TERMINE DELL’ANNO LITURGICO1
P. Carmelo Casile

1. VERSO LA MANIFESTAZIONE DELLO SPIRITO

Nelle ultime domeniche dell’Anno Liturgico si meditano le parole di Gesù sulla fine del mondo e la salvezza definitiva, che allora ci sarà data. L’ultima Domenica celebra Cristo Gesù, Re dell’universo, preannunciato da Davide, proclamato tra le umiliazioni della passione e della Croce, che regna nella Chiesa e ritornerà alla fine dei tempi.

«Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.
Se figli, anche eredi, eredi di Dio, coeredi di Cristo,
purché soffriamo insieme a lui, per poter essere con lui glorificati.
Penso infatti che le sofferenze del tempo presente
non hanno un valore proporzionato alla gloria che si manifesterà in noi.
L’attesa spasmodica delle cose create sta infatti
in aspettativa della manifestazione dei figli di Dio.
Le cose create infatti furono sottoposte alla caducità
non di loro volontà, ma a causa di colui che ve le sottopose,
nella speranza che la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione
per ottenere la libertà della gloria dei figli di Dio.
Sappiamo infatti che tutta la creazione geme e
soffre unitamente le doglie del parto fino al momento presente.
Non solo essa, ma anche noi, che abbiamo il primo dono dello Spirito,
a nostra volta gemiamo in noi stessi,
in attesa dell’adozione a figli, del riscatto del nostro corpo.
Fummo infatti salvati nella speranza;
ma una speranza che si vede non è più speranza:
chi infatti spera ciò che vede? » (Rom 8, 16-24).

Possediamo lo Spirito di Dio. Ancora non siamo alla fine. La nostra storia continua. Siamo nella situazione di un naufrago che si aggrappò alla corda che gli è stata lanciata per il salvataggio. Sta già attaccato, tuttavia deve ancora affaticarsi con lo sforzo delle braccia, per raggiungere la nave. Deve mantenersi fortemente attaccato: così la liberazione definitiva è assicurata, ma se, per disgrazia, la corda gli sfugge dalle mani, può essere la rovina.

Possediamo lo Spirito, ma dobbiamo ancora attendere la definitiva manifestazione del trionfo di Cristo; nel frattempo, dobbiamo lottare. Tutto ciò che esiste, l’universo intero, è stato da noi trascinato verso il pericolo della morte totale, in conseguenza del peccato. Da noi dipende la sorte di tutta la creazione. Adesso essa geme e soffre i dolori del parto; tocca a noi farla nascere alla salvezza. La visione della Storia del mondo che ci dà san Paolo, in questo testo, è grandiosa ed è l’unica vera e realista.

Nel tema sulla Pentecoste avevamo contemplato, con piacere e consolazione, le meravigliose novità che lo Spirito produce in noi e, per nostro mezzo, nel mondo. Adesso la parola di san Paolo ci ricorda che, se non siamo docili allo Spirito, ancora può essere tutto perduto.

La nostra responsabilità è propria di chi possiede lo Spirito, come dice san Paolo in un’altra lettera: “Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gal 5, 25). Questa deve essere la parola d’ordine che anima tutta la nostra vita. Noi siamo portatori dello Spirito della vita a tutta la creazione. Se noi non viviamo dello Spirito, tutto può tornare alla morte.

2. UN POPOLO IN CRESCITA

2.1 Tutta la vita della Chiesa è un movimento di crescita fino alla completa edificazione del Corpo Mistico di Cristo

Il popolo di Dio è il custode della vita nello Spirito. È, infatti, un organismo in crescita.

Molte volte san Paolo parla di un edificio che deve essere costruito o di un uomo che, da bambino, deve essere condotto fino alla sua piena maturità. L’autore di questa crescita è “di per sé” lo Spirito, unica fonte di vita. Con questo Spirito noi dobbiamo collaborare.

Anche san Pietro invita i cristiani a crescere personalmente e nella comunità:

«Come bambini neonati anelate al latte spirituale e genuino,
affinché per mezzo di esso cresciate in vista della salvezza:
dato che avete gustato quanto è amabile il Signore.
Avvicinandovi a lui, la pietra vivente scartata dagli ma scelta da Dio e di valore,
siete costruiti anche voi come pietre viventi in edificio spirituale
per formare un organismo sacerdotale santo,
che offra sacrifici spirituali bene accetti a Dio per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2, 2-5).

Il dovere di crescere comporta attenzione a se stessi e alla storia, perché la crescita della comunità cristiana deve avvenire nella realtà concreta della vita di ogni giorno, in piena corrispondenza con le esigenze che in ogni epoca ed in ogni ambiente impone la situazione storica del momento. In altre parole, la crescita della comunità cristiana deve avvenire in sintonia con quelli che, con l’espressione divenuta comune dopo il Concilio, sono chiamati i “segni dei tempi”. Ciò corrisponde ad una chiara indicazione di san Paolo:

«Considerate dunque attentamente il vostro modo di comportarvi,
non da stolti, ma da uomini saggi, che colgono le occasioni opportune,
perché i giorni sono malvagi.
Non siate quindi sconsiderati,
ma cercate di capire quale sia la volontà del Signore» (Ef 5, 15-17).

Il compito principale del cristiano è quello di essere attento per non rendere vana l’opera dello Spirito. I frequenti richiami del Vangelo alla vigilanza ci esortano nello stesso senso. L’esempio del Concilio, per mezzo del quale la Chiesa fissò lo sguardo sul suo Fondatore, verso se stessa e verso il mondo che la circonda, con la finalità di essere attenta per non perdere la possibilità di crescita che le offre il momento presente, è un altro stimolo per il nostro impegno.

2.2 Questa crescita si realizza in un continuo stato di lotta contro lo spirito del male.

L’impegno di crescita che è proprio della Chiesa, comporta necessariamente un combattimento. Il mondo attuale è ancora influenzato dal dominio del male, anche se Cristo ha inserito in esso il germe della liberazione e della vittoria finale. Ma come lui stesso nella sua vita mortale, ha dovuto incontrarsi con il demonio, sia direttamente nelle tentazioni del deserto e nel momento dell’agonia, sia indirettamente nella continua disputa con gli increduli capi degli Ebrei, nella lotta quotidiana contro le malattie e la morte, nello sforzo di aprire le coscienze alla comprensione della verità e dell’amore; così anche il cristiano deve incontrarsi con il demonio. Quest’incontro si manifesta in vari modi: in primo luogo nella tentazione verso l’autonomia, verso l’egoismo, verso il piacere irrazionale, verso l’avidità del possedere che sentiamo dentro di noi. Come dice il Vangelo, sono prima di tutto le nostre mani, i nostri occhi, la nostra stessa vita che sono inciampo per noi.

Ma il demonio è presente nel mondo in modo più velato e insidioso. San Paolo, nel brano della Lettera ai Romani citato all’inizio, diceva che tutta la creazione cadde nella schiavitù a causa del peccato. Oggi noi sperimentiamo le conseguenze di questa schiavitù demoniaca nell’incontro giornaliero con la sofferenza, la malattia, la morte, l’implacabile durezza con la quale, frequentemente, ci opprimono le forze della natura.

Di fronte alla natura che ci respinge o ci fa soffrire siamo tentati ad afferrarci disperatamente all’egoismo meschino o siamo spinti fino alla rassegnazione e al disimpegno. In queste e in altre molteplici forme il Maligno si incontra con noi e la sua tentazione trova sempre nella nostra coscienza risonanze attraenti.

Siamo quindi costretti alla lotta; lotta nella quale Cristo ha ottenuto già la vittoria, ma che adesso deve essere continuata da noi affinché la sua vittoria sia la nostra vittoria.

Le armi per questa lotta sono precisamente le armi dello Spirito. Prendendo come punto di partenza l’armamento in uso ai suoi tempi, san Paolo ci dà una pittoresca descrizione dell’equipaggiamento:

«Rafforzatevi nel Signore e con la sua potenza.
Vestite l’intera armatura di Dio
per contrastare le ingegnose macchinazioni del diavolo…
State saldi, dunque, avendo già ai fianchi la cintura della verità,
indosso la corazza della giustizia
e calzati i piedi con la prontezza che dà il vangelo della pace;
in ogni occasione imbracciando lo scudo della fede,
col quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno;
prendete l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito,
cioè la parola di Dio». (Ef 6, 10-11.14-17).

Non interpretiamo in maniera sbagliata queste espressioni: la Chiesa non è in guerra con gli uomini, ma con il demonio che li tiene schiavi. Sarebbe un errore imperdonabile se noi credessimo di avere come nemici i nostri fratelli. Il nostro unico nemico è il demonio e contro di lui dobbiamo lottare cominciando da noi stessi, così come insegna la severa parola del Vangelo:
«Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Lc 6, 42).

2.3 I laici devono condurre questa lotta nell’ambito del loro lavoro.

Questa lotta per realizzare la liberazione dell’universo intero dal domino del male, deve essere condotta in vari settori.

A questo riguardo sono interessanti le indicazioni che ci dà san Paolo, quando ci parla dei vari “carismi”, cioè, di quei doni particolari concessi ai vari membri del Corpo della Chiesa. Tutti ricevono un aiuto speciale adattato alla sua vocazione e alla situazione concreta della sua vita. Ma i doni di ciascuno si organizzano formando un tutto ben connesso con quelli di tutti gli altri in vista della crescita del Corpo nel suo insieme. San Paolo ci dice ancora che è lo stesso Spirito che opera sempre in tutti. Ciascuno ha la sua parte da svolgere e dalla sua fedeltà al dono che lo Spirito ha deposto in lui, può dipendere il bene di tutto l’organismo.

Su questo argomento, ci dà una parola definitiva il Concilio Vat. II nella Costituzione sulla Chiesa. I laici – insegna il Concilio –sono chiamati a rimanere nel mondo e a santificare se stessi e gli altri attraverso le strutture secolari. A differenza dei sacerdoti e religiosi, ai quali fu affidato un dovere che in maggiore o minore misura rende necessario un distacco dalle attività normali della vita terrena, i laici devono rimanere inseriti nel mondo. La sua missione specifica è quella di edificare la Chiesa servendosi del suo stile di vita normale. Lo Spirito, che fu effuso abbondantemente e che “rimane” radicato in tutti i credenti, secondo il linguaggio del Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 14,17), possiede la forza di penetrare come il vento ed il fuoco purificatore e come l’acqua fecondatrice, in tutte le realtà della vita, anche in quelle più normali del lavoro quotidiano. Tutto può e deve aprirsi allo Spirito di Dio. Il compito dei laici è precisamente quello di far penetrare lo Spirito di Cristo nella loro attività quotidiana. Così mentre lavorano per la vita di questa terra e per il progresso del mondo presente, contemporaneamente fanno crescere l’universo intero in direzione alla vita eterna.

I laici- dice il Concilio – «vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo, a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro speranza e carità» (LG 31b).

3.3 Animati dallo Spirito di Cristo, anche il lavoro e la tecnica portano a Dio tutta la creazione.

La tentazione di pensare che la costruzione del Regno di Dio sia in contrasto con il progresso della vita terrena, è stato sempre presente nella Chiesa. Già ai tempi di san Paolo alcuni lasciavano di lavorare come se l’occuparsi del benessere terreno fosse cosa inutile o pericolosa, ma san Paolo ammonisce severamente:

«Vi esortiamo fratelli a farvi un punto d’onore: vivere in pace, attendere alle cose vostre e a lavorare con le vostre mani, come vi abbiamo ordinato, al fine di condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e di non avere bisogno di nessuno» (1Tess. 4, 11-12).

Il lavoro, per tanto, mantiene per il cristiano tutta la sua funzione, anzi, quando è fatto dal cristiano nello Spirito, è un’azione sacra che salva il mondo.

Il Concilio afferma chiaramente che i laici hanno ricevuto dallo Spirito il compito di portare tutta la creazione a sottomettersi a Dio, proprio mediante il lavoro quotidiano.

«I fedeli devono riconoscere la natura intima di ogni creatura, il suo valore alla lode di Dio, e devono aiutarsi a vicenda per una vita più santa anche con opere propriamente secolari, affinché il mondo sia imbevuto dello Spirito di Cristo, e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compiere universalmente questo officio i laici hanno un posto di primo piano. Con la loro competenza quindi nelle profane discipline e con la loro attività elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l’opera loro, perché i beni creati, secondo l’ordine del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla civile cultura per l’utilità di tutti quanti gli uomini, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, nella loro misura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana. Così Cristo per mezzo dei membri ella Chiesa illuminerà sempre di più col suo salutare lume l’intera società umana» (LG 36b).

ASCOLTIAMO LA PAROLA DI DIO

In questa sezione vengono suggeriti alcuni testi biblici sul tema che è stato commentato, per stimolare la riflessione personale e la preghiera sui grandi temi della rivelazione biblica e così consolidare la fede e approfondire la nostra conversione. Per tanto, ciascuno cerchi di captare l’appello che in ogni lettura Cristo rivolge alla nostra coscienza cristiana.

Ger 7,1- 8,3.I celebri discorsi di Geremia contro il tempio insegnano che il principale impegno del popolo di Dio deve crescere nel mondo e migliorare poco a poco le condizioni di vita dell’umanità con un’incessante lotta contro l’ingiustizia e il peccato in tutte le sue forme. Oggi, che si parla tanto dell’interesse secolare, questo testo di Geremia mette in questione il principio fondamentale della salvezza. Che cosa è che salva l’uomo? La risposta di Geremia è inequivocabile: la salvezza è assicurata da una condotta morale secondo la Legge di Dio. L’uomo, invece, molte volte è tentato di eludere il vero problema e di creare per sé una falsa sicurezza, di voler essere salvato in nome dei riti, nei quali partecipa o dei luoghi sacri che visita. Anche oggi molti si sentono bene soltanto per il fatto che vanno in chiesa. Ora, se l’uomo dà la giusta priorità al comportamento morale, si sentirà sempre insicuro – perché nessuno può dichiararsi giusto davanti al Signore – e quindi si impegnerà in un continuo sforzo di conversione. Al contrario, se l’uomo crede che la salvezza gli viene da elementi esterni, dalle cose, dai luoghi e templi sacri, allora riposerà su una sicurezza ingannevole. In tal caso, il sacro può divenire una gratificazione che lo esime dallo sforzo della conversione. Niente è più pericoloso di quest’equivoco. L’insieme delle cose sacre, di fatto, è veramente cammino verso l’incontro con Dio, per colui che si sforza di unirsi a Dio con coscienza pura, ma è illusione e inganno per colui che lo riduce a mero automatismo di salvezza che dispensa dall’impegno morale. In questo caso, paradossalmente, il sacro si trasforma in distruzione della religione. L’interesse di far crescere nel mondo il popolo di Dio è, per tanto, essenziale per essere cristiano.
1Cor 10, 1-12.L’appartenenza formale al popolo di Dio, senza un serio impegno di crescita morale, non basta per la salvezza. Anche Giovanni Battista ha combattuto contro l’illusione di coloro che pensavano di essere salvi perché erano figli di Abramo, e predicò la conversione (Lc 3, 8).
1Gv 3, 13-18.Il segno della presenza dello Spirito in noi che ci fa figli di Dio, è l’amore verso i fratelli, amore concreto e pronto a intervenire nelle necessità della vita, che comporta la lotta contro il mondo che non comprende l’amore.
Mt 7, 21-23. Mt 21, 28-32È la parola più chiara del Signore per indicare l’importanza dell’azione. Né si può dimenticare il testo di Mt 25, 31-46.
Rom 12,1-13, 14.In tutte le lettere di Paolo la parte finale è dedicata a esortazioni morali, perché la fede deve tradursi in un modo nuovo di vivere nel mondo. I due capitoli della lettera ai Romani che sono qui indicati, servono di esempio, ma chi lo desidera potrà utilmente leggere le esortazioni delle altre lettere. Non tutto ciò che san Paolo dice si può applicare alla lettera, nella situazione di oggi: Paolo parla agli uomini del suo tempo e presuppone valori e situazioni di vita che oggi sono in gran parte cambiati. I modelli di comportamento cristiano possono, forse devono, essere diversi, ma lo spirito deve rimanere identico: deve crescere e lottare e così avvicinare se stesso e il mondo al Regno di Dio.

3. CIELI NUOVI E TERRA NUOVA

Mettere Cristo al centro della storia e dirigere il progresso umano verso Cristo è, come abbiamo visto, il dovere della Chiesa nel mondo. Dovere che è messo in opera per mezzo della nostra collaborazione, anche nel piano del lavoro, sotto l’azione dello Spirito Santo.

Alla fine, quando tutto sarà completato, ci troveremo di fronte ad un universo totalmente rinnovato, in cui tutto apparterrà a Cristo: allora la creazione intera si vedrà consegnata nelle mani del Padre e ci saranno i nuovi cieli e la nuova terra di cui parla l’Apocalisse (cfr. Ap 21-22).

3.1 Il cristiano costruisce il Regno di Dio nell’attesa del rinnovamento totale del mondo

«Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa: ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto» (1Cor 13, 11-12).

Nella costruzione del nuovo mondo, adesso siamo persone che vedono soltanto le ombre. Ci manca una visione nitida dell’insieme. Costruiamo quasi nell’oscurità e possiamo soltanto intuire come saranno le cose alla fine: allora sarà certamente una novità per tutti e il mondo nuovo che lo Spirito edificò per mezzo della Chiesa, sarà come l’apparizione di una cosa mai immaginata.

Immersi come siamo in questo mondo, non abbiamo l’idea dello splendore della nuova terra e dei cieli nuovi che, con le nostre stesse mani, Dio sta preparando per il suo popolo. Ancora ci sono le impalcature che nascondono la visione dell’edificio, ancora tutto è sporco di calce e di detriti, ancora qualcosa può crollare. Ciascuno lavora nel suo piccolo settore e non sa come sarà l’insieme. Ma le impalcature cadranno e l’edificio apparirà in tutto il suo splendore.

Per questo noi viviamo nella speranza.

Siamo come operai che costruiscono le impalcature e sui quali lavorano. Essi sono la parte che dovrà cadere ed essere porta via. Ma in questo momento sono indispensabili ed è lì che si svolge tutta l’attività. Solo alla fine dovranno sparire totalmente, per lasciare apparire ciò che sta sotto, cioè, l’edificio del quale solo l’architetto aveva l’idea chiara di come doveva essere.

Queste impalcature sono tutta la realtà della nostra vita presente. Noi lavoriamo con quello che dovrà sparire per lasciare il posto alla costruzione perfetta e definitiva, ma nonostante ciò, in questo momento le impalcature sono preziose, sono il punto di appoggio della nostra attività.

3.2 Lavorando su ciò che passa e finirà, la Chiesa costruisce la Gerusalemme celeste.

Questa è la situazione della Chiesa sulla terra. Vivendo nel mondo che terminerà, si serve di esso per costruire la città celeste che durerà per sempre. Le cose del mondo non sono da disprezzare, prima che finiscano, perché proprio per mezzo di esse si costruisce la dimora eterna del cielo. E se queste cose, frequentemente, producono dolori e sofferenze, il cristiano non perde il coraggio perché conosce il loro valore transitorio.

«Per questo non ci perdiamo d’animo,
ma se anche il nostro uomo esteriore cade in sfacelo,
il nostro uomo interiore si rinnovella di giorno in giorno.
Poiché il minimo di sofferenza attuale ci procura una quantità smisurata ed eterna di gloria,
giacché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili.
Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili eterne.
Sappiamo infatti che quando si smonterà la tenda di questa abitazione terrena,
riceveremo una dimora da Dio, abitazione eterna nei cieli, non costruita da mani d’uomo.
Perciò sospiriamo in questa tenda, desiderosi di rivestire la nostra dimora celeste,
se però saremo trovati spogli, non nudi.
E quanti siamo nella tenda, sospiriamo come sotto un peso,
non volendo venire spogliati ma sopravvestiti,
affinché ciò che è mortale venga assunto dalla vita.
E’ Dio che ci ha fatti per questo e ci ha dato la caparra dello Spirito!»
(2Cor 4,16-5,5).

In questo bel testo, anche Paolo usa un’immagine; noi usiamo quella dell’edificio, Paolo usa quella del vestito e della tenda.

Noi sentiamo che queste realtà terrene devono finire e come segno anticipato del loro prossimo fine, esse ci danno spesso tribolazioni e sofferenze. Ma d’altra parte non possiamo disprezzare queste cose, giacché sono indispensabili per la vita e per l’attività. Desidereremmo che si potessero effettuare in esse trasformazioni tali, che le rendessero eterne e piene soltanto di vita e di felicità, non di dolore e morte.

Ci darebbe dispiacere costatare che gli strumenti del nostro lavoro terreno non hanno alcuna utilità per la vita eterna. E san Paolo ci assicura che Dio tiene conto di queste nostre aspirazioni. Le cose della terra ci serviranno; non dobbiamo entrare spogli nella patria celeste, ma rivestiti con quel poco di bene che il lavoro nel mondo ci permise di compiere con fatica e sofferenza. Al posto di questa nostra misera condizione, Dio costruirà una dimora eterna, fatta dalle sue mani, che già occultamente lavorano con le nostre. È con noi, di fatti, lo Spirito che ci dà la garanzia della vita eterna.

ASCOLTIAMO LA PAROLA DI DIO

Is 62, 1-12.Meditiamo ancora uno dei testi profetici sulla nuova Gerusalemme. Le immagini sono materiali: frumento, vino, strade, muri. Il profeta pensa al ritorno dall’esilio e alla prosperità terrena. Abitualmente, e giustamente, queste immagini si interpretano come simboli della felicità spirituale promessa ai credenti. Ma una lettura esclusivamente spirituale impoverirebbe la profezia, e Dio forse ci vuol dire che la Chiesa potrà avere già su questa terra l’inizio della beatitudine finale, nella misura in cui praticando la carità e lavorando per migliorare la città terrena, trasforma questo mondo e dà agli uomini la possibilità di godere prima, fin da ora, la gioia della pace che ci sarà data alla fine.
1Tess 5, 1-11.Il momento della venuta del Signore è sconosciuto, verrà improvvisamente. Ma i cristiani superano tutti i timori con la fiducia nell’amore misericordioso di Cristo. Essi camminano alla luce del giorno e fin da adesso vivono con Cristo. Per questo, il tempo dell’attesa deve essere dedicato al lavoro, come raccomanda esplicitamente lo stesso Paolo in 2Tess 3, 6-15.
Mt 25, 14-30.Il Regno di Dio esige fervore di iniziativa, assiduità nel lavoro e attività instancabile. Il Regno è, nello stesso tempo, sperato come dono e raggiunto come una conquista.
Mt 24, 45-25, 13.Sono due parabole caratteristiche della vigilanza. Vogliono insegnare che non solamente è necessario sperare il momento decisivo della venuta di Cristo, ma dobbiamo essere svegli e sempre pronti, in ogni momento della vita.
Gv 21, 1-17.Dopo l’apparizione e il miracolo nel lago di Tiberiade, Gesù affida a Pietro l’incarico di pascolare il suo gregge. Dopo il governo invisibile di Cristo, la Chiesa ha ricevuto anche il dono di un pastore che la custodisce sulla terra, per condurla fino alla meta della salvezza attraverso le vicissitudini della Storia. Il primato di Pietro deve essere visto come un dono di Cristo alla Chiesa pellegrina sulla terra. Come sappiamo, egli continua nei vescovi di Roma che ereditano la sua missione, perché Pietro, come annuncia già Gesù in Gv 21, 18-23, morì martire, mentre la Chiesa è destinata a continuare la testimonianza fino alla fine dei secoli.
Mt 16, 13-20.Ancora prima della risurrezione, Gesù con parole ed immagini della sua lingua aramaica, aveva promesso a Pietro il primato, facendo di lui il fondamento della Chiesa di tutti i tempi. In ogni epoca è Pietro colui che conduce tutti gli altri a riconoscere chi è veramente Gesù: il Messia Salvatore. Anche Luca ricorda con altre parole la preminente funzione di Pietro per la fede dei fratelli in Lc 22,31-33.
Mt 18, 15-18.Anche gli altri Apostoli, uniti sotto il governo di Pietro, hanno il dovere di governare la Chiesa. Essi sono nella Chiesa il cammino per il perdono dei peccati, nel quale consiste la salvezza. Si veda anche Gv 20, 19-24.

3.2 Nell’attesa della Gerusalemme celeste il cristiano vive, adesso, nello spirito di povertà.

Da questa situazione che abbiamo descritto, nasce nel cuore del cristiano un atteggiamento spirituale caratteristico: la povertà.

Il cristiano è povero per la natura stessa delle cose. Ciò che egli possiede sulla terra non durerà per sempre e, per tanto, anche se possiede rimane sempre povero.

Ciò che lo fa ricco è soltanto quello che gli serve per contribuire nella costruzione della Gerusalemme celeste. Tutto il resto è vanità: non dà la vera felicità in questa terra e potrebbe essere ostacolo per un lavoro fecondo in vista della dimora celeste.

Per questo, se possedesse molte cose di questo mondo, il cristiano deve tenere per se stesso soltanto quelle che di fatto gli servono per il suo lavoro nella costruzione del Regno di Dio. In questo senso egli è povero. Può esserlo di fatto, e sarà una fortuna perché gli sarà più facile entrare nel Regno di Dio. Può non esserlo materialmente e allora dovrà farsi povero nello spirito, comportandosi come se non possedesse quel superfluo che di fatto possiede. Cristo sapientemente, per stroncare illusioni, gli comanda di dare anche questo superfluo a chi ha più bisogno.

Oggi la Chiesa sta riscoprendo sempre più il valore della povertà, e anche da noi deve essere valorizzata alla luce della speranza dei beni eterni.

3.3 Questo spirito di povertà non riguarda soltanto i beni materiali, ma anche la nostra stessa vita.

San Paolo porta all’estremo le conseguenze logiche di questo ragionamento sulla povertà. Anche la vita è una delle cose che passeranno. Essa ci serve per procurarci il vestito necessario per entrare nella casa del Padre, l’abito nuziale di cui parla Gesù nelle parabole. Il fatto che questa vita finisca non è un male per il cristiano, anzi rappresenta la possibilità di giungere a Cristo.

Nel vivere secondo questo spirito di povertà, san Paolo ci esorta a mettere anche la nostra vita a totale disposizione del piano di Dio: il vivere autentico, infatti, è lo stare con Cristo. L’universo è solo un mezzo per guadagnare Cristo. Nella misura in cui ci doniamo totalmente a Lui, nasce in noi la disponibilità a convertire e tramutare i nostri beni in dono e condivisione, fino ad abbandonare volentieri ogni cosa, anche la nostra stessa vita.

Ascoltiamo san Paolo:

«Per me infatti vivere è Cristo e il morire un guadagno.
Perché, se continuare a vivere nella carne mi frutta lavoro, non so cosa scegliere.
Sono preso da due sentimenti:
desidero andarmene ed essere col Cristo, e sarebbe preferibile;
ma continuare a vivere nella carne è più necessario per il vostro bene.
Persuaso di ciò, so che rimarrò e sarò accanto a tutti voi
per il vostro progresso e la vostra gioia nella fede,
affinché il vostro vanto per me s’accresca in Cristo Gesù,
col mio nuovo ritorno tra voi»
(Fil 1, 21-26).

Il cristiano vive in piena e costante disponibilità al piano di Dio, pronto ad abbandonare non soltanto le cose, ma la sua stessa vita. In questo consiste la vittoria totale sull’egoismo e per tanto sul peccato, e la suprema imitazione di Cristo che venne per servire e dare la sua vita. La salvezza cristiana si può riassumere così: Dio, facendo il dono di sé all’uomo, gli ha concesso la grazia di poter, a sua volta, dare se stesso come dono a Dio. La grandezza dell’uomo consiste, per tanto, non nel possedere e nel ricevere, ma nel dare. In questo paradosso consiste la novità rivoluzionaria del messaggio cristiano.

ASCOLTIAMO LA PAROLA DI DIO

Lc 12, 13-31.L’avarizia e il ricco stolto È umano essere soddisfatto con la sicurezza del futuro. Ma è insensato secondo i piani di Dio. L’uomo non fu fatto per possedere e godere i beni della vita, ma per mettere la sua vita al servizio di Dio.
Lc 18, 18-30.Il giovane ricco La risposta perfetta alla vocazione cristiana consiste nel distacco dai beni e dai condizionamenti terreni. La povertà è un mezzo per raggiungere la piena libertà di disporre della propria vita secondo il piano che Dio vuole rivelarci. Abbandonare tutto, specialmente le persone, non significa lasciare di amarle, ma di rendersi capaci di amarle non per l’interesse o il bene che riceviamo da esse, ma come totale donazione.
Lc 16, 19-31.Il povero Lazzaro L’analisi della parabola si può sintetizzare in questi punti: A – La ricchezza domina assoluta. È l’unica, esorbitante preoccupazione del ricco. Essendo fine a se stessa, tende a moltiplicarsi e ad esibirsi. Nessuna regola, nessuna norma di riferimento a qualcosa o a qualcun altro. È la tirannia e l’idolatria del possedere. B – L’assolutizzazione della ricchezza produce vuoto e assenze. Se intesa, secondo l’antica tradizione biblica, come benedizione di Dio richiederebbe almeno un sentimento di riconoscenza e indurrebbe il possessore ad interrogarsi sul significato e la destinazione di tale benedizione e benevolenza. Ma tutto questo è assente nel ricco della parabola. Dopo Dio, l’uomo, è il secondo grande assente. La presenza fisica del povero accentua, per contrapposizione, la sua assenza nei pensieri, nel cuore e nella casa del ricco, che relega Lazzaro a vivere ai confini e ai margini, fuori della porta. Il terzo assente è il tempo. Il ricco ragiona come se la sua condizione fosse senza fine, rimuovendo dalle sue considerazioni ogni termine e ogni confronto con il limite della vita, con il bisogno degli altri, con il giudizio di Dio. La ricchezza diventa onnipotenza spensierata. Se la ricchezza caratterizzata è quindi condannata per la sua assolutizzazione e per le assenze che genera, possiamo leggere in negativo il giudizio sulla povertà. La povertà materiale non è un bene, non corrisponde alla volontà di Dio, non è un fatto naturale. È sempre indotta, costruita e mantenuta dall’uomo che vede nelle sue ricchezze e nei suoi beni dei possessi assoluti e intoccabili e ripone nel denaro la sua salvezza.
Lc 19, 1-10 e Lc 21, 1-4.Zaccheo e la vedova Anche il ricco si può salvare; anche se servendosi della sua ricchezza; deve però cambiare totalmente il suo atteggiamento di fronte alla ricchezza; non più la ricchezza per lui, ma per gli altri: i poveri. In Zaccheo troviamo l’esempio di un ricco che si converte e tramuta i suoi beni in dono e condivisione. Nell’episodio dell’obolo della vedova vediamo come la povertà è un valore anche per il povero: qui troviamo la disponibilità al dono di questa donna povera non giudicato dalla sua quantificazione, ma dall’atteggiamento ablativo. La povertà diventa valore perché è condivisione e disinteresse e quindi libertà. Luca ci mette di fronte ad una povertà come atteggiamento scelto di fraternità, che vede nei beni dei mezzi e delle occasioni di fare giustizia. Il discorso sulla povertà non solo non può essere separato dalle parole di Gesù, ma ancora meno dalla sua persona. Ciò che in definitiva fa della povertà un valore è l’atteggiamento e la scelta di Gesù stesso che ha assunto la povertà per condividere in tutto, fino alla morte, il destino degli uomini. II discorso evangelico è globale ed è quindi più ampio del discorso sociale, che pur viene compreso e valorizzato. Sono da evitare due tentazioni, che in egual modo si contrappongono all’impostazione evangelica: quello di una evanescente spiritualizzazione della povertà, che in quanto tale diventa un merito di fronte a Dio e si sente quindi in dovere di lasciare le cose come sono e quello di un impegno esclusivamente all’interno dell’orizzonte terreno, che scade nell’ideologia di un progresso acritico e che dimentica che la liberazione totale può venire solo da Dio. La visione biblica riunifica il discorso evangelico presentando la storia come il luogo dell’agire di Dio, della realizzazione delle sue promesse, che necessitano di segni concreti anche se limitati e parziali, della trasformazione della realtà. Dare una buona notizia ai poveri nel nome di Gesù, significa percorrere la stessa strada ponendosi al loro fianco per realizzare i segni storici di quella liberazione definitiva o salvezza, che Dio ha promesso e già attuato in Cristo risorto.
Lc 10, 25-37.Parabola del buon samaritano Povertà è anche libertà dai pregiudizi, dalla mentalità corporativa e di classe, dei privilegiati. È povero chi sa vedere in ciascun uomo la dignità di figlio di Dio, indipendentemente delle classificazioni economiche, politiche, culturali o religiose.
Fil 1, 21-26.L’esempio di Paolo Paolo è esempio della disponibilità cristiana in relazione alla sua stessa vita. Vivere o morire è indifferente, perché si tratta di due modi diversi di essere di Cristo. Da questo punto di vita è meglio morire perché la morte unisce a Cristo in modo definitivo e completo, ma Paolo è disposto a godere anche della vita se, nei piani di Dio, egli ha ancora qualche utilità per gli altri.

PREGHIAMO CON I SALMI

  • La maggior parte dei Salmi sono preghiera dei poveri; ricordiamo tra gli altri il 15/16, 22/23, 111/112.
  • Il Salmo 89/90 è una bella preghiera di lode sul lavoro.
  • Per consolidare la speranza nell’instaurazione del regno di Dio sulla terra preghiamo i Salmi 96/97, 97/98 e 99/100.

PER LA REVISIONE DI VITA2

Ci sono tre modi di vivere la vita che affiorano nell’esperienza concreta.

1.C’è un modo di vivere la vita nell’effimero e dell’effimero È il modo di vivere che ha l’inconsistenza e la dissolvenza dei mass-media. È un modo di vivere senza tensione, senza orizzonti, un modo di vivere che produce solitudine.
2.C’è un modo di vivere la vita che assume come orizzonte il pessimismo tragico È un atteggiamento molto diffuso a livello di mentalità comune, anche tra molti giovani. Prezzolini ha un testo che esprime molto bene questo atteggiamento tragico: “Eccomi, dunque, qui, solo, disperato, senza verità, senza appoggio, senza nessuna voce che mi dica: dove sono, donde vado, dove vengo. Quello che trovo oggi in me stesso è che nulla ha significato”.
3.C’è un modo di vivere la vita che assume la ricerca religiosa come prospettiva di vita È il modo di vivere di chi non si rassegna al non senso delle cose, di chi vede la vita non come una commedia recitata da attori falsi, di chi va alla ricerca del senso e del fondamento delle cose. Chi vive in questa prospettiva diventa pellegrino dell’assoluto.

È la prospettiva di chi va ad interrogare Gesù Cristo: “Maestro che cosa bisogna fare per avere la vita eterna?”. È l’atteggiamento di chi cerca di interiorizzare dentro di sé il pensiero di Dio, il sentire di Dio, i costumi di Dio.

È proprio in questa prospettiva che la beatitudine della povertà è un’autentica provocazione. Quando parliamo di povertà rischiamo di dire delle parole irreali. Sentiamo la povertà come nemica dell’uomo, la rifiutiamo. Ci chiediamo se non dovrebbe essere un onore sconfiggere la povertà e la miseria perché distruttiva dell’uomo.

Come mettere insieme il non ridurre una chiarissima esigenza evangelica con l’affermazione “come è difficile che i ricchi entrino nel Regno dei cieli”?

Quale povertà beatifica il Vangelo?

Che cos’è la povertà nel senso evangelico?

Non è disprezzo delle cose, non è inerzia, non è non creare ricchezza, ma dividerla: non è rinuncia. Il sacrificio cristiano non è distruzione, ma è portare alla loro compiuta realizzazione tutte le cose.

Ci sono quattro radici che fondano la povertà evangelica.

  • La povertà evangelica nasce dalla reverenza e dall’amore appassionato alla grandezza di tutte le cose. Le cose per il cristiano sono mistero, miracolo, dono, sacramento e viatico. Tutte le cose hanno un valore e tutto è chiamato ad una pienezza infinita. S. Francesco diceva: “tutte le cose dicono il tuo volto”.
  • Le cose non sono solo sacre, ma anche viatico, cioè provvista indispensabile per l’uomo. È proprio per questo che nessun uomo deve essere digiuno di cose. Essendo tutto dono, tutto diventa sacramento, cioè segno e viatico. È qui che si fonda, per tanto, la profondità di una scelta ecologica: il tutto è grande, il tutto è sacro, si traduce in atteggiamenti concreti: “guardate i fiori di campo…”. È il sentire che dentro tutte le cose, Dio non è qualcosa di esterno, che c’è un’immanenza in tutte le cose.
  • La povertà è un momento della comunione e dell’amore cristiano (l’agape). Il povero è uno che è in comunione profonda con i fratelli in tutto quello che è e che ha. Chi ha condivide.
  • La povertà è un atto di divina poesia, cioè di un divino fare perché come Dio fa di tutte le cose un segno della sua presenza amica nel cammino e nel destino di ogni uomo, così il cristiano con atto di divina poesia dovrebbe fare di tutte le cose sue un segno della sua presenza amica per tutti i suoi compagni di viaggio.

PER LA RICERCA E L’APPROFONDIMENTO

1.II nostro mondo è pieno di poveri che spesso non vediamo perché non ci riguardano da vicino. La TV, i giornali non ce li presentano realmente. I poveri, invece, ci sono. Poveri materialmente e poveri in spirito perché soli, indifesi, inermi, depressi. Come ci accorgiamo dei poveri che sono in mezzo a noi? Quali strumenti ci diamo per leggere le “nuove povertà” che la nostra società crea? Che cosa significa per la nostra esperienza, per la nostra vita, per la nostra fede, scegliere di stare con i poveri, con gli ultimi?
2.Assumere l’esigenza evangelica della povertà come progetto di vita: cosa può significare per il nostro rapporto con Dio, per il nostro rapporto con le cose, con il denaro, con la vita? Spesso l’età adulta è il banco di prova dell’esigenza evangelica della povertà: quali scelte sono necessarie per testimoniarla? con quali criteri stabiliamo il nostro livello di vita, in base a cosa scegliamo la nostra professione? come usiamo il denaro, ecc…?
3.L’esigenza evangelica della povertà è una provocazione al nostro stile di vita consumistico e quantitativo più che qualitativo: come determiniamo i nostri bisogni? quali scelte individuali e personali facciamo rispetto ai consumi? come ci rapportiamo alle situazioni di povertà nel mondo (vicine e lontane)? quali strumenti ci diamo per affrontare le cause che determinano la povertà?

A cura di P. Carmelo Casile – Casavatore (NA), novembre 2009

11 Da: Romeo Cavedo, Bibbia e Liturgia nella vita cristiana. (Adattamento del testo originale).

22 Riflessioni elaborate dal Coordinamento di Pastorale Giovanile della Diocesi di Pinerolo, Editrice Esperienze – Fossano 1991.