L’abbraccio benedicente
Meditazione sul ritorno del figlio prodigo
Henri Nouwen

Rembrandt, Ritorno del figliol prodigo, San Pietroburgo – Museo dell’Ermitage

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Introduzione
Il figlio più giovane, il figlio maggiore e il padre

Durante l’anno, dopo aver visto per la prima volta il Figlio prodigo, il mio viaggio spirituale è stato segnato da tre fasi che mi hanno aiutato a individuare la struttura della mia storia. La prima fase è stata la mia esperienza di essere il figlio più giovane. I lunghi anni di insegnamento universitario e il mio intenso coinvolgimento nelle questioni del Sud e del Centro America mi avevano lasciato la sensazione di essermi perduto. Avevo girato in lungo e in largo, incontrato persone di condizioni di vita e di convinzioni del tutto diverse, ed ero entrato a far parte di molti movimenti. Alla fine ho però avvertito di essere senza casa e molto stanco. Quando ho visto la tenerezza con cui il padre toccava le spalle del figlio più giovane e lo teneva vicino al cuore, ho sentito profondamente di essere quel figlio perduto e ho desiderato tornare, come lui, per essere abbracciato in quel modo.

Per un lungo periodo ho pensato a me stesso come al figlio prodigo sulla via di casa, pregustando il momento di essere accolto a braccia aperte da mio Padre. Poi, in modo del tutto inatteso, qualcosa nella mia prospettiva è mutata. Dopo l’anno trascorso in Francia e la visita al Ermitage di San Pietroburgo, i sentimenti di disperazione che mi avevano fatto identificare così fortemente con il figlio più giovane si sono come spostati sullo sfondo della mia coscienza. Mi ero finalmente deciso ad andare a Daybreak di Toronto e, come risultato, mi sentivo più fiducioso di prima.

La seconda fase nel mio viaggio spirituale ebbe inizio una sera mentre parlavo del dipinto di Rembrandt con Bart Gavigan, un amico inglese che nell’ultimo anno aveva avuto modo di conoscermi molto bene. Mentre spiegavo a Bart quanto fossi riuscito a identificarmi con il figlio più giovane, lui mi guardò intensamente e mi disse: «Mi chiedo invece se tu non sia piuttosto come il figlio maggiore». Con queste parole aveva aperto un nuovo orizzonte dentro di me.

Francamente, non avevo mai pensato a me stesso come al figlio maggiore, ma una volta che Bart mi ebbe messo di fronte a questa possibilità, una folla di pensieri irruppe nella mia mente. Per il semplice fatto che sono per davvero il figlio maggiore nella mia famiglia, mi sono subito reso conto di quanto la mia vita fosse stata ligia al dovere. A sei anni già volevo diventare prete e non ho mai cambiato idea. Sono nato, sono stato battezzato, cresimato e ordinato nella medesima chiesa e sono sempre stato obbediente ai miei genitori, insegnanti, vescovi e al mio Dio. Non sono mai scappato di casa, non ho mai sprecato il mio tempo e il mio denaro nella ricerca del piacere e non mi sono mai perduto in «dissipazioni e ubriachezze». Per tutta la vita sono stato piuttosto responsabile, tradizionalista e legato alla famiglia. Ma, con tutto ciò, posso in realtà essermi perduto proprio come il figlio più giovane.

Improvvisamente mi sono visto in modo del tutto nuovo. Ho visto la mia gelosia, la mia rabbia, la mia permalosità, la mia caparbietà, il mio astio e soprattutto la sottile convinzione di essere sempre nel giusto. Ho visto quanto mi lamentavo e quanto i miei pensieri e sentimenti fossero rosi dal risentimento. Per un certo periodo mi è stato impossibile capire come avessi potuto pensare a me stesso come al figlio più giovane.

Ero di certo il figlio maggiore, ma perduto come il fratello minore, anche se ero rimasto a casa tutta la vita. Avevo lavorato moltissimo nell’azienda agricola di mio padre, ma non avevo mai gustato pienamente la gioia di essere a casa. Invece di essere grato per tutti i privilegi che avevo ricevuto, ero diventato una persona astiosa: geloso dei miei fratelli e sorelle più giovani che avevano affrontato tanti rischi ed erano sempre accolti calorosamente.

Durante il mio primo anno e mezzo a Daybreak, l’osservazione penetrante di Bart continuò a guidare la mia vita interiore. Altro doveva accadere. Nei mesi successivi alla celebrazione del trentesimo anniversario della mia ordinazione sacerdotale entrai gradualmente in notti interiori molto oscure e cominciai a sperimentare un immensa angoscia spirituale. Giunsi al punto di non sentirmi più sicuro nemmeno nella mia comunità e dovetti partire per cercare un qualche aiuto alla mia lotta e impegnarmi direttamente alla mia guarigione interiore. I pochi libri che potei portare con me erano tutti su Rembrandt e sulla parabola del figlio prodigo.

Mentre vivevo in un luogo piuttosto isolato, lontano dagli amici e dalla comunità, trovai grande conforto nel leggere la tormentata vita del grande pittore olandese e nel conoscere meglio l’itinerario straziante che, alla fine, lo rese capace di dipingere questa opera sublime. Per ore ho guardato gli splendidi disegni e i dipinti da lui creati in mezzo a tutte le sue ricadute, disillusioni e afflizioni e sono giunto a comprendere come dal suo pennello fosse emersa la figura di un uomo anziano quasi cieco che cinge il figlio in un gesto di pietà che tutto perdona. Un uomo deve essere morto molte volte e aver pianto molte lacrime per aver dipinto un ritratto di Dio in tale umiltà.

È stato durante questo periodo di immensa sofferenza interiore che un’amica pronunciò la parola che avevo più bisogno di sentire aprendo così la terza fase del mio viaggio spirituale. Sue Mosteller, che stava con la comunità di Daybreak dai primi anni Settanta e aveva svolto un ruolo importante nel condurmi ad essa, mi aveva dato un sostegno indispensabile quando le cose erano diventate difficili, e mi aveva incoraggiato a lottare affrontando tutto ciò che era necessario soffrire per raggiungere la vera libertà interiore.

Quando venne a farmi visita nel mio «ermitage» e parlò con me del Figlio prodigo, disse: «Che tu sia il figlio più giovane o il figlio maggiore, ti devi rendere conto di essere chiamato a diventare il padre». Le sue parole mi colpirono come un fulmine perché, dopo tutti gli anni che ero vissuto con il dipinto e avevo guardato l’uomo anziano stringere il proprio figlio, non mi era mai passato per la mente che fosse il padre ad esprimere più pienamente la mia vocazione nella vita.

Sue non mi lasciò molte possibilità di protestare: «Hai cercato amici per tutta la vita; hai desiderato ardentemente affetto da quando ti conosco; ti sei interessato a migliaia di cose; hai chiesto attenzione, apprezzamento e affermazione a destra e a sinistra. È venuto il tempo di affermare la tua vera vocazione essere un padre che può accogliere con calore i propri figli senza far loro alcuna domanda e senza volere niente in cambio. Guarda il padre nel tuo dipinto e saprai chi sei chiamato a essere. Noi, a Daybreak, e la maggior parte delle persone intorno a te, non abbiamo bisogno di te come un buon amico e nemmeno come un fratello generoso. Abbiamo bisogno di te come un padre disposto a rivendicare per sé l’autorità della vera misericordia».

Guardando il vecchio con la barba nel suo ampio mantello rosso, ho opposto profonda resistenza al pensiero di vivere personalmente quel ruolo. Mi sono sentito pronto a identificarmi con il figlio più giovane, scialacquatore, o con il figlio maggiore, roso dal risentimento, ma l’idea di essere come quell’uomo anziano che non aveva niente da perdere perché aveva perduto tutto, e aveva soltanto da dare, mi ha quasi terrorizzato. Eppure, Rembrandt morì a sessantatré anni ed io sono molto più vicino a quell’età che a quella di ciascuno dei due figli. Rembrandt era stato pronto a mettersi al posto del padre; perché io no?

L’anno e mezzo che seguì la provocazione di Sue Mosteller è stato il periodo in cui ho cominciato a rivendicare la mia paternità spirituale. È stata una lotta lenta e ardua e qualche volta sento ancora il desiderio di rimanere figlio e di non crescere mai. Ma ho gustato anche la gioia immensa di vedere i figli tornare a casa e posare le mani su di loro in un gesto di perdono e benedizione. Sono giunto a sperimentare, seppure in piccola parte, ciò che significa essere un padre che non fa domande e vuole solo accogliere con calore i propri figli.

Tutto ciò che ho vissuto dal mio primo incontro con il poster di Rembrandt mi ha dato non solo l’ispirazione a scrivere questo libro, ma ne ha suggerito anche la struttura. Prima rifletterò sul figlio più giovane, poi sul figlio maggiore e infine sul padre. Poiché, in realtà, io sono il figlio minore, sono il figlio maggiore e sto per diventare il padre. E per voi che vorrete fare con me questo viaggio spirituale, spero e prego che possiate scoprire dentro voi stessi non solo il figlio perduto di Dio, ma anche il padre e la madre compassionevoli qual è Dio.