “Centri di identificazione ed espulsione”, ma la loro funzione non cambia.

La camera da presa si sofferma sui volti a sottolineare il fatto che non si sta parlando di numeri o di masse, ma di persone concrete con le loro storie che non possono essere ignorate e dalle quali dobbiamo farci interrogare.

“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.” Il lavoro di Paci ci ricorda che queste parole sono attualissime, che queste parole bussano alle nostre porte e hanno un volto che chiede una risposta.

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