L’abbraccio benedicente (4)
Meditazione sul ritorno del figlio prodigo
Henri Nouwen

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Parte seconda
IL FIGLIO MAGGIORE

Il figlio maggiore sì trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: «È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo», Egli si indignò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso». Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Rembrandt e il figlio maggiore

Durante le ore trascorse all’Ermitage, guardando in tutta tranquillità il Figlio prodigo, non ho mai dubitato, nemmeno per un momento, che l’uomo in piedi alla destra della pedana su cui il padre abbraccia il figlio che ha fatto ritorno, fosse il figlio maggiore. Il modo in cui sta lì a guardare il grande gesto di benvenuto non lascia spazio a dubbi su chi Rembrandt abbia voluto ritrarre. Ho preso molte annotazioni per descrivere questo osservatore distante, dallo sguardo duro, e vi ho visto tutto ciò che Gesù ci dice sul figlio maggiore. Eppure la parabola afferma chiaramente che il figlio maggiore non è ancora a casa quando il padre abbraccia il figlio perduto mostrandogli la sua misericordia. Anzi, la storia narra che quando il figlio maggiore finalmente rientra dal lavoro, la festa per il felice ritorno a casa del fratello è già in pieno fervore.

Mi stupisco con che facilità mi sia sfuggito il divario tra il quadro di Rembrandt e la parabola, dando per scontato che Rembrandt nel suo ritratto del figlio prodigo abbia voluto dipingere entrambi i fratelli. Quando sono tornato a casa e ho cominciato a leggere tutti gli studi storici sul dipinto, mi sono subito reso conto che molti critici erano molto meno sicuri di me sull’identità dell’uomo alla destra della tela. Alcuni lo descrivono semplicemente come un uomo anziano e altri dubitano persino che l’abbia dipinto lo stesso Rembrandt. Ma poi un giorno, più di un anno dopo la mia visita all’Ermitage, un amico, Ivan Dyer, con il quale avevo discusso spesso del mio interesse per il dipinto del Prodigo, mi spedì una copia di The Religious Significance of Rembrandt’s Return o f the Prodigal Son [Il significato religioso del ritorno del figlio prodigo di Rembrandt] di Barbara Joan Haeger.

Questo brillante studio, che situa il quadro nel contesto della tradizione visiva e iconografica del tempo di Rembrandt, ha richiamato alla memoria il figlio maggiore del dipinto. La Haeger mostra che, nei commenti e nei dipinti biblici del tempo di Rembrandt, la parabola del fariseo e del pubblicano e la parabola del figlio prodigo sono strettamente collegate. Rembrandt segue quella tradizione. L’uomo seduto che si batte il petto e guarda il figlio che torna è un personaggio che rappresenta i peccatori e i pubblicani, mentre l’uomo in piedi che guarda il padre in modo per così dire enigmatico è il figlio maggiore che rappresenta i farisei e gli scribi. Comunque, ponendo il figlio maggiore nel dipinto come il testimone più in evidenza, Rembrandt va non solo oltre il testo letterale della parabola, ma anche oltre la tradizione pittorica del suo tempo. Così facendo, si attiene, come dice la Haeger, «non alla lettera ma allo spirito del testo biblico».

Le conclusioni di Barbara Haeger sono molto più di una felice conferma della mia prima intuizione. Mi aiutano a vedere il ritorno del figlio prodigo come un opera che riassume la grande battaglia spirituale e le grandi scelte che questa battaglia richiede. Dipingendo non soltanto il figlio più giovane tra le braccia del padre, ma anche il figlio maggiore che può ancora scegliere o non scegliere l’amore che gli viene offerto, Rembrandt mi presenta «il dramma interiore dell’anima», il suo come il mio. Proprio come la parabola del figlio prodigo racchiude il nucleo del messaggio evangelico e chiama i lettori a fare le proprie scelte di fronte ad esso, così anche il dipinto di Rembrandt riassume la sua lotta spirituale e invita coloro che lo osservano a decidere personalmente della loro vita. Perciò gli spettatori all’interno del dipinto di Rembrandt ne fanno un opera che impegna in modo molto personale lo spettatore all’esterno.

Quando, nell’autunno del 1983, vidi per la prima volta il poster che illustrava la parte centrale del dipinto, sentii subito che ero chiamato personalmente a qualche cosa. Ora che conosco meglio l’intero dipinto e soprattutto il significato del testimone più in risalto sulla destra, sono più che mai convinto dell’enorme provocazione spirituale che questo quadro rappresenta. Osservando il figlio più giovane e riflettendo sulla vita di Rembrandt, mi è stato chiaro che Rembrandt deve aver compreso quel giovane in modo del tutto personale. Quando dipingeva iI ritorno del figlio prodigo, aveva vissuto una vita fatta di grande fiducia in se stesso, di successo e di fama, seguita poi da molte perdite dolorose, delusioni e fallimenti. Attraverso queste vicende si era spostato dalla luce esterna alla luce interiore, dalla descrizione di eventi esterni a quella di significati interiori, da una vita affollata di cose e persone a una più segnata dalla solitudine e dal silenzio. Con l’età era cresciuto in interiorità e si era fatto più tranquillo. Il suo, insomma, era stato un ritorno spirituale a casa.

Ma anche il figlio maggiore è parte dell’esperienza esistenziale di Rembrandt e molti biografi moderni non sono infatti teneri con la visione romantica della sua vita. Essi sottolineano che l’artista era molto più succube alle richieste dei suoi committenti e al suo bisogno di denaro di quanto si creda generalmente, che i suoi soggetti spesso sono più il risultato delle mode imperanti del tempo che della sua visione spirituale, e che i suoi fallimenti sono in gran parte dovuti sia al suo carattere ipocrita e odioso che alla mancanza di apprezzamento da parte del suo ambiente. Diverse nuove biografie vedono in Rembrandt più un intrigante egoista e calcolatore che un uomo alla ricerca della verità spirituale. Sostengono che molti dei suoi dipinti, per quanto splendidi, sono molto meno spirituali di quanto sembrino.

La mia reazione iniziale a questi studi demitizzanti su Rembrandt è stata come di chi subisce uno shock. In particolare, dopo la lettura della biografia di Gary Schwartz che lascia poco spazio alla figura idealizzata di Rembrandt mi sono addirittura chiesto se qualcosa che somigli a una conversione abbia mai avuto luogo nella sua vita. Risulta molto chiaro dai numerosi studi recenti sui rapporti di Rembrandt con i suoi committenti, coloro cioè che ordinavano e compravano le sue opere, come anche con la famiglia e con gli amici, che fosse una persona con cui era molto difficile andare d’accordo. Schwartz lo descrive come una «persona aspra e vendicativa che usava tutte le armi, consentite o meno, per attaccare coloro che si venivano a trovare sulla sua strada».

In verità, era risaputo che Rembrandt agisse spesso in modo egoista, arrogante e persino vendicativo. Ciò risulta con molta evidenza da come trattò Geertje Dircx, con la quale aveva vissuto per sei anni. Si servì del fratello di Geertje, cui era stata affidata la procura dalla stessa Geertje, per «raccogliere testimonianze dai vicini contro di lei, e farla poi ricoverare in manicomio». Cosa che avvenne puntualmente. Quando più tardi sembrò che potesse essere dimessa, «Rembrandt assoldò un agente per raccogliere deposizioni contro di lei ed essere sicuro che rimanesse rinchiusa».

Durante il 1649, l’anno in cui ebbero inizio questi tragici eventi, Rembrandt ne fu così coinvolto che non produsse alcuna opera. A questo punto emerge un altro Rembrandt, un uomo pronto al rancore e al desiderio di vendetta e capace di tradimento. Questo Rembrandt è difficile da affrontare. Non è difficile provar simpatia per un personaggio lussurioso che si abbandona ai piaceri edonistici del mondo, poi si pente, torna a casa e diventa una persona molto spirituale. Ma apprezzare un uomo che nutre profondi risentimenti, che spreca molto del suo tempo prezioso in cause meschine e si aliena di continuo le persone con il suo comportamento arrogante, è molto più difficile. Tuttavia, per una mia migliore comprensione del personaggio, debbo riconoscere che anche quella costituì una parte della sua vita, parte che non posso ignorare.

Rembrandt è nel contempo il figlio maggiore della parabola e il figlio minore. Quando, durante gli ultimi anni della sua vita, ha dipinto entrambi i figli nel suo Ritorno del figlio prodigo, aveva vissuto una vita cui non erano estranei né lo smarrimento del figlio minore né lo smarrimento del figlio maggiore. Entrambi avevano bisogno di guarigione e di perdono. Entrambi avevano bisogno di tornare a casa. Entrambi avevano bisogno dell’abbraccio di un padre che perdona. Ma dalla storia stessa, come pure dal dipinto di Rembrandt, è evidente che la conversione più difficile da attuare è la conversione di colui che sta a casa.

Il figlio maggiore parte

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: «È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Egli si indignò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito a un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso».

Stare con le mani incrociate

Durante le ore che ho trascorso all’Ermitage ad osservare il dipinto di Rembrandt, sono rimasto sempre più affascinato dalla figura del figlio maggiore. Ricordo di essere stato a guardarlo a lungo chiedendomi cosa stesse passando per la mente e nel cuore di quell’uomo. Egli, senza dubbio, è l’osservatore principale del ritorno a casa del figlio più giovane. All’epoca in cui conoscevo solo il dettaglio del dipinto in cui il padre abbraccia il figlio che ritorna, era piuttosto facile percepirlo come un personaggio invitante, commovente e rassicurante. Ma quando ho visto l’intero dipinto, mi sono subito reso conto della complessità del gruppo.

A quanto pare, l’osservatore principale, che guarda il padre mentre abbraccia il figlio che è tornato, se ne sta rigidamente sulle sue. Guarda il padre, ma non con gioia. Non si protende in avanti né sorride o esprime il suo benvenuto. Sta semplicemente lì a lato della pedana evidentemente non desideroso di farsi coinvolgere. È vero che il ritorno è l’evento dominante del dipinto; non è comunque situato nel centro fisico della tela. Ha luogo sul lato sinistro del quadro, mentre il fratello maggiore, alto e impassibile, domina il lato destro. C’è un ampio spazio vuoto che separa il padre e il figlio maggiore, uno spazio dove si crea una tensione che esige una soluzione. Con il figlio maggiore nel dipinto, non mi è più possibile fare del sentimentalismo sul ritorno. L’osservatore principale mantiene le distanze; a quanto pare non è disposto a condividere l’accoglienza del padre. Che sta succedendo dentro questo uomo? Che farà? Si farà più vicino e abbraccerà il fratello come ha fatto il padre, o se ne andrà con sdegno e disgusto?

Da quando il mio amico Bart mi ha fatto notare che potrei essere molto più simile al fratello maggiore che non a quello più giovane, ho osservato questo uomo alla destra con più attenzione e ho visto molte cose nuove e anche dure da accettare. Il modo in cui il figlio maggiore è stato dipinto da Rembrandt lo mostra molto simile al padre. Entrambi hanno la barba e indossano ampi mantelli rossi sulle spalle.

Questi elementi esterni suggeriscono come figlio e padre abbiano molto in comune e questa comunanza è sottolineata dalla luce sul figlio maggiore che in modo molto diretto collega il suo al volto luminoso del padre. Ma che differenza penosa tra i due! Il padre si piega sul figlio che è tornato. Il figlio maggiore sta in piedi irrigidito, posizione accentuata dal lungo bastone che dalla mano arriva fino a terra. Il mantello del padre è ampio e accogliente; quello del figlio cade giù rigido e uniforme lungo il corpo. Le mani del padre sono stese e toccano colui che ritorna in un gesto di benedizione; quelle del figlio maggiore sono strette insieme e tenute vicino al petto. C è luce su entrambi i volti, ma la luce che emana dal volto del padre fluisce per tutto il corpo specialmente le mani e riverbera sul figlio più giovane un grande alone di calore luminoso; mentre la luce sul volto del figlio maggiore è fredda e circoscritta. La sua figura rimane nell’oscurità e le sue mani congiunte restano nell’ombra.

La parabola dipinta da Rembrandt potrebbe essere giustamente chiamata La parabola dei figli perduti. Non si è perduto soltanto il figlio più giovane, che se n è andato da casa per cercare libertà e felicità in un paese lontano, ma anche quello che è rimasto. Esteriormente faceva tutte le cose che si suppone faccia un bravo figlio, ma, interiormente, si era allontanato da suo padre. Faceva il proprio dovere, lavorava sodo ogni giorno e adempiva tutti i suoi obblighi, ma era diventato sempre più infelice e meno libero.

Perduto nel risentimento

Mi è difficile ammettere che questo uomo amaro, risentito e sdegnato, da un punto di vista spirituale possa essermi più vicino del sensuale fratello più giovane. Tuttavia più penso al figlio maggiore e più mi ci riconosco. In quanto figlio maggiore, nella mia famiglia, so bene come ci si sente a dover essere un figlio modello. Spesso mi chiedo se non siano soprattutto i figli maggiori a voler corrispondere alle aspettative dei genitori e a voler essere considerati obbedienti e ligi al dovere. Spesso vogliono riuscire graditi. Spesso temono di essere una delusione per i genitori. Ma spesso anche sperimentano, abbastanza presto nella vita, una certa invidia nei confronti dei fratelli e delle sorelle più giovani, che sembrano meno preoccupati di piacere e molto più liberi di fare a modo loro.

Questo fu certamente il mio caso. E per tutta la vita ho nutrito una strana curiosità per la vita disobbediente che io stesso non ho osato vivere, ma che ho visto vivere da molti intorno a me. Ho fatto tutte le cose giuste, attenendomi generalmente alle direttive date dalle molte figure parentali della mia vita: insegnanti, direttori spirituali, vescovi e papi, ma allo stesso tempo spesso mi sono chiesto perché non abbia avuto il coraggio di andarmene come ha fatto il figlio più giovane.

È strano arrivare a questa confessione, ma, nel profondo del mio cuore, sì, ho conosciuto il sentimento di invidia nei confronti del figlio ribelle. È l’emozione che mi nasce dentro quando vedo i miei amici divertirsi nel fare tutte quelle cose che condanno. Ho definito il loro comportamento biasimevole o persino immorale, ma allo stesso tempo mi sono spesso domandato perché non avevo l’ardire di comportarmi anch’io come loro, se non del tutto, almeno in parte. La vita obbediente e ligia al dovere di cui sono orgoglioso o per la quale vengo elogiato si fa sentire qualche volta come un peso che grava sulle mie spalle, e continua a opprimermi anche quando l’ho accettato a tal punto da non voler scaricarmene.

Non ho alcuna difficoltà nell’identificarmi con il figlio maggiore della parabola che così si lamenta: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito a un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici». In questo lamento, l’obbedienza e il dovere sono diventati un peso e il servizio è una schiavitù. Tutto questo si è rivelato molto vero quando un mio amico, diventato di recente cristiano, mi ha criticato per non essere molto devoto. La sua critica mi ha fatto uscire dai gangheri. Mi sono detto: «Come osa costui darmi una lezione sulla preghiera! Per anni ha vissuto una vita senza pensieri e senza freni, mentre io, sin dalla fanciullezza, ho scrupolosamente vissuto una vita di fede. Si è convertito ora e mi dice come mi devo comportare!».

Questo risentimento interiore mi rivela il mio stesso smarrimento. Ero rimasto a casa senza mai allontanarmi, ma non avevo ancora vissuto una vita libera nella casa di mio padre. Rabbia e invidia dimostravano la mia schiavitù. Non è qualcosa che è accaduto solo a me. Molti figli e figlie maggiori si sono perduti rimanendo sempre a casa. Ed è questo smarrimento caratterizzato dalla facilità a giudicare e condannare, dalla rabbia e dal risentimento, dall’amarezza e dalla gelosia ad essere così dannoso e devastante per il cuore dell’uomo.

Spesso pensiamo allo smarrimento in termini di azioni molto palesi, persino spettacolari. Il figlio più giovane ha peccato in un modo che possiamo facilmente identificare. Il suo smarrimento è evidente. Ha fatto cattivo uso del denaro, del tempo, degli amici e del suo stesso corpo. Quello che faceva era sbagliato; non soltanto la sua famiglia e gli amici lo sapevano, ma anche lui ne era consapevole. Si è ribellato alla morale e si è lasciato travolgere dalla sua lussuria e avidità. C’è qualcosa di molto ben definito nella sua cattiva condotta. Poi, avendo visto che il suo comportamento ribelle non conduceva se non alla miseria e alla sofferenza, il figlio più giovane è rinsavito, si è voltato indietro e ha chiesto perdono.

Abbiamo qui un classico fallimento umano che si è risolto in modo semplice. Piuttosto facile da comprendere e compatire. Lo smarrimento del figlio maggiore, invece, è molto più difficile da identificare. Dopo tutto, faceva le cose perbene. Era obbediente, ligio al dovere, rispettoso della legge e gran lavoratore. La gente lo rispettava, lo ammirava, lo elogiava e probabilmente lo considerava un figlio modello. All’esterno era irreprensibile. Ma, di fronte alla gioia del padre al ritorno del fratello più giovane, una forza oscura erompe in lui e ribolle in superficie. Improvvisamente emerge una persona risentita, orgogliosa, cattiva ed egoista, una persona rimasta nascosta nel subconscio, anche se si era fatta sempre più forte e operante nel corso degli anni.

Guardando in profondità dentro di me e poi intorno a me la vita degli altri, mi chiedo cosa sia più dannoso, la lussuria o il risentimento? C’è tanto risentimento tra i giusti e i retti. C’è tanta facilità a giudicare, condannare e esistono tanti pregiudizi tra i santi. C’è tanta rabbia repressa tra le persone preoccupate di evitare il peccato. Lo smarrimento del santo pieno di risentimento è così difficile da individuare proprio perché è strettamente unito al suo desiderio di essere buono e virtuoso.

Io so, dall’esperienza della mia vita, con quanto zelo ho cercato di essere buono, ben accetto, amabile e di buon esempio agli altri. Mi sono sempre sforzato, in modo cosciente, di evitare le insidie del peccato e ho sempre avuto paura di cedere alla tentazione. Ma nonostante questo, sono subentrati una severità e un fervore moralistici e persino un tocco di fanatismo che mi hanno reso sempre più difficile sentirmi a casa nella casa di mio Padre. Sono diventato meno libero, meno spontaneo, meno allegro, e gli altri hanno finito per vedermi sempre più come una persona piuttosto pesante.

Senza gioia

Quando ascolto attentamente le parole con cui il figlio maggiore attacca il proprio padre, parole ipocrite, di autocommiserazione, di gelosia, sento in esse un oscuro lamento. È il lamento che viene da un cuore che avverte di non aver mai ricevuto ciò che gli era dovuto. È il lamento espresso in infinite maniere sottili e non, e che forma un sostrato indurito di risentimento umano. È il lamento che grida: «Ho faticato tanto, ho lavorato a lungo, mi sono dato sempre da fare e ancora non ho ricevuto quello che altri ottengono tanto facilmente. Perché la gente non mi ringrazia, non mi invita, non si diverte con me, non mi rende omaggio, mentre presta tanta attenzione a coloro che prendono la vita con disinvoltura e noncuranza?».

È in questo lamento, cui può essere data voce o meno, che riconosco il figlio maggiore in me. Spesso mi ritrovo a dolermi di piccoli rifiuti, piccole scortesie, piccole negligenze. Di frequente scopro che dentro di me non la finisco di mormorare, piagnucolare, brontolare, lagnarmi e affliggermi, anche contro la mia volontà. Più mi soffermo su questi pensieri e peggiore diventa il mio stato. E più analizzo il mio stato, più vi trovo ragioni per lamentarmi. Più lo scandaglio, più si fa complicato. C’è una forza enorme e oscura che mi trascina a questo lamento interiore. La condanna degli altri e l’autocondanna, l’ipocrisia e il rifiuto di quello che si è si rafforzano a vicenda in un circolo sempre più vizioso.

Ogni volta mi ci lascio sedurre, ogni volta mi avvita in una spirale senza fine di ripudio di me stesso. Poiché mi lascio attrarre nel vasto labirinto interiore dei miei lamenti, mi ci perdo sempre di più, finché, alla fine, mi sento la persona più incompresa, respinta, trascurata e disprezzata del mondo. Di una cosa sono sicuro: lamentarsi è qualcosa che si autoperpetua ed è controproducente. Ogni volta che mi abbandono alle mie lagnanze nella speranza di suscitare pietà e ricevere la soddisfazione che tanto desidero, il risultato è sempre l’opposto di ciò che volevo ottenere. È difficile vivere accanto a qualcuno che si lamenta e pochissime persone sanno come rispondere alle querimonie di chi rifiuta se stesso.

La tragedia è che spesso le lamentele, una volta espresse, conducono a ciò che più si teme, e cioè a un ulteriore rifiuto. D a questo punto di vista, l’incapacità del figlio maggiore di condividere la gioia del padre diventa del tutto comprensibile. Quando tornò dai campi, udì la musica e le danze. Capì che in casa si faceva festa. Immediatamente si fece sospettoso. Ogni volta che ci lamentiamo per non saper accettare noi stessi, perdiamo la spontaneità al punto che non riusciamo più a lasciarci coinvolgere dalla gioia che è intorno a noi.

La storia prosegue: «Chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò». Si ha paura di essere esclusi di nuovo, che qualcuno non ci abbia detto cosa sta accadendo, di essere in qualche modo emarginati. Il lamento torna immediatamente a galla: «Perché non sono stato informato, che significa tutto questo?». Il servo, senza sospettare nulla, pieno di eccitazione e ansioso di condividere la buona notizia, spiega: «È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo». Ma questo grido di gioia non può essere accettato. Anziché sollievo e gratitudine, la gioia del servo raccoglie un sentimento opposto: «Egli si indignò, e non voleva entrare». Gioia e risentimento non possono coesistere. La musica e le danze, invece di invitare all’allegria, diventano un motivo per isolarsi ancora di più.

Ricordo molto bene una situazione analoga. Una volta che mi sentivo molto solo, chiesi ad un amico di uscire con me. Sebbene mi avesse detto di non averne il tempo, lo trovai un po’ più tardi a casa di un comune amico, dove c’era una festa. Vedendomi disse: «Benvenuto, unisciti a noi, è bello vederti». Ma la mia rabbia fu tanta per non avermi detto della festa che non riuscii a trattenermi. Tutti i miei lamenti interiori per non essere stato accettato, gradito e amato presero il sopravvento, e lasciai quell’ambiente, sbattendo la porta dietro di me. Ero completamente inibito, incapace di ricevere e partecipare alla gioia che c’era in quel luogo. In un attimo la gioia in quella stanza era diventata motivo di sdegno.

Questa esperienza di non essere capace di partecipare alla gioia è l’esperienza di chi ha il cuore colmo di risentimento. Il figlio maggiore non ebbe la forza di entrare in casa e di condividere la gioia del padre. Il suo lamento interiore lo paralizzò e consenti che l’oscurità avvolgesse il suo cuore. Rembrandt ha percepito il significato più profondo di questa situazione quando ha dipinto il figlio maggiore a lato della pedana su cui il figlio più giovane viene ricevuto nella gioia del padre. Non ha dipinto il festeggiamento con i musicisti e i danzatori; questi erano semplicemente i segni esteriori della gioia del padre. Nel quadro l’unico segno di festa è la figura di un suonatore di flauto seduto, tratteggiato in rilievo sul muro a cui si appoggia una delle donne (la madre del prodigo?). Al posto della festa, Rembrandt ha dipinto della luce, la luce raggiante che avvolge sia il padre che il figlio.

La gioia che Rembrandt ritrae è la gioia quieta propria della casa di Dio. Nella storia ci si può immaginare che il figlio maggiore stia fuori al buio e non voglia entrare nella casa illuminata, piena di allegri rumori. Ma Rembrandt non dipinge né la casa né i campi. Ritrae tutto con la luce e l’oscurità. L’abbraccio del padre, pieno di luce, è la casa di Dio. Tutta la musica e le danze sono lì. Il figlio maggiore rimane al di fuori del cerchio di questo amore, rifiutandosi di entrarvi. La luce sul suo volto fa capire che anche lui è chiamato alla luce, ma non può essere forzato.

Talvolta la gente si chiede: che ne è stato del figlio maggiore? Si è lasciato persuadere dal padre? È entrato alla fine in casa e ha partecipato ai festeggiamenti? Ha abbracciato il fratello e lo ha accolto come aveva fatto il padre? Si è seduto allo stesso tavolo con suo padre e suo fratello e si è goduto insieme a loro il pranzo di festa? Né il dipinto di Rembrandt né la parabola da esso illustrata ci dicono se il figlio maggiore abbia finalmente consentito a farsi trovare. È disposto il figlio maggiore a confessare che anche lui è un peccatore bisognoso di perdono? È disposto ad ammettere di non essere migliore del fratello?

Non so rispondere a queste domande. Come non so in che modo il figlio più giovane abbia accettato i festeggiamenti o abbia vissuto con il padre dopo il ritorno, così ignoro se il figlio maggiore si sia mai riconciliato con il fratello, con il padre o con se stesso. Ciò che conosco con certezza incrollabile è il cuore del padre. È un cuore di sconfinata misericordia.

Una questione aperta e chiusa

A differenza delle fiabe, la parabola non si chiude con una pagina a lieto fine. Ci lascia invece faccia a faccia con una delle scelte spirituali più difficili della vita: fidarsi o non fidarsi dell’amore di Dio che tutto perdona. Soltanto io posso fare questa scelta. In risposta alla protesta degli scribi e dei farisei: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro», Gesù li ha posti a confronto non solo con il ritorno del figlio prodigo, ma anche con lo sdegno del figlio maggiore. Deve essere stato uno shock per queste persone religiose ligie al dovere. Essi alla fine hanno dovuto far i conti con la propria protesta e scegliere come avrebbero risposto all’amore di Dio per i peccatori. Sarebbero stati disposti ad unirsi a tavola con loro come ha fatto Gesù? Quella fu un autentica sfida e lo è tuttora: per loro, per me, per ogni essere umano tormentato dal risentimento e tentato di rifugiarsi in uno stile di vita contemplativo.

Più rifletto sul figlio maggiore che è in me e più mi rendo conto di quanto sia veramente radicata in profondità questa forma di smarrimento e quanto sia difficile tornare a casa partendo da lì. Tornare a casa da una avventura sessuale sembra molto più facile che tornare a casa da un calcolato sdegno che ha messo le sue radici negli angoli più riposti del mio essere. Il mio risentimento non è un problema che si possa individuare facilmente e trattare razionalmente. È molto più dannoso: qualcosa strettamente connesso con l’altra faccia della mia virtù. Non è forse bene essere obbediente, ligio al dovere, rispettoso della legge, lavorare duro e sacrificarsi? E tuttavia sembra che i miei risentimenti e le mie lamentele siano misteriosamente legati a questi atteggiamenti lodevoli. Questa connessione spesso mi fa disperare. Proprio nel momento in cui voglio parlare o agire nel modo più generoso possibile, vengo preso dallo segno e dal risentimento. E sembra che proprio quando voglio essere il più altruista possibile, mi ritrovo ossessionato dal bisogno di essere amato.

Proprio quando faccio del mio meglio per compiere bene un mio dovere, mi ritrovo a domandarmi perché gli altri non si applicano come faccio io. Proprio quando penso di essere capace di superare le mie tentazioni, provo invidia per coloro che ad esse si abbandonano. Sembra che dovunque sia il mio io virtuoso, là vi sia anche uno che si lamenta risentito. Qui mi trovo di fronte alla mia più vera povertà. Sono totalmente incapace di estirpare i miei risentimenti. Sono così profondamente abbarbicati al terreno del mio Io più intimo che riuscire a strapparli è come volere la propria autodistruzione.

Come sradicare questi risentimenti senza estirpare anche le virtù? Il figlio maggiore che è in me è capace di tornare a casa? Posso essere ritrovato come è stato ritrovato il figlio più giovane? Come posso tornare quando mi sento perso nelle spire del risentimento, quando sono divorato dalla gelosia, quando mi trovo imprigionato nell’obbedienza e nel dovere vissuti come una schiavitù? È chiaro che da solo, da me stesso, non mi posso ritrovare. Mi scoraggia di più guarirmi come figlio maggiore che come figlio minore.

Posto di fronte all’impossibilità di un autoredenzione, ora comprendo le parole di Gesù a Nicodemo: «Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto». Deve succedere infatti qualcosa che io stesso non sono in grado di provocare. Non posso rinascere dal basso, cioè con le mie sole forze, con la mia mente, con le mie capacità psicologiche. Non ho dubbi al riguardo, perché ho provato infinite volte nel passato a guarirmi dai miei lamenti e ho fallito… fallito… e fallito, fino a giungere sull’orlo di un totale collasso nervoso e persino di un esaurimento fisico. Posso essere guarito soltanto dall’alto, da dove giunge Dio. Ciò che a me è impossibile è possibile a Dio. «Con Dio tutto è possibile».

Il ritorno del figlio maggiore

Il figlio maggiore… si indignò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo… Gli rispose il padre: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».

Una conversione possibile

Il padre rivuole non solo il figlio minore, ma anche il figlio maggiore. Anche il figlio maggiore ha bisogno di essere ritrovato e ricondotto alla casa della gioia. Risponderà alla richiesta di suo padre o rimarrà ancorato alla sua amarezza? Anche Rembrandt lascia in sospeso la decisione finale del fratello maggiore. Barbara Joan Haeger scrive: «Rembrandt non rivela se egli veda la luce. Siccome non condanna espressamente il fratello maggiore, Rembrandt induce a sperare che anche lui si sentirà prima o poi un peccatore… l’interpretazione della reazione del fratello maggiore viene lasciata a chi osserva il quadro».

La conclusione aperta ad ogni soluzione della storia stessa e la descrizione che ne fa Rembrandt, mi portano ad approfondire la mia ricerca spirituale. Quando guardo il viso illuminato del figlio maggiore e poi le sue mani che restano nel buio, percepisco non solo la sua schiavitù, ma anche la possibilità di liberazione. Questo non è un racconto che distingue i due fratelli in uno buono e in uno cattivo. Solo il padre è buono. Ama entrambi i figli. Corre fuori per andare incontro a tutti e due. Vuole che sia l’uno che l’altro siedano alla sua mensa e condividano la sua gioia.

Il fratello più giovane si lascia stringere in un abbraccio misericordioso. Il fratello maggiore rimane indietro, osserva questo gesto del padre e tuttavia non riesce a vincere il proprio sdegno e lasciare che il padre guarisca anche lui. L’amore del Padre non è un atto di costrizione. Sebbene il Padre voglia guarirci da tutte le nostre tenebre interiori, siamo sempre liberi di fare la nostra scelta, di rimanere nelle tenebre o di entrare nella luce dell’amore di Dio. Dio è là. La luce di Dio è là. Il perdono di Dio è là. L’amore sconfinato di Dio è là. Ciò che è sicuro è che Dio è sempre là, sempre pronto a donare e perdonare, in modo assolutamente indipendente dalla nostra risposta.

L’amore di Dio non dipende dal nostro pentimento o dai nostri cambiamenti interiori o esteriori. Che io sia il figlio minore o il figlio maggiore, l’unico desiderio di Dio è di portarmi a casa. Arthur Freeman scrive: Il padre ama ogni figlio e dà ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno adeguatamente. Il padre sembra rendersi conto, al di là dei costumi della società in cui vive, del bisogno dei propri figli di essere se stessi. Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una casa. Come si concluderà la storia dipende da loro. Il fatto che la parabola non abbia un finale garantisce che l’amore del padre non dipende da una conclusione appropriata del racconto. L’amore del padre dipende solo da lui e fa esclusivamente parte del suo carattere. Come dice Shakespeare in uno dei suoi sonetti: «L amore non è amore se muta quando trova mutamenti».

Per me, personalmente, la possibile conversione del figlio maggiore è di importanza vitale. Trovo di avere molte affinità con quel gruppo di persone nei confronti del quale Gesù è tanto critico: i farisei e gli scribi. Ho meditato sui libri, ho frequentato le leggi e spesso mi sono presentato come un autorità su questioni religiose, La gente mi ha dimostrato grande rispetto e mi ha persino chiamato reverendo. Sono stato ricompensato con complimenti ed elogi, con denaro e premi, e ho goduto di una certa fama. Sono stato critico verso molti tipi di comportamento e spesso ho pronunciato giudizi sugli altri. Perciò, quando Gesù narra la parabola del figlio prodigo, devo ascoltare con la consapevolezza di essere più vicino a coloro che l’hanno provocato a inventare quel racconto quando si sono permessi di osservare: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro».

Ho qualche possibilità di tornare al Padre e sentirmi accolto nella sua casa? o sono così irretito nei miei lamenti farisaici da essere condannato, contro il mio desiderio, a rimanere fuori casa, macerandomi nel mio sdegno e risentimento? Gesù dice: «Beati voi poveri… beati voi che ora avete fame… beati voi che ora piangete…», ma io non sono né povero, né affamato, né sto piangendo. Gesù prega: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose [del regno] ai dotti e ai sapienti» (Lc 10,21). È a questi, i dotti e i sapienti, che io evidentemente appartengo. Gesù mostra una spiccata preferenza per coloro che vivono ai margini della società i poveri, gli ammalati e i peccatori, ma io di certo non vivo ai margini.

La tormentosa domanda che viene a me dal Vangelo è: «Ho già avuto la mia ricompensa?». Gesù è molto critico nei confronti di coloro che «amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini». Di essi dice: «In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa» (Mt 6,5). Con tutti i miei scritti e i miei discorsi sulla preghiera e con tutta la notorietà di cui godo, non posso fare a meno di chiedermi se queste parole non siano rivolte a me. In verità lo sono. Ma il racconto del figlio maggiore pone tutte queste tormentose domande sotto una nuova luce, facendo capire molto chiaramente che Dio non ama il figlio minore più del maggiore.

Nel racconto il padre va incontro al figlio maggiore proprio come ha fatto con quello più giovane, lo esorta a entrare e dice: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo». Queste sono le parole a cui devo porre attenzione e che devo lasciar penetrare fino al centro di me stesso. Dio mi chiama figlio. La parola greca per figlio, che Luca usa q u i, è téknon, «un modo affettuoso per rivolgersi a qualcuno», come dice Joseph A. Fitzmyer. Tradotto letteralmente, sulle labbra del padre significa bambino.

Questo approccio affettuoso diventa ancora più evidente nelle parole che seguono. I rimproveri duri e amari del figlio non si scontrano con giudizi o sentenze. Non ci sono recriminazioni né accuse. Il padre non si difende né commenta il comportamento del figlio maggiore. Va direttamente al di là di tutte le valutazioni per sottolineare la sua intima relazione con il figlio quando dice: «Tu sei sempre con me». La dichiarazione di amore incondizionato da parte del padre elimina ogni possibilità che il figlio più giovane sia più amato del maggiore. Questi non ha mai lasciato la casa. Il padre ha condiviso ogni cosa con lui. Lo ha reso partecipe della sua vita quotidiana, senza escluderlo da nulla. «Tutto ciò che è mio è tuo», dice. Non potrebbe esserci affermazione più chiara dell’amore illimitato del padre per il proprio figlio maggiore. Perciò l’amore sconfinato e senza riserve del padre viene offerto totalmente ed equamente a entrambi i figli.

Abbandonare la rivalità

La gioia per il drammatico ritorno del figlio più giovane non significa assolutamente che il figlio maggiore fosse meno amato, meno apprezzato, meno favorito. Il padre non stabilisce confronti tra i due figli. Li ama entrambi di un amore totale ed esprime quell’amore in sintonia coi loro itinerari individuali. Li conosce entrambi intimamente. È consapevole delle loro peculiari qualità e dei loro difetti. Vede con amore la passione del figlio più giovane, anche quando non è regolata dall’obbedienza. Con lo stesso amore vede l’obbedienza del figlio maggiore, anche quando non è vivificata dalla passione.

Con il figlio più giovane non ha pensieri che stabiliscono apprezzamenti di migliore o peggiore, di più o di meno, proprio come non si concede valutazioni di giudizio con il figlio maggiore. Il padre risponde a entrambi rispettando la loro personalità. Il ritorno del figlio più giovane lo porta a sollecitare festeggiamenti gioiosi. Il ritorno del figlio maggiore lo induce ad estendere l’invito ad una piena partecipazione a quella gioia. «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti», dice Gesù. In essa ogni figlio di Dio ha il suo posto unico, tutti posti di Dio.

Devo abbandonare tutti i paragoni, tutte le rivalità e le competizioni e arrendermi all’amore del Padre. Ciò richiede un salto di fede perché ho poca esperienza di un amore che non si abbandoni a paragoni e non conosco il potere salutare di un tale amore. Finché me ne sto fuori al buio, posso soltanto rimanere col mio lamento risentito, frutto dei miei confronti. Fuori della luce, mio fratello più giovane sembra essere più amato di me dal Padre; in realtà, fuori dalla luce, non riesco nemmeno a vederlo come fratello. Dio mi spinge a raggiungere la sua casa, a entrare nella sua luce e a scoprire che lì, in Dio, tutte le persone sono amate in modo unico e totale. Nella luce di Dio posso finalmente vedere il mio vicino come mio fratello, come colui che appartiene a Dio quanto appartengo io.

Ma fuori della casa di Dio, fratelli e sorelle, mariti e mogli, innamorati e amici diventano rivali e persino nemici; ognuno continuamente afflitto da gelosie, sospetti e risentimenti. Non sorprende che, nel suo sdegno, il figlio maggiore si lamenti del padre: «… tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso».

Queste parole rivelano quanto questo uomo debba sentirsi profondamente ferito. Il suo amor proprio è dolorosamente offeso dalla gioia del padre e lo sdegno gli impedisce di accettare come fratello questo scioperato che ritorna. Con le parole «questo tuo figlio», prende le distanze dal fratello come pure dal padre. Guarda ai due come a estranei che hanno perso il senso della realtà e si impegnano in una relazione del tutto inadeguata, considerate le vicende della vita del prodigo. Il figlio maggiore non ha più un fratello. Né, ormai, tanto meno un padre. Entrambi gli sono divenuti estranei. Guarda dall’alto in basso con disprezzo suo fratello, un peccatore; guarda suo padre, un proprietario di schiavi, alzando gli occhi con timore.

Qui tocco con mano come si sia perduto anche il figlio maggiore. E diventato un forestiero in casa sua. Non c’è più autentica comunione. In ogni relazione si è insinuata l’oscurità. Aver paura o mostrare disprezzo, subire la sottomissione o rafforzare il controllo, essere un oppressore o una vittima: queste sono diventate le scelte per chi è fuori della luce. I peccati non si possono confessare, il perdono non si può ricevere, la reciprocità dell’amore non può esistere. La vera comunione è diventata impossibile.

Conosco il dolore di questa situazione. In essa ogni cosa perde la sua spontaneità. Ogni cosa diventa sospetta, preoccupante, calcolata e ci si abbandona a mille congetture. Non c’è più alcuna fiducia. Ogni piccola mossa esige una contromossa; ogni piccola osservazione richiede un analisi; il minimo gesto deve essere valutato. Siamo alla patologia dell’oscurità. C’è un uscita? Non credo ci sia almeno non da parte mia. Ho spesso l’impressione che più provo a liberarmi dall’oscurità, più il buio aumenti. Ho bisogno di luce, ma quella luce deve vincere le mie tenebre e non posso darmela da solo. Non posso perdonarmi. Non posso farmi sentire amato. Da solo non riesco a lasciare il mondo del mio sdegno. Non posso recarmi a casa da solo né posso fare comunione per conto mio. Posso desiderare, sperare, aspettare tutto questo, si, e pregare per ottenerlo. Ma la mia vera libertà non posso fabbricarmela. Mi deve essere data. Sono un uomo perduto. Devo essere ritrovato e condotto a casa dal pastore che mi viene incontro.

La storia del figlio prodigo è la storia di un Dio che viene a cercarmi e non si dà pace finché non mi ha ritrovato. Egli sprona e supplica. Mi chiede di non aggrapparmi più alle forze della morte e di lasciarmi accogliere dalle braccia che mi condurranno dove troverò la vita che più desidero.

Di recente ho vissuto molto concretamente, sulla mia pelle, il ritorno del figlio maggiore. Mentre facevo l’autostop, sono stato investito da un auto e mi sono ritrovato in ospedale a un passo dalla morte. Qui ho avuto subito l’intuizione folgorante che non sarei stato libero di morire finché avessi continuato a lamentarmi di non essere stato amato abbastanza da colui di cui sono figlio. Mi sono reso conto di non essere cresciuto del tutto. Ho sentito forte l’appello a smetterla con le mie lamentele da adolescente e a finirla di mentire dicendo a me stesso che sono meno amato dei miei fratelli più giovani. Una sorta di incubo, ma un autentica liberazione. Quando mio padre, molto più in là con gli anni, venne a trovarmi in aereo dall’Olanda, capii che era il momento di rivendicare la mia condizione di figlio datami da Dio. Per la prima volta nella mia vita, dissi esplicitamente a mio padre che lo amavo e che ero grato del suo amore per me. Dissi molte cose che non avevo mai detto prima e fui sorpreso nel constatare quanto tempo mi ci era voluto per dirle. Mio padre era in qualche modo sorpreso e perfino confuso da tutto ciò, ma accolse le mie parole con comprensione e con un sorriso.

Se ripenso a quell’evento spirituale, lo considero come un vero ritorno, il ritorno da una falsa dipendenza da un padre umano, che non può darmi tutto ciò di cui ho bisogno, verso una vera dipendenza dal Padre divino che dice: «Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo»; il ritorno anche dal mio lamentarmi, dal fare confronti, dal mio io risentito al mio vero io che è libero di dare e ricevere amore. E anche se ci sono state, e indubbiamente continueranno a esserci, molte ricadute, questo mi ha ricondotto alla originaria libertà di vivere la mia vita e di morire la mia morte. Il ritorno al «Padre, dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome»9 fa sì che mio padre sia l’essere umano buono e amorevole che è, ma limitato, mentre fa sì che il mio Padre celeste sia il Dio il cui immenso e incondizionato amore scioglie, come neve al sole, tutti i risentimenti e gli sdegni e mi rende libero di amare al di là del bisogno di risultare gradito o di trovare approvazione.

Con fiducia e gratitudine

Questa esperienza personale del ritorno del figlio maggiore in me può offrire qualche speranza alle persone tormentate dal risentimento, che è il frutto amaro del loro bisogno di riuscire graditi. Presumo che tutti noi un giorno o l’altro dovremo fare i conti con il figlio o la figlia maggiore che sono in noi. La domanda che ci sta davanti è semplice: cosa possiamo fare per rendere possibile il ritorno? Sebbene Dio stesso ci venga incontro per ritrovarci e portarci a casa, dobbiamo non solo riconoscere che siamo creature perdute, ma trovarci anche preparati ad essere ritrovati e portati a casa. Come? Di certo non semplicemente aspettando o rimanendo passivi. Anche se siamo incapaci di liberarci dal nostro sdegno inveterato, possiamo lasciarci ritrovare da Dio, e guarire col suo amore, attraverso la pratica concreta e quotidiana della fiducia e della gratitudine.

Fiducia e gratitudine sono le discipline per la conversione del figlio maggiore. E sono arrivato a conoscerle attraverso la mia stessa esperienza. Senza la fiducia, non posso lasciarmi trovare. La fiducia è quella profonda convinzione interiore che il Padre mi vuole a casa. Finché dubito se sono degno di essere ritrovato e mi butto giù considerandomi meno amato dei miei fratelli e delle mie sorelle più giovani, non potrò essere ritrovato. Devo dire continuamente a me stesso: «Dio ti sta cercando. Andrà dovunque a cercarti. Ti ama, ti vuole a casa, non può aver pace finché non ti abbia con sé».

C’è una voce molto forte e oscura in me che dice l’opposto: «Dio non è veramente interessato a me, preferisce il peccatore pentito che torna a casa dopo le sue dissolutezze. Non fa attenzione a me che non ho mai lasciato la casa. Mi dà per scontato. Non sono il suo figlio prediletto. Non mi aspetto che mi dia ciò che voglio veramente». A volte questa voce oscura è così forte che ho bisogno di un enorme energia spirituale per credere che il padre mi voglia a casa quanto il figlio più giovane. Superare il mio cronico lamento e pensare, parlare e agire con la convinzione che qualcuno mi sta cercando e che sarò ritrovato esige un autentica disciplina.

Senza tale disciplina, divento preda di una disperazione che si riproduce senza fine. Dicendo a me stesso che non sono abbastanza importante per essere ritrovato, esaspero la mia autocommiserazione al punto da diventare totalmente sordo alla voce che mi chiama. A un certo punto, devo ripudiare completamente la voce che mi porta a rifiutarmi e affermare la verità che Dio vuole davvero abbracciarmi come fa con i miei fratelli e le mie sorelle ribelli.

Per aver la meglio, questa fiducia deve essere ancora più profonda del senso di smarrimento. Gesù ne esprime la radicalità quando dice: «Tutto quello che domandate nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi sarà accordato». Vivere in questa fiducia radicale aprirà la via a Dio per realizzare il mio desiderio più profondo.

Insieme alla fiducia deve esserci la gratitudine, l’opposto del risentimento. Risentimento e gratitudine non possono coesistere, poiché il risentimento impedisce di percepire e sperimentare la vita come dono. Il mio risentimento mi dice che non ricevo ciò che merito. Si manifesta sempre con l’invidia. La gratitudine, comunque, va oltre il mio e il tuo e afferma la verità che tutta la vita è puro dono.

In passato ho sempre pensato alla gratitudine come a una risposta spontanea alla consapevolezza dei doni ricevuti, ma ora mi rendo conto che la gratitudine può essere vissuta anche come una disciplina. La disciplina della gratitudine è lo sforzo esplicito di riconoscere che tutto ciò che sono e che possiedo mi è dato come dono d’amore, dono da celebrare nella gioia. La gratitudine come disciplina implica una scelta cosciente. Posso scegliere di essere grato anche quando le mie emozioni e i miei sentimenti sono ancora impregnati di dolore e di risentimento.

È sorprendente la quantità di occasioni in cui posso scegliere la gratitudine invece di lamentarmi. Posso scegliere di essere grato quando vengo criticato, persino quando il mio cuore risponde ancora con l’amarezza. Posso scegliere di parlare della bontà e della bellezza, anche quando dentro di me cerco ancora qualcuno da accusare o qualcosa da definire brutto. Posso scegliere di ascoltare le voci che perdonano e guardare i volti che sorridono, persino quando sento ancora parole di vendetta e vedo smorfie di odio.

C’è sempre una possibilità di scelta tra risentimento e gratitudine perché Dio è apparso in mezzo alle mie tenebre, mi ha esortato a tornare a casa e ha dichiarato con voce affettuosa: «Tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo». Posso scegliere infatti di restarmene nelle tenebre in cui mi trovo, additare coloro che sembrano occupare una posizione migliore della mia, lamentarmi delle tante sfortune che mi hanno afflitto nel passato e dunque macerarmi nel mio risentimento. Ma non devo fare questo. Posso infatti anche scegliere di guardare negli occhi Colui che è venuto a cercarmi e vedervi che tutto ciò che sono e possiedo è un puro dono che richiede gratitudine.

Raramente la scelta della gratitudine avviene senza qualche vero sforzo. Ma ogni volta che lo compio, la scelta successiva è un po’ più facile, un po’ più libera, un po’ meno egoistica. Perché ogni dono che ritengo tale ne rivela un altro e un altro ancora, finché, alla fine, persino l’evento o l’incontro più normale, ovvio e apparentemente mondano si rivela colmo di grazia. C’è un proverbio estone che dice: «Chi non ringrazia per il poco non ringrazierà nemmeno per il molto». Gesti di gratitudine dispongono l’uomo alla gratitudine, perché un po’ alla volta rivelano che tutto è grazia.

Sia la fiducia che la gratitudine richiedono il coraggio di assumersi dei rischi perché la diffidenza e il risentimento, proprio perché hanno bisogno di affermarsi in me, continuano ad ammonirmi di quanto sia pericoloso abbandonare i miei calcoli accurati e le mie caute previsioni. Su molti punti devo fare un salto di fede perché alla fiducia e alla gratitudine venga offerta una possibilità di esprimersi: scrivere ad esempio una lettera cordiale a qualcuno che non mi perdonerà, fare una telefonata a qualcuno che mi ha rifiutato, dire una parola di conforto a qualcuno che non può fare altrettanto.

Il salto di fede significa sempre amare senza aspettarsi in cambio di essere amati, dare senza pretendere di ricevere, invitare senza sperare di essere invitati, sostenere senza chiedere di essere sostenuti. E ogni volta che faccio un piccolo salto di fede, intravedo Colui che mi viene incontro e mi invita alla sua gioia, la gioia in cui posso ritrovare non solo me stesso, ma anche i miei fratelli e le mie sorelle. Così le discipline della fiducia e della gratitudine rivelano il Dio che mi cerca e arde dal desiderio di liberarmi da tutti i miei risentimenti e da tutte le mie lamentele e di farmi sedere al suo fianco al banchetto celeste.

Il vero figlio maggiore

Per me il ritorno del figlio maggiore sta diventando importante come, se non di più, del ritorno del figlio minore. Come sarà il figlio maggiore una volta libero dai suoi lamenti, libero dal suo sdegno, dai risentimenti e dalle gelosie? Poiché la parabola non ci dice niente della risposta del figlio maggiore, ci è possibile optare per una duplice scelta: o ascoltare il Padre o rimanere imprigionati nel rifiuto di noi stessi. Ma per quanto rifletta su tale scelta e mi renda conto che l’intera parabola è stata raccontata da Gesù e dipinta da Rembrandt per la mia conversione, per me è evidente che Gesù, che ha narrato la storia, è lui stesso non solo il figlio minore, ma anche il figlio maggiore. È venuto per mostrare l’amore del Padre e per liberarmi dalla schiavitù dei miei risentimenti.

Tutto ciò che Gesù dice di sé lo rivela in quanto Figlio prediletto, come colui che vive in comunione totale con il Padre. Non c’è distanza, paura o sospetto tra Gesù e il Padre. Le parole del padre della parabola: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» esprimono la vera relazione di Dio Padre con Gesù suo Figlio. Gesù afferma sempre che tutta la gloria che appartiene al Padre appartiene anche al Figlio. Tutto ciò che fa il Padre, lo fa anche il Figlio. Non c’è separazione tra Padre e Figlio; «… perché siano come noi una cosa sola»; nessuna divisione nell’operare. «Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa»; non c’è competizione: «Tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi»; non c’è invidia: «Il Figlio da sé non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre».

Questa è perfetta unità tra Padre e Figlio. Questa unità appartiene al nucleo del messaggio di Gesù: «Credetemi: io sono nel Padre e il Padre è in me». Credere in Gesù significa credere che egli è colui che è mandato dal Padre, colui nel quale e attraverso il quale la pienezza dell’amore del Padre è rivelata. Ciò viene espresso con toni drammatici da Gesù stesso nella parabola dei vignaioli omicidi. Il padrone della vigna, dopo aver mandato invano molti servi a ritirare la sua parte di raccolto, decide di inviare il suo figlio prediletto. I vignaioli che sanno che questi è l’erede lo uccidono per avere l’eredità.

Egli è l’immagine del vero figlio che obbedisce al padre, non come uno schiavo, ma come il prediletto, e compie la volontà del padre in piena unione con lui. Gesù quindi è il Figlio maggiore del Padre. Egli è mandato dal Padre per rivelare l’incessante amore di Dio per tutti i suoi figli divorati dal risentimento e per offrire se stesso, come via per tornare a casa. Gesù è il modo di Dio di rendere possibile l’impossibile, di permettere alla luce di vincere le tenebre. Risentimenti e lamentele, per quanto profondi, possono svanire di fronte a colui nel quale è visibile la luce piena della condizione di Figlio. Osservando di nuovo il figlio maggiore di Rembrandt, mi rendo conto che la luce fredda sul suo volto può diventare una luce intima e calda trasformandolo totalmente e renderlo chi è veramente: «il figlio prediletto nel quale Dio si compiace».