L’abbraccio benedicente (5)
Meditazione sul ritorno del figlio prodigo
Henri Nouwen

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Parte terza
IL PADRE

Quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò… il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa….il padre allora uscì a pregarlo… Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Rembrandt e il padre

Mentre sedevo davanti al dipinto, all’Ermitage, cercando di assimilare ciò che vedevo, sono passati molti gruppi di turisti. Anche se si fermavano meno di un minuto davanti alla tela, quasi tutte le guide la descrivevano come il dipinto del padre compassionevole, e la maggior parte di esse accennavano al fatto che fosse una delle ultime opere di Rembrandt, un opera a cui era giunto soltanto dopo una vita di sofferenze. Questa, per così dire, è la sintesi del quadro. E l’espressione umana della compassione divina. Invece di essere definito Il ritorno del figlio prodigo, potrebbe benissimo definirsi L’accoglienza del padre misericordioso. L’accento è meno sul figlio che sul padre. La parabola, in verità, è una «parabola dell’amore del padre».

Osservando le fattezze con cui Rembrandt ritrae il padre, ho compreso, all’improvviso, in modo del tutto nuovo, il significato della tenerezza, della misericordia e del perdono. Raramente, se mai ciò sia avvenuto, l’immenso amore misericordioso di Dio è stato espresso in maniera così intensa. Ogni dettaglio della figura del padre, l’espressione del volto, il suo atteggiamento, i colori dell’abbigliamento e, soprattutto, la gestualità delle mani parla dell’amore divino per l’umanità che è esistito dall’inizio e che sempre esisterà. Tutto confluisce qui: la storia di Rembrandt, la storia dell’umanità e la storia di Dio. Tempo ed eternità si intersecano; la morte incombente e la vita eterna si toccano. Peccato e perdono si abbracciano; l’umano e il divino diventano una cosa sola.

Ciò che dà al ritratto del padre una forza così irresistibile è il fatto che ciò che vi è di più divino venga espresso con ciò che vi è di più umano. Vedo un uomo anziano mezzo cieco, con baffi e barba bipartita, vestito con indumenti ricamati in oro e con un mantello rosso scuro, che posa le sue mani, grandi e calme, sulle spalle del figlio che ritorna. Tutto questo è ben definito, concreto e descrivibile. Però vedo anche un infinita misericordia, un amore senza riserve, un perdono eterno realtà divine che emanano da un Padre che è il creatore dell’universo. Qui, sia l’umano che il divino, il fragile e il potente, il vecchio e l’eternamente giovane, sono pienamente espressi. Questo è il genio di Rembrandt. La verità spirituale è totalmente incarnata. Come scrive Paul Baudiquet: «La spiritualità in Rembrandt… attinge i suoi accenti più forti e straordinari dalla carne».

Particolarmente significativo è il fatto che Rembrandt scelga un uomo anziano quasi cieco per comunicare l’amore di Dio. Sicuramente è stata la parabola raccontata da Gesù e il modo in cui è stata letta e interpretata nel corso dei secoli ad offrirgli la base principale per illustrare l’amore misericordioso di Dio. Ma non devo dimenticare che è stata la storia stessa di Rembrandt che lo ha reso capace di conferire al dipinto la sua espressività davvero unica. Paul Baudiquet dice: «Sin dalla giovinezza, Rembrandt non ha avuto che una vocazione: invecchiare». Ed è vero; Rembrandt ha sempre mostrato un grande interesse per le persone più anziane. Le aveva disegnate, incise e dipinte sempre, sin da giovane, e, col passare del tempo, fu sempre più affascinato dalla loro bellezza interiore. Alcuni dei suoi ritratti più suggestivi sono ritratti di persone anziane e gli autoritratti che più colpiscono sono autoritratti eseguiti durante i suoi ultimi anni.

Dopo essere stato molto provato, sia nell’ambito della famiglia che del lavoro, mostra un attrattiva speciale per i ciechi. Quando, nelle sue opere, la luce si interiorizza, comincia a dipingere persone cieche come se fossero esse i veri vedenti. È attratto da Tobia e dal quasi cieco Simeone e li ritrae più volte. Proprio quando la sua esistenza si avvia verso le ombre della vecchiaia, quando il successo svanisce e gli splendori esteriori della sua vita impallidiscono, entra più a contatto con l’immensa bellezza della vita interiore. Qui scopre la luce che emana da un fuoco interiore che mai non muore: il fuoco dell’amore. La sua arte non cerca più di «afferrare, conquistare e regolare il visibile», ma di «trasformare il visibile nel fuoco dell’amore che emana dal cuore unico dell’artista». Il cuore unico di Rembrandt diventa il cuore unico del padre.

Il fuoco illuminante dell’amore interiore, che è diventato forte nel corso di tanti anni di sofferenza dell’artista, è lo stesso fuoco che arde nel cuore del padre che accoglie il figlio che torna. Ora capisco perché Rembrandt non abbia seguito alla lettera il testo della parabola. San Luca scrive: «Quando il figlio più giovane era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». Precedentemente, Rembrandt aveva inciso e disegnato questo evento con tutto il movimento drammatico che esso comporta. Ma approssimandosi alla morte, sceglie di ritrarre un padre in un atteggiamento molto statico, mentre riconosce il proprio figlio non con gli occhi del corpo, ma con l’occhio interiore del cuore. Sembra che le mani che toccano le spalle del figlio che ha fatto ritorno siano gli strumenti dell’occhio interiore del padre.

Il padre quasi cieco vede un intero orizzonte. La sua è una vista eterna, una vista che spazia su tutta l’umanità. È una vista che comprende lo smarrimento di donne e uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che capisce con compassione immensa la sofferenza di coloro che hanno scelto di andarsene da casa, che ha pianto un mare di lacrime quando si sono trovati nell’angoscia e nel dolore. Il cuore del padre arde dal desiderio un desiderio sconfinato di riportare a casa i suoi figli.

Come avrebbe voluto parlare loro, metterli in guardia contro i tanti pericoli che avrebbero affrontato e convincerli che a casa si può trovare tutto quello che cercano altrove! Quanto avrebbe voluto trattenerli con la sua autorità paterna e tenerli vicino a sé perché non si facessero del male! Ma il suo amore è troppo grande per comportarsi così. Non può forzare, costringere, spingere o trattenere. Offre la libertà di rifiutare o ricambiare tale amore.

Proprio l’immensità dell’amore divino costituisce la fonte della sofferenza divina. Dio, creatore del cielo e della terra, ha scelto di essere, prima di tutto e soprattutto, un Padre. Come Padre, vuole che i suoi figli siano liberi, liberi di amare. Tale libertà include la possibilità che lascino la loro casa, se ne vadano in un paese lontano e perdano ogni cosa. Il cuore del Padre conosce tutto il dolore che questa scelta comporterà, ma il suo amore non gli consente di prevenirlo.

In quanto Padre, desidera che coloro che restano a casa gioiscano della sua presenza e sentano il suo affetto. Ma anche in questo caso vuole offrire soltanto un amore che possa essere ricevuto liberamente. Egli soffre in modo indicibile quando i suoi figli lo onorano soltanto con le labbra, mentre i loro cuori sono lontani da lui. Egli conosce la loro «lingua menzognera» e il loro «cuore infedele» (cfr. Sal 78,36-37), ma non può farsi amare da loro senza venir meno alla sua vera paternità.

Come Padre, l’unica autorità che rivendica per sé è l’autorità della compassione. Essa deriva dal consentire che i peccati dei figli feriscano il suo cuore. Non c’è lussuria, avidità, rabbia, risentimento, gelosia o vendetta nei suoi figli perduti che non abbia causato una pena immensa al suo cuore. Tanto profondo è il dolore perché tanto puro è il cuore. Dal profondo luogo interiore dove l’amore abbraccia tutto il dolore umano, il Padre raggiunge i suoi figli. Il tocco delle sue mani, diffondendo una luce interiore, cerca solo di guarire.

Ecco il Dio in cui voglio credere: un Padre che, dall’inizio della creazione, ha steso le sue braccia in una benedizione misericordiosa, non forzando mai nessuno, ma aspettando sempre; non lasciando mai cadere le braccia per la disperazione, ma sperando sempre che i figli tornino per poter dire loro parole d’amore e lasciare che le sue braccia stanche si posino sulle loro spalle. Il suo unico desiderio è benedire. In latino, benedire è benedicere, che letteralmente significa: dire cose buone. Il Padre vuole dire, più col tocco che con la voce, buone cose dei suoi figli. Non desidera affatto punirli. Sono stati già troppo puniti dalla loro caparbietà interiore o esteriore. Il Padre vuole semplicemente far loro capire che l’amore che hanno cercato in vie così distorte, è stato, è e sarà sempre per loro. Il Padre vuole dire, più con le mani che con la bocca: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto». Egli è il pastore che «fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto»7.

Il vero centro del dipinto di Rembrandt è costituito dalle mani del padre. Su di esse si concentra tutta la luce; su di esse si focalizzano gli occhi degli astanti; in esse si incarna la misericordia; in esse confluiscono perdono, riconciliazione e guarigione e con esse sia il figlio esausto che il padre sfinito trovano riposo.

Da quando, per la prima volta, ho visto il poster sulla porta dell’ufficio di Simone, mi sono sentito attratto da quelle mani. Non capivo perfettamente il perché. Ma piano piano, con gli anni, sono riuscito a conoscere quelle mani. Mi hanno sorretto dal momento del mio concepimento, mi hanno accolto alla nascita, mi hanno tenuto vicino al seno di mia madre, mi hanno nutrito e fatto sentire il suo calore. Mi hanno protetto nei momenti del pericolo e consolato nei momenti del dolore. Mi hanno dato l’arrivederci quando me ne sono andato, ma mi hanno dato sempre il benvenuto al mio ritorno. Quelle mani sono le mani di Dio. Sono anche le mani dei miei genitori, insegnanti e amici, le mani di quelli che mi hanno guarito e di tutti coloro che Dio mi ha dato per ricordarmi quanto sia al sicuro.

Rembrandt morì non molto tempo dopo aver dipinto il padre e le sue mani benedicenti. Le mani dell’artista avevano dipinto innumerevoli volti umani e mani umane. In questo quadro, che è una delle sue ultime opere, ha ritratto il volto e le mani di Dio. Chi ha posato per questo ritratto di Dio a grandezza naturale? Lo stesso Rembrandt? Il padre del figlio prodigo è un autoritratto, ma non nel senso tradizionale. Il volto di Rembrandt compare in molte delle sue tele. Compare come il figlio prodigo nel bordello, nelle sembianze di un discepolo spaventato sul lago, in quelle di uno degli uomini che calano il corpo di Gesù dalla croce. Qui, tuttavia, a rivelarsi non è il volto di Rembrandt, ma la sua anima, l’anima di un padre che aveva sofferto tante morti.

Durante i suoi sessantatré anni, egli ha visto morire non solo la moglie Saskia, teneramente amata, ma anche tre figli, due figlie e le due donne con cui aveva vissuto. Il dolore per l’adorato figlio Titus, morto a ventisei anni subito dopo il matrimonio, non è stato mai narrato, ma nel padre del Figlio prodigo si può vedere quante lacrime quella scomparsa gli debba essere costata. Creato ad immagine di Dio, Rembrandt era arrivato a scoprire, attraverso la sua lunga e dolorosa lotta, la vera natura di quell’immagine. È l’immagine di un vecchio quasi cieco che piange teneramente e benedice il figlio profondamente ferito. Rembrandt era il figlio, è diventato il padre, e così si è trovato preparato a entrare nella vita eterna.

Il padre accoglie a casa

Quando era ancora lontano, il padre lo vide [il figlio più giovane] e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò… Il padre allora uscì a pregarlo [il figlio maggiore].

Padre e madre

Spesso ho chiesto ad amici di dirmi quale figura li colpisca di più nel Figlio prodigo di Rembrandt. Inevitabilmente indicano il vecchio saggio che perdona il figlio: il patriarca benevolo. Guardando a lungo il patriarca ho capito sempre meglio che Rembrandt aveva fatto qualcosa di assolutamente diverso che far posare Dio come un vecchio saggio capofamiglia.

Tutto prende ispirazione dalle sue mani. Esse sono molto diverse tra loro. La mano sinistra, posata sulla schiena del figlio, è forte e muscolosa. Le dita sono aperte e coprono gran parte della spalla destra del figlio prodigo. Posso intuire una certa pressione, specialmente del pollice. Quella mano sembra non soltanto toccare, ma anche, con la sua forza, sorreggere. Anche se la mano sinistra del padre si posa sul figlio con una certa delicatezza, è una mano che stringe con energia.

Come è diversa invece la mano destra! Essa non sorregge né afferra. E una mano raffinata, delicata e molto tenera. Le dita sono ravvicinate e hanno un aspetto elegante. La mano è posata dolcemente sulla spalla del figlio. Vuole accarezzare, calmare, offrire conforto e consolazione. È una mano di madre. Alcuni commentatori hanno ipotizzato che la mano sinistra, maschile, sia la mano stessa di Rembrandt, mentre la destra, femminile, sia simile alla mano destra de La sposa ebrea dipinta nello stesso periodo. Mi piace credere che sia vero.

Appena mi sono reso conto della differenza tra le due mani del padre, mi si è dischiuso un nuovo mondo di significati. Il Padre non è semplicemente un grande patriarca. È sia una madre che un padre. Tocca il figlio con una mano maschile e con una femminile. Lui sorregge, lei accarezza. Lui rafforza e lei consola. È dunque Dio, nel quale sono pienamente presenti uomo e l’esser-donna, la paternità e la maternità.

Quella mano destra delicata che accarezza, evoca, secondo me, le parole del profeta Isaia: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani».

Il mio amico Richard White mi ha fatto notare che la mano femminile e carezzevole del padre è in corrispondenza con il piede nudo e ferito del figlio, mentre la forte mano maschile è in corrispondenza con il piede che calza il sandalo. È troppo pensare che una mano protegge il lato vulnerabile del figlio, mentre l’altra rinvigorisce la sua forza e il suo desiderio di migliorare la propria vita?

C’è poi il grande mantello rosso. Col suo colore caldo e la sua forma avvolgente, offre un luogo ospitale dove è bello stare. All’inizio, il mantello che copre il corpo ricurvo del padre mi sembrava come una tenda che invita il viandante stanco a trovare un po’ di riposo. Ma, fissandolo meglio, mi è venuta un altra immagine, più forte di quella della tenda: quella delle ali protettive di una madre-uccello. Mi hanno rammentato le parole di Gesù sull’amore materno di Dio: «Gerusalemme, Gerusalemme… quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!» (Mt 23,37). Giorno e notte Dio mi tiene al sicuro, come una chioccia tiene al sicuro i suoi pulcini sotto le ali. Ancor più di quella della tenda, l’immagine delle ali di una vigile madre-uccello esprime la sicurezza che Dio offre ai suoi figli. Esse esprimono cura, protezione, un luogo in cui riposare e sentirsi al sicuro.

Ogni volta che nel dipinto di Rembrandt guardo il mantello simile a una tenda e a delle ali, intuisco la qualità materna dell’amore di Dio e il mio cuore comincia a cantare con le parole ispirate dal salmista: Tu che abiti al riparo dell’Altìssimo e dimori all’ombra dell’Onnipotente, di al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio, in cui confido». Ti coprirà con le sue penne, sotto le sue ali troverai rifugio (Sal 91,1-4). E così, sotto le sembianze di un vecchio patriarca ebreo, emerge anche un Dio materno che accoglie a casa il proprio figlio.

Quando guardo di nuovo quel vecchio che si curva sul figlio che fa ritorno e tocca con le mani le sue spalle, comincio a scorgere nei suoi tratti non solo un padre che «si getta al collo del figlio», ma anche una madre che accarezza il proprio figlio, lo circonda col calore del suo corpo e lo tiene contro il grembo da cui è nato. Il ritorno del figlio prodigo diventa così il ritorno al grembo di Dio, il ritorno alle vere origini dell’essere, e di nuovo echeggia l’esortazione di Gesù a Nicodemo a rinascere dall’alto.

Ora capisco anche meglio la straordinaria immobilità di questo ritratto di Dio. Qui non si indulge ad alcun sentimentalismo o romanticismo, né abbiamo a che fare con un semplicistico racconto a lieto fine. Qui ciò che vedo è un Dio presentato come madre, che riaccoglie nel suo grembo colui che ha fatto a sua immagine. Gli occhi quasi ciechi, le mani, il mantello, il corpo ricurvo, tutti questi elementi richiamano l’amore materno di Dio, segnato dal dolore, desiderio, speranza e attesa senza fine.

Il mistero, in verità, è che Dio-madre nella sua infinita misericordia ha legato se stesso alla vita dei suoi figli per l’eternità. Ha scelto liberamente di diventare dipendente dalle sue creature, che ha dotato di libertà. Questa scelta gli causa dolore quando se ne partono; questa stessa scelta gli dà felicità quando ritornano. Ma la sua gioia non sarà completa finché tutti coloro che hanno ricevuto da lui la vita non saranno tornati a casa e non si troveranno insieme attorno alla mensa preparata per loro.

E questo include anche il figlio maggiore. Rembrandt lo pone a distanza, lontano dall’ampio avvolgente mantello, al margine del cerchio di luce. Il dilemma del figlio maggiore è se accettare o rifiutare che l’amore del padre si spinga al di là di ogni confronto; se avere il coraggio di essere amato come suo padre desidera amarlo o insistere nel voler essere amato come lui si sente di dover essere amato. Il padre sa che la scelta deve essere del figlio, anche quando attende con le mani tese. Il figlio maggiore vorrà inginocchiarsi ed essere toccato dalle stesse mani che toccano il fratello più giovane? Vorrà essere perdonato e sperimentare la presenza risanatrice del padre che lo ama di un amore incomparabile?

Il racconto di Luca fa capire molto chiaramente che il padre va incontro a entrambi i figli. Non corre fuori solo per abbracciare il giovane figlio ribelle, ma esce anche per accogliere il figlio maggiore obbediente, che ritorna dai campi chiedendosi il perché della musica e delle danze, e per pregarlo di entrare.

Né più né meno

È molto importante per me capire il pieno significato di ciò che sta avvenendo. Mentre il padre è veramente colmo di gioia per il ritorno del figlio più giovane, non ha dimenticato il maggiore. Non dà per scontata la sua presenza. La sua gioia è cosi grande che non può aspettare per dar inizio ai festeggiamenti, ma appena si rende conto dell’arrivo del figlio maggiore, lascia la festa, esce, gli va incontro e lo supplica di unirsi a loro. Nella sua gelosia e amarezza, il figlio maggiore riesce a vedere soltanto che il suo irresponsabile fratello sta ricevendo più attenzioni di lui e conclude di essere il meno amato dei due.

La risposta libera e spontanea del padre al ritorno del figlio più giovane non implica alcun confronto con il figlio maggiore. Al contrario, desidera ardentemente farlo partecipe della sua gioia. Per me questo non è facile da afferrare. In un mondo che pone continuamente a confronto le persone, classificandole come più o meno intelligenti, più o meno attraenti, più o meno di successo, non è facile credere veramente in un amore che non faccia altrettanto. Quando sento elogiare qualcuno, è difficile che io non pensi a me come a una persona meno degna di lode; quando leggo della bontà e generosità di altra gente, mi rimane difficile non chiedermi se io stesso sono buono e generoso come loro, e quando vedo che trofei, premi e ricompense vengono assegnati a certe persone, non posso fare a meno di chiedermi perché ciò non sia capitato a me.

Il mondo in cui sono cresciuto è un mondo talmente dominato dalle classifiche, dai punteggi e dalle statistiche che, consciamente o inconsciamente, cerco sempre di misurarmi con gli altri. Molta tristezza e gioia nella mia vita derivano direttamente dal fatto che persisto nel fare confronti e che la maggior parte di questi confronti, se non tutti, sono inutili e costituiscono una terribile perdita di tempo e di energia.

Il nostro Dio, che è un Dio sia Padre che Madre per noi, non fa paragoni. Mai. Anche se razionalmente so che ciò è vero, è ancora molto difficile accettarlo completamente con tutto il mio essere. Quando sento che qualcuno è chiamato figlio prediletto, o figlia prediletta, la mia reazione immediata è che gli altri figli devono essere meno apprezzati o meno amati. Non riesco a spiegarmi che tutti i figli di Dio possano essere prediletti. E tuttavia lo sono. Quando guardo al Regno di Dio dal mio posto nel mondo, subito mi vien da pensare a Dio come a qualcuno che segna i punti su un qualche grande tabellone celeste: personalmente avrò sempre paura di non fare punti. Ma non appena guardo dalla casa accogliente di Dio verso il mondo, scopro che Dio ama con un amore divino, un amore che riconosce a tutte le donne e a tutti gli uomini la loro unicità senza mai fare paragoni.

Il fratello maggiore si confronta con il fratello più giovane e diventa geloso. Ma il padre li ama entrambi così tanto che non ha sentito il bisogno di rinviare la festa perché il figlio maggiore non si sentisse rifiutato. Sono convinto che molti dei miei problemi psicologici si scioglierebbero come neve al sole se lasciassi che la verità dell’amore materno di Dio che non fa confronti permeasse il mio cuore.

Quanto ciò sia difficile è chiaro quando rifletto sulla parabola dei vignaioli5. Ogni volta che leggo questa parabola in cui il padrone della vigna dà tanto agli operai che hanno lavorato solo un ora quanto a quelli che hanno sopportato «il peso della giornata e il caldo», dentro di me scatta ancora un sentimento di irritazione. Perché il padrone della vigna non ha pagato prima coloro che hanno lavorato molte lunghe ore per poi sorprendere gli ultimi con la sua generosità? Perché invece paga prima gli operai dell’undicesima ora, nutrendo così false aspettative negli altri e creando amarezze e gelosie inutili?

Queste domande, ora me ne rendo conto, derivano da una prospettiva troppo incline a imporre l’economia del temporale all’ordine unico del divino. Mai prima mi è venuto in mente che il padrone della vigna possa aver voluto che gli operai delle prime ore si rallegrassero per la sua generosità verso gli ultimi. Mai mi è passato per la mente che possa aver agito immaginando che coloro che avevano faticato nella vigna tutto il giorno sarebbero stati profondamente grati per aver avuto l’opportunità di lavorare per il loro padrone, e più ancora nel constatare quanto fosse generoso.

Accettare un tale modo di pensare che non fa paragoni esige una profonda conversione interiore. Questo comunque è il modo di pensare di Dio. Dio guarda al suo popolo come ai figli di una famiglia che sono contenti se quelli che hanno fatto poco sono amati alla stessa maniera di quelli che fanno molto. Dio è talmente senza malizia da pensare che ci sarebbe stata grande gioia quando a tutti coloro che avevano lavorato nella sua vigna, sia per lungo che per breve tempo, sarebbe stata riservata la stessa attenzione. In realtà è stato molto ingenuo da aspettarsi che tutti fossero così contenti di essere alla sua presenza che non sarebbe loro venuto in mente di confrontarsi l’un l’altro. Ecco perché dice con lo smarrimento di un innamorato frainteso: «Perché sei invidioso se sono generoso?». Avrebbe potuto dire: «Sei stato con me tutto il giorno, e ti ho dato tutto quello che hai chiesto! Perché sei così risentito?». È la stessa perplessità che nasce dal cuore del padre quando dice al figlio geloso: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo».

Qui sta il segreto della grande chiamata alla conversione: guardare non con gli occhi della poca considerazione che si ha di se stessi, ma con gli occhi dell’amore di Dio. Finché continuo a guardare Dio come a un padrone di casa, come a un padre che vuole ottenere da me il massimo al minor costo, non posso che diventare geloso, ed essere pieno di amarezza e risentimento verso i miei compagni di lavoro o i miei fratelli e sorelle. Ma se sono capace di guardare il mondo con gli occhi dell’amore di Dio e di scoprire che la sua visione non è quella di uno stereotipato padrone di casa o di un anonimo patriarca quanto piuttosto quella di un padre che tutto dona e perdona senza misurare il suo amore per i figli col metro della loro buona condotta, allora presto mi accorgerò che la mia vera risposta non può che essere una profonda gratitudine.

Il cuore di Dio

Nel dipinto di Rembrandt il figlio maggiore osserva semplicemente. È difficile immaginare cosa stia passando nel suo cuore. Proprio come con la parabola, cosi anche con il dipinto rimango con lo stesso interrogativo: come risponderà all’invito di unirsi ai festeggiamenti? Non c’è alcun motivo per dubitare sia nella parabola che nel dipinto dell’amore del padre. Il suo cuore va incontro ai due figli; li ama entrambi; spera di vederli insieme come fratelli intorno alla stessa tavola; vuole che sentano che, per quanto diversi, appartengono alla stessa casa e sono figli dello stesso padre.

Appena mi lascio assorbire da queste idee, vedo che la storia del padre e dei suoi figli perduti attesta con forza che non sono stato io a scegliere Dio, ma è stato Dio per primo a scegliere me. Questo è il grande mistero della nostra fede. Noi non scegliamo Dio, Dio sceglie noi. Dall’eternità siamo nascosti «all’ombra della mano di Dio» e «disegnati sulle palme delle sue mani» (Is 49,2.16). Prima che qualsiasi essere umano ci tocchi, Dio «ci forma nel segreto» e «ci intesse» nelle profondità della terra (Sal 139,15), e prima che qualsiasi essere umano decida di noi, Dio «ci tesse nel seno di nostra madre» (Sal 139,13). Dio ci ama prima che qualunque essere umano possa mostrarci amore. Egli ci ama con un «primo» amore (cfr. «per primo», 1Gv 4,19-20), un amore illimitato, senza riserve; vuole che siamo i suoi figli prediletti e ci dice di provare ad amare come ama lui.

Per quasi tutta la vita ho lottato per trovare Dio, per conoscere Dio, per amare Dio. Ho cercato insistentemente di seguire le direttive della vita spirituale pregare sempre, lavorare per gli altri, leggere le Scritture e di evitare le molte tentazioni che portano alla sregolatezza. Ho fallito tante volte, ma ho sempre provato di nuovo, anche quando ero vicino alla disperazione. Ora mi chiedo se mi sono sufficientemente reso conto che durante tutto questo tempo Dio ha cercato di trovarmi, conoscermi e amarmi.

La domanda non è «Come posso trovare Dio?», ma «Come posso farmi trovare da lui?». La domanda non è «Come posso conoscere Dio?», ma «Come posso farmi conoscere da Dio?». E, infine, la domanda non è «Come posso amare Dio?», ma «Come posso lasciarmi amare da Dio?». Dio mi cerca da lontano, prova a trovarmi e desidera portarmi a casa. In tutte e tre le parabole che Gesù racconta per rispondere alla domanda del perché egli mangi con i peccatori, pone l’accento sull’iniziativa di Dio. Dio è il pastore che va alla ricerca della pecorella smarrita. Dio è la donna che accende la lucerna, spazza la casa e cerca ovunque la dramma perduta finché non la ritrova. Dio è il padre che veglia e aspetta i suoi figli, corre loro incontro, li abbraccia, li supplica, li implora e li scongiura di tornare a casa.

Può suonare strano, ma Dio vuole trovare me, se non di più, perlomeno quanto io voglio trovare lui. Sì, Dio ha bisogno di me quanto io ho bisogno di lui. Dio non è il patriarca che se ne sta a casa, non si muove e aspetta che i suoi figli vadano a lui, si scusino per il loro comportamento, chiedano perdono e promettano di essere migliori. Al contrario, lascia la casa, corre verso di loro incurante della propria dignità, non bada a scuse e a promesse di cambiamento, e li porta alla tavola riccamente imbandita per loro.

Comincio a capire ora come possa cambiare radicalmente la qualità del mio itinerario spirituale se non penso più che Dio si nasconda e frapponga ogni sorta di difficoltà perché non possa trovarlo, ma se penso invece a lui come a chi mi sta cercando mentre sono io a nascondermi. Se guardo attraverso gli occhi di Dio il mio io di figlio perduto e scopro la gioia di Dio quando torno a casa, allora la mia vita può diventare meno angosciata e più fiduciosa.

Non sarebbe bello aumentare la gioia di Dio lasciandomi trovare e portare a casa da lui e celebrare con gli angeli il mio ritorno? Non sarebbe meraviglioso far sorridere Dio dandogli la possibilità di trovarmi e amarmi prodigalmente? Domande come queste sollevano una questione sostanziale: quella dell’idea che ho di me stesso. So accettare che sono degno di essere cercato? Credo che Dio desideri davvero stare soltanto con me? Qui sta il nocciolo della mia lotta spirituale: la lotta contro il rifiuto, il disprezzo e il disgusto di sé.

È una battaglia assai spietata perché il mondo e i suoi demoni cospirano per farmi pensare che sono un essere indegno, inutile e insignificante. Molti sistemi economici governati dal consumismo, stanno a galla perché manipolano la poca stima di sé dei loro utenti e creano aspettative spirituali con mezzi materiali. Finché qualcuno mi mantiene in uno stato di inferiorità, posso essere facilmente indotto a comprare cose, incontrare persone o frequentare luoghi che promettono un cambiamento radicale nell’idea che ci si fa di se stessi, anche se poi sono del tutto incapaci di realizzare tale cambiamento. Ma ogni volta che mi lascerò manipolare o sedurre in questo modo, avrò ulteriori motivi per abbattermi e considerarmi come un figlio indesiderato.

Un primo ed eterno amore

Per molto tempo ho considerato la poca stima che uno ha di sé come una sorta di virtù. Tante volte sono stato messo in guardia contro l’orgoglio e la presunzione da considerare cosa buona il disprezzo di me stesso. Ma ora mi rendo conto che il vero peccato è negare il primo amore di Dio per me, ignorare la mia bontà originale. Se infatti non rivendico nei miei confronti quel primo amore e quella bontà originale, perdo il contatto con il mio vero io e mi predispongo alla ricerca distruttiva, tra gente sbagliata e in posti sbagliati, di ciò che può essere trovato soltanto nella casa di mio Padre.

Non penso di essere solo in questa lotta per rivendicare il primo amore di Dio e la mia bontà originale. Sotto tanta umana alterigia, competitività e rivalità; sotto tanta sicurezza di sé e persino arroganza, c’è spesso un cuore molto insicuro, molto meno sicuro di quanto il comportamento esteriore porterebbe a credere. Spesso sono rimasto molto scosso nello scoprire che uomini e donne di evidente talento e con molti riconoscimenti per la loro opera abbiano tanti dubbi sulla loro bontà. Invece di assaporare i loro successi esteriori come un segno della propria bellezza interiore, li vivono come una copertura per nascondere il loro senso di inutilità personale. Non pochi mi hanno detto: «Se solo la gente sapesse cosa passa nel più profondo di me stesso, smetterebbe di applaudire ed elogiare».

Ricordo come fosse oggi il dialogo con un giovane amato e ammirato da tutti quelli che lo conoscevano. Mi disse come una piccola critica da parte di uno dei suoi amici lo avesse gettato in un abisso di depressione. Mentre parlava, le lacrime scorrevano dai suoi occhi e il suo corpo si torceva nell’angoscia. Sentiva che l’amico aveva sfondato il suo muro di difesa e lo aveva visto come realmente era: uno spregevole ipocrita, un uomo meschino sotto una corazza luccicante. Come ho sentito il suo racconto, mi sono reso conto di quanto infelice fosse stata la sua vita, anche se la gente intorno a lui lo invidiava per le sue doti. Per anni si era portato dentro queste domande: «C è qualcuno che mi ama veramente? C’è qualcuno che si cura veramente di me?». E ogni volta che era salito un po più in alto sulla scala del successo, aveva pensato: «Questi in realtà non sono io; un giorno crollerà tutto e allora la gente vedrà che non sono buono».

Questo incontro illustra come molte persone vivano la propria esistenza mai completamente sicure di essere amate per quello che sono. Molti hanno storie dolorose che spiegano con ragioni molto plausibili la poca considerazione che hanno di se stessi: storie con genitori che non hanno dato loro ciò di cui avevano bisogno, con insegnanti che li hanno trattati male, con amici che li hanno traditi e con una Chiesa che li ha trascurati in un momento critico della loro vita.

La parabola del figlio prodigo è un racconto che parla di un amore che è esistito prima ancora che fosse possibile qualsiasi rifiuto e starà ancora li dopo che tutti i rifiuti si saranno consumati. È il primo ed eterno amore di un Dio che è allo stesso tempo Padre e Madre. È la sorgente di ogni vero amore umano, anche del più limitato. Tutta la vita e la predicazione di Gesù hanno avuto un solo scopo: rivelare questo inesauribile e illimitato amore materno e paterno del suo Dio e indicare la via che consente a quell’amore di guidare ogni istante della nostra vita quotidiana. Nel dipinto del padre, Rembrandt mi offre un barlume di quell’amore. È l’amore che sempre accoglie a casa e sempre vuole festeggiare.

Il padre esige che si faccia festa

Il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.

Dare proprio il meglio

Per me è chiaro che il figlio più giovane non ritorna a una semplice vita di fattoria. Luca descrive il padre come un uomo molto facoltoso con grandi sostanze e molti servi. Per accordarsi con questa descrizione, Rembrandt veste riccamente lui e i due uomini che lo stanno osservando. Le due donne sullo sfondo si appoggiano a un arco che sembra più la parte di un palazzo che di una fattoria. Lo splendido abbigliamento del padre e l’aspetto prospero dell’ambiente sono in netto contrasto con la lunga sofferenza cosi visibile nei suoi occhi quasi ciechi, nel volto addolorato e nella figura ricurva. Il Dio che soffre a causa del suo immenso amore per i propri figli è lo stesso Dio che è ricco di bontà e misericordia e desidera rivelare ai suoi figli la ricchezza della sua gloria.

Al figlio il padre non lascia nemmeno la possibilità di scusarsi. Previene la sua supplica con un perdono spontaneo e non presta ascolto alle sue argomentazioni perché del tutto irrilevanti alla luce della gioia per il suo ritorno. Ma c’è di più. Non solo perdona senza fare domande e accoglie gioiosamente il figlio perduto, ma non può aspettare per dargli una vita nuova, una vita in abbondanza.

Dio è così desideroso di dare la vita al figlio che ritorna, da sembrare quasi impaziente. Niente è abbastanza bello. Gli deve essere dato proprio il meglio. Mentre il figlio si è preparato ad essere trattato come un garzone, il padre esige che gli venga dato il vestito riservato agli ospiti di riguardo; e, sebbene il figlio non si senta più degno di essere chiamato figlio, il padre gli mette un anello al dito e i calzari ai piedi per onorarlo come suo figlio prediletto e reintegrarlo come suo erede.

Ricordo molto bene gli abiti che indossavo durante l’estate dopo il conseguimento del diploma di scuola media. Pantaloni bianchi, cintura enorme, camicia sgargiante e scarpe luccicanti; tutto esprimeva quanto mi sentissi bene con me stesso. I miei genitori erano stati molto contenti di comprarmi questi nuovi abiti e ostentavano un grande orgoglio per il loro figlio. Da parte mia, mi sentivo fiero di essere il loro figlio. Mi ricordo specialmente quanto fu bello indossare le scarpe nuove.

Da quei giorni, ho viaggiato molto e ho visto come la gente affronti la vita a piedi nudi. Ora comprendo ancora meglio il significato simbolico delle scarpe nuove. I piedi scalzi indicano povertà e spesso schiavitù. Le scarpe sono per i ricchi e i potenti. Le scarpe proteggono dai serpenti; danno sicurezza e forza. Trasformano le prede in cacciatori. Per molta povera gente procurarsi le scarpe significa un salto di qualità nella vita sociale.

Un vecchio spiritual afro-americano esprime tutto questo in modo suggestivo: «Tutti i figli di Dio hanno le scarpe. Quando andrò in cielo indosserò le mie scarpe; camminerò per tutto il cielo di Dio». Il padre veste il figlio con i simboli della libertà, la libertà dei figli di Dio. Non vuole che qualcuno di loro sia garzone o schiavo. Vuole che indossino l’abito d onore, l’anello dell’eredità e le calzature del prestigio. È come un investitura con cui viene inaugurato l’anno di grazia di Dio.

Il pieno significato di questa investitura e inaugurazione è specificato nella quarta visione del profeta Zaccaria: Poi [il Signore] mi fece vedere il sommo sacerdote Giosuè, ritto davanti all’angelo del Signore… Giosuè infatti era rivestito di vesti immonde e stava in piedi davanti all’angelo del Signore, il quale prese a dire a coloro che gli stavano intorno: «Toglietegli quelle vesti immonde». Poi disse a Giosuè: «Ecco, io ti tolgo dì dosso il peccato, fatti rivestire di abiti da festa». Poi soggiunse: «Mettetegli sul capo un diadema mondo». E gli misero un diadema mondo sul capo, lo rivestirono di candide vesti alla presenza dell’angelo del Signore. Poi l’angelo del Signore dichiarò a Giosuè: «Dice il Signore degli eserciti: Se camminerai nelle mie vie e osserverai le mie leggi, tu avrai il governo della mia casa, sarai il custode dei miei atri e ti darò accesso fra questi che stanno qui. Ascolta, dunque, Giosuè sommo sacerdote… rimuoverò in un sol giorno l’iniquità da questo paese. In quel giorno… ogni uomo inviterà il suo vicino sotto la sua vite e sotto il suo fico».

Quando ho letto il racconto del figlio prodigo con in mente questa visione di Zaccaria, la parola «presto», con cui il padre esorta i servi a portare al figlio il vestito più bello, l’anello e i calzari, esprime molto più che un impazienza umana. Rivela l’ansia divina di inaugurare il nuovo Regno che è stato preparato dall’inizio dei tempi. Non c’è dubbio che il padre voglia una festa prodiga. L’uccisione del vitello fatto ingrassare per una occasione speciale, mostra quanto il padre intendesse abbandonarsi, senza remore, all’ondata dei suoi sentimenti e offrire al figlio una festa come mai era stata celebrata prima. La sua gioia esuberante è evidente. Dopo aver ordinato di preparare ogni cosa, esclama: «Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» e subito cominciarono a far festa. C’è cibo in abbondanza, musica e danze e i lieti rumori della festa si possono udire molto lontano da casa.

Un invito alla gioia

Mi rendo conto di non essere abituato all’immagine di Dio che dà una grande festa. Sembra contraddire la solennità e la serietà che gli ho sempre attribuite. Ma quando penso ai modi con cui Gesù descrive il Regno di Dio, un banchetto gioioso ne costituisce spesso il centro. Gesù dice: «Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli». E paragona il Regno dei Cieli a un banchetto di nozze offerto da un re per suo figlio. I servi del re vanno a chiamare gli invitati con le parole: «Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze» (Mt 22,4). Ma molti non se ne curano. Sono troppo presi dai loro affari. Proprio come nella parabola del figlio prodigo, Gesù esprime qui il grande desiderio di suo Padre di offrire ai propri figli un banchetto e la sua impazienza di celebrarlo, anche se coloro che sono invitati si rifiutano di venire.

Questo invito al banchetto è un invito all’intimità con Dio. Ciò è chiaro specialmente all’Ultima Cena, poco prima della morte di Gesù. In quell’occasione, egli dice ai discepoli: «Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre m io» (Mt 26,29). E, alla fine del Nuovo Testamento, la vittoria finale di Dio è descritta come uno splendido banchetto di nozze: «… Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo, rendiamo a lui gloria, perché sono giunte le nozze dell’Agnello… Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell’Agnello!…» (Ap 19,6-9).

I festeggiamenti appartengono al Regno di Dio. Dio non solo offre perdono, riconciliazione e guarigione, ma vuole elevare questi doni a fonte di gioia per tutti coloro che li testimoniano. In tutte e tre le parabole che Gesù racconta per spiegare perché egli mangi con i peccatori, Dio gioisce e invita gli altri a gioire con lui. «Rallegratevi con me», dice il pastore, «perché ho trovato la mia pecora che era perduta». «Rallegratevi con me», dice la donna, «perché ho ritrovato la dramma che avevo perduto». «Facciamo festa», dice il padre, «perché questo mio figlio era perduto ed è stato ritrovato». Tutte queste voci sono le voci di Dio. Dio non vuole tenersi la gioia per sé. Vuole che tutti vi partecipino. La gioia di Dio è la gioia dei suoi angeli e dei suoi santi; è la gioia di tutti coloro che appartengono al Regno.

Rembrandt dipinge il momento del ritorno del figlio minore. Il figlio maggiore e gli altri tre membri della famiglia del padre mantengono le distanze. Capiranno la gioia del padre? Si lasceranno abbracciare dal padre? E io? Avranno il coraggio di mettersi alle spalle le loro recriminazioni e partecipare ai festeggiamenti? E io? Di quel che accade posso vedere soltanto una scena, mentre quello che avverrà dopo lo devo indovinare. Ripeto: E loro? E io? So che il padre vuole che tutti quelli che lo circondano ammirino i nuovi abiti del figlio che è tornato, che si uniscano a lui intorno alla mensa, che mangino e danzino con lui. Non è una faccenda privata. E qualcosa che tutti in famiglia devono celebrare con gratitudine. Ripeto di nuovo: E loro? E io? È una domanda importante perché riguarda per quanto possa sembrare strano la mia riluttanza a vivere una vita gioiosa.

Dio si rallegra. Non perché i problemi del mondo sono stati risolti, non perché tutto il dolore e la sofferenza umani sono giunti alla fine, e nemmeno perché migliaia di persone si sono convertite e ora lo stanno lodando per la sua bontà. No, Dio si rallegra perché uno dei suoi figli che era perduto è stato ritrovato. Ciò a cui sono chiamato è partecipare a quella gioia. È la gioia di Dio, non la gioia che offre il mondo. È la gioia di vedere un figlio che cammina verso casa in mezzo a tutte le distruzioni, le devastazioni e l’angoscia del mondo. È una gioia nascosta, quasi invisibile come il suonatore di flauto che Rembrandt ha dipinto sul muro sopra la testa dell’osservatore seduto.

Non sono abituato a rallegrarmi delle piccole cose, nascoste e poco notate dalla gente intorno a me. Sono generalmente pronto e preparato a ricevere cattive notizie, a leggere di guerre, violenze e crimini e a essere testimone di conflitti e disordini. Mi aspetto sempre che i miei visitatori parlino dei loro problemi e del loro dolore, delle loro sconfitte e delle loro delusioni, delle loro depressioni e della loro angoscia. In qualche modo mi sono abituato a vivere con la tristezza, e così non ho più occhi per vedere la gioia e non ho più orecchie per sentire la contentezza che appartengono a Dio e che vanno scoperte negli angoli nascosti del mondo.

Ho un amico così profondamente unito a Dio che riesce a vedere gioia dove io mi aspetto solo tristezza. Viaggia molto e incontra un’infinità di persone. Quando torna a casa, mi aspetto sempre che mi racconti della difficile situazione economica dei paesi che ha visitato, delle grandi ingiustizie di cui ha sentito parlare e del dolore che ha visto. Ma, anche se è molto informato dei grandi sconvolgimenti del mondo, raramente ne parla. Quando comunica le sue esperienze, parla delle gioie nascoste che ha scoperto. Parla di un uomo, di una donna o di un bambino che gli hanno portato speranza e pace. Parla di piccoli gruppi di persone che sono fedeli e leali tra loro, in mezzo a tutta la confusione del mondo. Parla delle piccole meraviglie di Dio. A volte mi accorgo di essere deluso perché voglio sentire notizie da prima pagina, storie emozionanti ed eccitanti di cui poi parlare tra amici. Ma lui non risponde mai al mio bisogno di sensazionalismo. Continua a dire: «Ho visto cose molto piccole e molto belle, qualcosa che mi ha dato tanta gioia».

Il padre del figlio prodigo si abbandona totalmente alla gioia che il figlio ritrovato gli procura. Devo trarre qualche lezione da tutto questo. Devo imparare a rubare tutta la gioia vera che è possibile afferrare e porla ben in vista perché gli altri la vedano. Sì, lo so che non tutti ancora si sono convertiti, che non c’è ancora pace nel mondo intero, che ancora non è stato eliminato tutto il dolore, ma tuttavia vedo persone che cambiano e tornano a casa; sento voci che pregano, noto momenti di perdono e assisto a molti segni di speranza. Non devo aspettare che tutto vada bene, ma posso festeggiare ogni piccolo indizio del Regno che sia a portata di mano. Questa è una vera disciplina. Richiede di optare per la luce anche quando molte sono le tenebre che mi spaventano, optare per la vita anche quando le forze della morte sono tanto visibili, e optare per la verità anche quando sono circondato da menzogne.

Sono così portato a lasciarmi impressionare dalla naturale tristezza della condizione umana da non riuscire più a testimoniare la gioia che si manifesta in tanti modi modesti, ma molto concreti. Il premio per chi sceglie la gioia è la gioia stessa. Vivere con i disabili mentali mi ha convinto di questo. C’è tanto rifiuto, dolore e fragilità tra noi, ma una volta che si sceglie di affermare la gioia nascosta in mezzo a tutta la sofferenza, la vita diventa una festa. La gioia non nega mai la tristezza, ma la trasforma in terreno fertile per una gioia maggiore.

Sicuramente sarò considerato un ingenuo, un uomo non realista e sentimentale, e sarò accusato di ignorare i veri problemi, i mali strutturali che stanno alla base di molta miseria umana. Ma Dio gioisce quando un peccatore pentito ritorna. Statisticamente non è molto rilevante. Ma sembra che a Dio i numeri non interessino mai. Chissà che il mondo non sia salvato dalla distruzione grazie a una, due o tre persone che hanno continuato a pregare mentre il resto dell’umanità ha perso la speranza e si è lasciata andare! Dalla prospettiva di Dio, un atto nascosto di pentimento, un piccolo gesto di amore disinteressato, un momento di vero perdono, sono tutto ciò che è necessario perché dal suo trono corra incontro al figlio che ritorna e i cieli si riempiano di suoni di gioia divina.

Non senza dolore

Se questa è la via di Dio, allora vengo sfidato ad abbandonare tutte le voci di condanna e disapprovazione che mi portano alla depressione e a consentire invece che le piccole gioie rivelino la verità del mondo in cui vivo. Quando Gesù parla del mondo, lo fa in termini molto realistici. Parla di guerre e rivoluzioni, terremoti, peste e carestie, persecuzione e incarceramenti, tradimento, odio e assassinii. Non c’è alcun indizio che questi segni delle tenebre del mondo scompariranno per sempre. Tuttavia la gioia di Dio può essere nostra anche in mezzo ad esse. E la gioia di appartenere alla famiglia di Dio, il cui amore è più forte della morte e che ci permette di essere nel mondo quando già apparteniamo al regno della gioia. Questo è il segreto della gioia dei santi. Da sant’Antonio del deserto, a san Francesco d’Assisi, a Frère Roger Schultz di Taizé, a Madre Teresa di Calcutta, la gioia è stata il segno degli uomini e delle donne di Dio.

Tale gioia si può scorgere sui volti di tante persone semplici, povere e spesso sofferenti che vivono oggi in mezzo a grandi sconvolgimenti economici e sociali, ma che possono già sentire la musica e le danze della casa del Padre. Io stesso ogni giorno vedo questa gioia sui volti degli handicappati mentali della mia comunità. Tutti questi uomini e donne santi, siano vissuti in altre epoche o appartengano al nostro tempo, sanno riconoscere i tanti piccoli ritorni che hanno luogo ogni giorno e si rallegrano con il Padre. In qualche modo hanno penetrato il significato della vera gioia.

Per me è sorprendente sperimentare quotidianamente la differenza radicale tra cinismo e gioia. I cinici cercano le tenebre ovunque vadano. Indicano sempre pericoli imminenti, motivi disonesti e macchinazioni nascoste. Definiscono ingenua la fiducia, romantiche le premure e sentimentalistico il perdono. Beffeggiano l’entusiasmo, ridicolizzano il fervore spirituale e disprezzano l’atteggiamento carismatico. Si considerano uomini coi piedi per terra, che vedono la realtà per quello che è veramente e non si lasciano ingannare da emozioni fuorviami.

Ma sminuendo la gioia di Dio, la loro oscurità è causa di altra oscurità. Coloro che sono riusciti ad assaporare la gioia di Dio non negano le tenebre, ma scelgono di non vivere in esse. Affermano che della luce che splende nell’oscurità ci si può fidare più che dell’oscurità stessa e che pochissima luce può disperdere molta oscurità. Si indicano a vicenda lampi di luce qui e là, e si rammentano a vicenda che essi rivelano la presenza nascosta ma reale di Dio. Scoprono che esistono persone che si guariscono le ferite reciprocamente, si perdonano le offese, condividono i loro beni, promuovono lo spirito di comunità, festeggiano i doni che hanno ricevuto e vivono nella costante anticipazione della piena manifestazione della gloria di Dio.

Ogni momento di ciascun giorno ho la possibilità di scegliere tra cinismo e gioia. Ogni mio pensiero può essere cinico o gioioso. Ogni parola che pronuncio può essere cinica o gioiosa. Ogni azione può essere cinica o gioiosa. Sono sempre più consapevole di tutte queste possibili scelte e scopro sempre più che ogni scelta a favore della gioia rivela a sua volta un di più di gioia e offre una ragione ulteriore per fare della vita una vera festa nella casa del Padre. Gesù ha vissuto appieno questa gioia della casa del Padre. In lui possiamo vedere la gioia del Padre. «Tutto quello che il Padre possiede è m io», dice, compresa la gioia illimitata di Dio. Questa gioia divina non annulla il dolore divino. Nel nostro mondo, gioia e dolore si escludono a vicenda. Quaggiù, gioia significa assenza di dolore e dolore assenza di gioia. Ma distinzioni del genere non esistono in Dio.

Gesù, il Figlio di Dio, è l’uomo delle sofferenze, ma anche l’uomo della gioia completa. Un barlume di questa verità lo possiamo cogliere quando constatiamo che nel momento della sua maggiore sofferenza, Gesù non è mai separato dal Padre. La sua unione con Dio non viene mai meno, nemmeno quando si sente abbandonato da Dio. La gioia di Dio appartiene alla sua condizione di figlio, e questa gioia di Gesù e del Padre suo viene offerta a me. Gesù vuole che io abbia l’identica gioia che lui stesso gode: «Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena».

Come figlio di Dio che è ritornato e vive nella casa del Padre, sta a me affermare la gioia di Dio. Raramente c’è un minuto nella mia vita in cui non sia tentato dalla tristezza, dalla malinconia, dal cinismo, dall’umor nero, da pensieri cupi, da riflessioni morbose e da ondate di depressione. E spesso consento loro di soffocare la gioia presente nella casa di mio Padre. Ma quando credo veramente di essere già ritornato e che mio Padre mi ha già vestito con mantello, anello e calzari, posso rimuovere dal mio cuore la maschera della tristezza, scacciare la menzogna sul vero me stesso e affermare quindi la verità con la libertà interiore del figlio di Dio.

Ma c’è di più. Un figlio non rimane un bambino. Un figlio diventa un adulto. Un adulto diventa padre e madre. Quando il figlio prodigo torna a casa, torna non per rimanere un bambino, ma per affermare la sua condizione di figlio e diventare lui stesso un padre. Come figlio di Dio che è ritornato ed è invitato a riprendere il proprio posto nella casa del Padre, la sfida ora, o meglio, la chiamata, è diventare io stesso il Padre.

Sono intimorito da questa chiamata. Per lungo tempo ho vissuto con la convinzione che tornare alla casa di mio Padre fosse la chiamata definitiva. Mi ci è voluto molto lavoro spirituale per far sì che il figlio maggiore e il figlio minore che sono in me tornassero indietro e ricevessero l’amore accogliente del Padre. Il fatto è che, sotto molti aspetti, sto ancora ritornando. Ma più arrivo vicino a casa, più si fa chiaro che esiste una chiamata che è al di là della chiamata a tornare. È la chiamata a diventare il Padre che accoglie a casa e chiede che si faccia festa. Avendo ricuperato la mia condizione di figlio, ora devo rivendicare la condizione di padre.

Quando ho visto per la prima volta il Figlio prodigo di Rembrandt, non avrei mai immaginato che diventare il figlio pentito sarebbe stato soltanto un passo sulla via per diventare il padre che lo accoglie dandogli il benvenuto. Ora capisco che le mani che perdonano, consolano, guariscono e offrono un banchetto festoso devono diventare le mie mani. Diventare il Padre è dunque, per me, la sorprendente conclusione di queste riflessioni su II ritorno del figlio prodigo di Rembrandt.