Meditazioni Quotidiane di Papa Francesco a Santa Marta

Lunedì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Esd 1,1-6   Sal 125   Lc 8,16-18: La lampada si pone su un candelabro, perché chi entra veda la luce.

Prepararsi alla consolazione

Nessuno è escluso dall’incontro col Signore: Dio «passa» nella vita di ognuno e ogni cristiano è chiamato a essere «in tensione verso questo incontro» per riconoscerlo e accogliere la sua pace.

Lo spunto della riflessione viene dalla prima lettura del giorno (Esdra, 1, 1-6) che «racconta il momento nel quale il popolo di Israele è liberato dall’esilio». Un popolo che — come è ripetuto anche nel salmo — canta: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi». Vedendo come Dio aveva ispirato «il cuore del re pagano per aiutare il popolo a tornare a Gerusalemme», ripetevano felici: «Ci sembrava di sognare». E ancora: «la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia».

Era lo stesso popolo che, sollecitato dai pagani a cantare durante l’esilio, aveva risposto: «Ma no, non possiamo, è lontano». «Le chitarre erano lì, sugli alberi, non potevano cantare perché non avevano la gioia: avevano la tristezza dell’esilio».

Quella che viene descritta nella Scrittura è quindi «una visita del Signore: il Signore visitò il suo popolo e lo riportò a Gerusalemme». La parola «visita» è una parola «importante nella storia della salvezza». La si ritrova, ad esempio, quando «Giuseppe disse ai suoi fratelli in Egitto: “Dio, certo, verrà a visitarvi. Portate le mie ossa con voi”». Ogni volta che si parla di «liberazione, ogni azione di redenzione di Dio, è una visita: il Signore visita il suo popolo». E anche «al tempo di Gesù», quando «la gente che era guarita o liberata dai demoni, diceva: “Il Signore ha visitato il suo popolo”». Lo stesso Gesù «quando guarda Gerusalemme pianse… Pianse su di lei. Perché pianse?». Perché «non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata; non hai capito la visita del Signore».

Ecco allora l’insegnamento per ogni uomo: «Quando il Signore ci visita ci dà la gioia, cioè ci porta in uno stato di consolazione», porta a «mietere nella gioia», dona «consolazione spirituale». Una consolazione che «non solo accade in quel tempo», ma «è uno stato nella vita spirituale di ogni cristiano».

Ecco i tre punti per la nostra meditazione: «aspettare la consolazione», poi «riconoscere la consolazione, perché ci sono dei falsi profeti che sembrano consolarci e invece ci ingannano», e «conservare la consolazione».

Per prima cosa occorre «essere aperti alla visita di Dio», perché «il Signore visita ognuno di noi; cerca ognuno di noi e lo incontra». Ci possono essere «momenti più deboli, momenti più forti di questo incontro, ma il Signore sempre ci farà sentire la sua presenza, sempre, in un modo o nell’altro». E, ha aggiunto, «quando viene con la consolazione spirituale, il Signore ci riempie di gioia» come è accaduto con gli israeliti. Occorre quindi «aspettare questa gioia, aspettare questa visita», e non, come pensano tanti cristiani, aspettare solo il cielo. «In terra, cosa aspetti? Non vuoi incontrarti con il Signore? Non vuoi che il Signore ti visiti nell’anima e ti dia questa cosa bella della consolazione, della felicità della sua presenza?».

La domanda successiva è allora: «Come si aspetta la consolazione?». La risposta è: «Con quella virtù umile, la più umile di tutte: la speranza. Io spero che il Signore mi visiterà con la sua consolazione». Bisogna «chiedere al Signore che si faccia vedere, si faccia incontrare».

Occorre «prepararsi» perché «il cristiano è un uomo, una donna, in tensione verso l’incontro con Dio», verso «la consolazione che dà questo incontro». E se non è così, «è un cristiano chiuso, è un cristiano messo nel magazzino della vita, non sa cosa fare». Perciò occorre «prepararsi alla consolazione, chiedere la visita del Signore», come gli israeliti che «per settant’anni hanno chiesto questa visita. Il Signore li ha visitati». Prepararsi con «speranza», anche se si pensa di avere una speranza «piccola», perché «tante volte» questa speranza «è forte quando è nascosta come la brace sotto la cenere».

Il secondo punto è «riconoscere la consolazione». Infatti «la consolazione del Signore non è un’allegria comune, non è una gioia che si può comprare», come quando «andiamo al circo». La consolazione del Signore «è un’altra cosa». Si riconosce: «tocca dentro e ti muove e ti dà un aumento di carità, di fede, di speranza e anche ti porta a piangere per i tuoi peccati» e a «piangere con Gesù» quando contempliamo la sua passione. La «vera consolazione» «eleva l’anima alle cose del cielo, alle cose di Dio e, anche, quieta l’anima nella pace del Signore». Non si può confondere con il «divertimento». Non che il divertimento sia «una cosa cattiva quando è buono, siamo umani, dobbiamo averne»; ma la consolazione è altro. Essa «ti prende e proprio la presenza di Dio si sente» e fa riconoscere: «questo è il Signore». È la stessa esperienza vissuta dai discepoli sul lago di Tiberiade, la notte in cui non avevano pescato nulla e Giovanni sulla riva disse: «“È il Signore!”. Lo ha riconosciuto subito». Ed è quella vissuta dagli israeliti dopo l’esilio: «La nostra lingua si riempì di gioia. La nostra bocca si riempì di sorriso».

Perciò occorre riconoscere la consolazione «quando viene». E quando viene, «ringraziare il Signore». Ognuno deve essere consapevole che «è proprio il Signore che passa, che passa per visitarmi, per aiutarmi ad andare avanti, per sperare, per portare la croce». A questo occorre anche «prepararsi con la preghiera». Speranza e preghiera: «Vieni Signore, vieni, vieni».

C’è infine un terzo punto: «conservare la consolazione». Perché se è vero che la «consolazione è forte», è anche vero che «non si conserva così forte — è un momento — ma lascia le sue tracce». Entra, così, in gioco il fare «memoria». Come fece il popolo d’Israele quando fu liberato.

E quando poi «passa questo momento forte» dell’incontro e della consolazione, «cosa rimane? La pace», che è proprio «l’ultimo livello di consolazione». Uno stato che si riconosce; si dice, infatti: «Guarda: un uomo in pace, una donna in pace». Ecco allora che «ognuno di noi può domandarsi: io sono in pace? Sono sereno nell’anima?».

Chiedere «al Signore che ci insegni questa tensione verso la redenzione, questa strada di tensione» riguardo alla quale il salmo, commentando il ritorno dall’esilio, dice: «Nell’andare se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare viene con gioia, portando i suoi covoni». Da qui l’auspicio conclusivo: «Che il Signore ci dia questa grazia: aspettare la consolazione, riconoscere la consolazione spirituale e conservare la consolazione».

Santa Marta 17/04/21

21 Settembre (FESTA – Rosso) SAN MATTEO
Ef 4,1-7.11-13   Sal 18   Mt 9,9-13: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori.

Miserando atque eligendo

Il motto che il Papa ha scelto per sé proprio per rilanciare l’atteggiamento di Gesù verso il pubblicano è tratto dall’homilia 21 di san Beda il venerabile, proposta nell’Ufficio delle letture per la festa liturgica dell’evangelista. E le modalità concrete, passo per passo, della conversione di Matteo — così come è stata fissata nel capolavoro del Caravaggio esposto nella chiesa romana di San Luigi dei francesi — sono state ripercorse, attualizzandole, dal Pontefice nella sua omelia.

«Questo passo preso dal Vangelo di Matteo racconta la conversione di Matteo: come il Signore lo chiamò, lo scelse per seguirlo». E «possiamo vederlo in tre passi: l’incontro, la festa e lo scandalo».

«L’incontro», anzitutto: «Gesù veniva da guarire un paralitico e mentre andava via — forse per uscire, erano alla porta questi che facevano pagare le imposte — trovò quest’uomo chiamato Matteo». E il Vangelo dice, appunto, che Gesù «vide un uomo chiamato Matteo — e dove era quell’uomo? — seduto al banco delle imposte». In fin dei conti Matteo «era uno di quelli che facevano pagare le imposte al popolo di Israele, per darle ai romani: un traditore della patria». Tanto che questi uomini «erano disprezzati».

Ecco che Matteo «si sente guardato da Gesù» che, «dice il Vangelo, gli disse: “seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì». Ma «cosa è successo?» Cosa ha convinto Matteo a seguire il Signore? «Quella è la forza dello sguardo di Gesù» che «sicuramente lo ha guardato con tanto amore, con tanta misericordia: quello sguardo di Gesù misericordioso» per dire: «Seguimi, vieni». E Matteo, da parte sua, aveva «uno sguardo sfiduciato, guardando di lato, con un occhio Dio e con l’altro il denaro, aggrappato ai soldi come lo dipinse il Caravaggio: proprio così, aggrappato e guardando di lato e anche con uno sguardo scontroso, burbero».

Invece lo sguardo di Gesù, è «amorevole, misericordioso». Di fronte a questo sguardo ecco che «la resistenza di quell’uomo che voleva i soldi — era tanto schiavo dei soldi — cade». Il Vangelo ci dice, infatti, che Matteo «si alzò e lo seguì».

Nella prospettiva di questa «lotta fra la misericordia e il peccato» è importante chiedersi: «Come è entrato l’amore di Gesù nel cuore di quell’uomo? Qual è stata la porta per poter entrare?». Il fatto è che «quell’uomo sapeva di essere peccatore: sapeva di non essere ben voluto da nessuno, anche disprezzato». Proprio «quella coscienza di peccatore aprì la porta alla misericordia di Gesù: lasciò tutto e se ne andò». Ecco «l’incontro fra il peccatore e Gesù: tutti i peccatori che trovarono Gesù hanno avuto il coraggio di seguirlo, ma se non si sentivano peccatori non potevano seguirlo». Per questa ragione «la prima condizione per essere salvato è sentirsi in pericolo; la prima condizione per essere guarito è sentirsi ammalato». Dunque «sentirsi peccatore è la prima condizione per ricevere questo sguardo di misericordia». Di più, «pensiamo allo sguardo di Gesù: tanto bello, tanto buono, tanto misericordioso, e anche noi quando preghiamo sentiamo questo sguardo su di noi: è lo sguardo dell’amore, lo sguardo della misericordia, lo sguardo che ci salva» e ci suggerisce di «non aver paura».

Matteo «si sentì tanto felice e sicuramente, anche se non è nel testo, ha invitato Gesù a pranzo a casa sua, come ha fatto anche Zaccheo». È il momento della «festa», appunto. «Hanno fatto festa» «dopo quell’incontro viene la festa con tutti quelli dello stesso sindacato: erano tutti uguali. E lui ha chiamato gli amici che erano tutti così: peccatori, pubblicani e sicuramente domandavano al Signore cose e il Signore rispondeva mentre sedeva a tavola nella casa». Dunque «erano a tavola, mangiavano insieme con i peccatori: lo stesso è successo nel pranzo che aveva fatto Zaccheo per festeggiare la conversione, l’incontro con il Signore». E «questo ci fa pensare a quello che Gesù dice nel capitolo 15 di Luca: ci sarà più festa nel cielo per un peccatore che si converte che per cento giusti che rimangono giusti». Questa è, appunto, «la festa dell’incontro del Padre, la festa della misericordia; e Gesù spreca misericordia, per tutti».

Però mentre il Signore «sedeva a tavola» — è il terzo momento dopo l’incontro e la festa — ecco che arriva «lo scandalo». Il Vangelo racconta che «sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con Gesù e i suoi discepoli». E «vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: “come mai questo?”». Perché «uno scandalo incomincia sempre con questa frase: “Ma come mai?”». Perciò «quando voi sentite questa frase, puzza: dietro viene lo scandalo, si strappano le vesti».

Ecco infatti che i farisei chiedono ai discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori? Il vostro maestro è un impuro, perché salutare questa gente ti contagia». Per loro «è la malattia, l’impurezza di non seguire la legge, e la legge dice che non si può andare da loro». Anzi, sono persone che ripetono che «la legge dice, la dottrina dice…: questi sapevano bene la dottrina, la sapevano benissimo, sapevano come si doveva andare sulla strada del regno di Dio, conoscevano meglio di tutti come si doveva fare». Ma «avevano dimenticato il primo comandamento dell’amore e sono stati chiusi in questa gabbia dei sacrifici: “Facciamo un sacrificio a Dio, facciamo il sabato, tutto quello che si deve fare e così ci salviamo”». Invece no, perché «ci salva Dio, ci salva Gesù Cristo e questi non avevano capito, si sentivano sicuri, credevano che la salvezza veniva da loro».

Per questa ragione domandano ai discepoli: «Come mai?»: proprio quel «“come mai?” che tante volte abbiamo sentito fra i fedeli cattolici quando vedevano opere di misericordia: come mai?». Da parta sua, invece, «Gesù è chiaro, è molto chiaro: “Andate a imparare”». Perciò «li ha mandati a imparare: “Andate a imparare che cosa vuol dire misericordia, quello che io voglio, e non sacrifici, perché io non sono venuto, infatti, a chiamare i giusti ma i peccatori». Dunque, «se tu vuoi essere chiamato da Gesù, riconosciti peccatore».

Certo, «uno può dire: “Padre, ma è una grazia sentirsi peccatore, davvero?». Sì, perché vuol dire «sentire la verità». Ma «non peccatore in astratto: peccatore per questo, per questo, per questo, per questo. Peccato concreto, peccati concreti! E tutti noi ne abbiamo tanti!». Allora «andiamo lì e lasciamoci guardare da Gesù con quello sguardo misericordioso pieno di amore».

Ecco allora «l’incontro fra la misericordia e il peccato; la festa, perché Gesù ci ha detto che c’è festa quando un peccatore si converte; e sempre lo scandalo: ce ne sono tanti, tanti, sempre, anche nella Chiesa oggi». Magari «dicono: no, non si può, è tutto chiaro, è tutto, no, no, sono peccatori quelli, dobbiamo allontanarli». E «anche tanti santi sono stati perseguitati o sospettati: pensiamo a santa Giovanna d’Arco, mandata al rogo perché pensavano fosse una strega e condannata: una santa! Pensate a santa Teresa, sospettata di eresia, pensate al beato Rosmini».

In conclusione: «Misericordia io voglio e non sacrifici», che «la porta per incontrare Gesù è riconoscersi come siamo, la verità: peccatori. E lui viene e ci incontriamo: è tanto bello incontrare Gesù!».

Santa Marta, 21 settembre 2017

Mercoledì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Esd 9,5-9   Tob 13   Lc 9,1-6: Li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi.

Povertà e lode di Dio

Povertà e lode di Dio: sono le due coordinate principali della missione della Chiesa, i «segni» che rivelano al popolo di Dio se «un apostolo vive la gratuità».

«La predicazione evangelica nasce dalla gratuità, dallo stupore della salvezza che viene; e quello che io ho ricevuto gratuitamente, devo darlo gratuitamente».

Lo si vede quando Gesù invia i suoi apostoli e dà loro le istruzioni per la missione che li attende. «Sono consegne molto semplici: non procuratevi oro, né argento, né denaro». Si tratta di una missione per avvicinare gli uomini al regno di Dio, per dare loro la bella notizia che il regno di Dio è vicino, anzi è arrivato. Ma il Signore vuole per gli apostoli «semplicità» di cuore e disponibilità a lasciare spazio «al potere della Parola di Dio». Del resto, se essi non avessero avuto una grande «fiducia nella Parola di Dio, forse avrebbero fatto un’altra cosa», ma non avrebbero annunciato il Vangelo.

La frase chiave delle consegne di Cristo ai suoi è appunto: «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date»: parole in cui c’è tutta «la gratuità della salvezza». Perché «noi non possiamo predicare, annunziare il regno di Dio, senza questa certezza interiore che tutto è gratuito, tutto è grazia». È quanto affermava sant’Agostino: Quaere causam et non invenies nisi gratiam. E quando noi agiamo senza lasciare spazio alla grazia allora «il Vangelo non ha efficacia».

Del resto, che la predicazione evangelica nasca dalla gratuità lo testimoniano diversi episodi della vita dei primi apostoli. «San Pietro non aveva un conto in banca e quando ha dovuto pagare le tasse, il Signore lo ha mandato al mare a pescare per trovare dentro il pesce la moneta con cui pagare». E Filippo, quando ha incontrato il ministro della regina Candace, non ha pensato di creare «un’organizzazione per sostenere il Vangelo», non ha negoziato; al contrario, «ha annunziato, ha battezzato e se n’è andato». La buona novella, dunque, si diffonde “seminando” la Parola di Dio. È lo stesso Gesù che lo dice: «il regno è come il seme che Dio dà. È un dono gratuito».

Fin dalle origini nella comunità cristiana c’è stata la «tentazione di cercare forza in altra parte che non sia la gratuità». Ma la nostra unica «forza è la gratuità del Vangelo» mettendo in guardia soprattutto dal rischio che l’annuncio possa sembrare proselitismo: «per quella strada non si va» da nessuna parte. Come ha detto Benedetto XVI: «la Chiesa non cresce per proselitismo» ma «per attrazione». Perché «il Signore ci ha inviato ad annunziare non a fare proseliti». E la forza di attrazione deve venire dalla testimonianza di quanti annunziano la gratuità della salvezza. «Tutto è grazia». E tra i tanti segni di questa gratuità, in particolare la povertà e la lode a Dio.

Quanto al primo, l’annunzio del vangelo deve passare per la strada della povertà, per la testimonianza di questa povertà. «Non ho ricchezze, la mia ricchezza è soltanto il dono che ho ricevuto da Dio. Questa gratuità è la nostra ricchezza». Ed è una povertà, questa, che «ci salva dal diventare organizzatori, imprenditori». «Si devono portare avanti opere della Chiesa» e «alcune sono un po’ complesse», ma bisogna farlo «con cuore di povertà, non con cuore di investimento o come un imprenditore. La Chiesa non è una ong: è un’altra cosa, più importante. Nasce da questa gratuità ricevuta e annunziata».

Quanto alla capacità di lodare, quando un apostolo non vive la gratuità perde anche la capacità di lodare il Signore, «perché lodare il Signore è essenzialmente gratuito. È un’orazione gratuita. Non chiediamo soltanto, lodiamo». Invece «quando troviamo apostoli che vogliono fare una Chiesa ricca, una Chiesa senza la gratuità della lode», essa «invecchia, diventa una ong, non ha vita».

Santa Marta, 11 giugno 2013

Giovedì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Ag 1,1-8   Sal 149   Lc 9,7-9: Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?

Di fronte ai «rimorsi della coscienza», c’è chi prova a rimuoverli, a nasconderli, addirittura ad «anestetizzarli» coprendoli con altre colpe. Ma per «guarire» dalle «piaghe del cuore e dell’anima» occorre «tirare fuori la verità» e avere «la saggezza di accusare se stessi».

Come si legge nel vangelo di Luca (9, 7-9), il tetrarca Erode sentiva parlare delle cose che Gesù faceva, ma «non sapeva cosa pensare». Era confuso, perché alcuni dicevano che Gesù fosse Elia o un altro profeta risorto, altri ancora pensavano a Giovanni Battista. E lui «cercava di vederlo». Ma quella di Erode «non era una semplice curiosità». Il suo problema «era qualcosa che sentiva dentro: un rimorso nell’anima, un rimorso nel cuore». Lo si intuisce chiaramente quando dice: «No, Giovanni non c’è perché l’ho fatto decapitare io». Tira cioè subito fuori un «crimine che aveva fatto». Erode si «portava» dentro quella colpa e «cercava di vedere Gesù per tranquillizzarsi, aveva quel rimorso dentro».

Significativo è il modo in cui il tetrarca «risolve il problema». Erode «voleva vedere dei miracoli», ma Gesù non fece «il circo» davanti a lui che, quindi, invece di dire «ma lasciamolo andare…» e salvarlo, «lo consegnò a Pilato». Allora i due «divennero amici» e «Gesù ha pagato». Cosa ha fatto in definitiva Erode? Ha coperto «un crimine con un altro», «il rimorso della coscienza con un altro crimine».

Del resto anche suo padre, Erode il Grande, «aveva fatto lo stesso». Quando da lui — che «aveva un potere grande» ma aveva commesso «tanti atti criminali» — giunsero i magi a dirgli: «È nato il Re dei giudei», Erode si sconvolse: «aveva paura che gli togliessero il regno». Perciò chiese loro di riferirgli quanto avrebbero visto, e perciò, non avendo avuto notizie dai magi che invece non tornarono da lui, uccise i bambini.

Perché Erode «ha ucciso i bambini»? La risposta, che scava nella psiche e nel cuore del re della Giudea, si ritrova in un antico autore cristiano, «e la Chiesa canta questo il 28 dicembre: “Tu uccidi i bambini nella carne. Tu uccidi il timore nel cuore”». Il sovrano «uccide per timore; per coprire un crimine con un altro». Padre e figlio, quindi, andavano avanti «coprendo dei crimini», coprendo «il rimorso della coscienza».

«Il rimorso della coscienza» non è «un semplice ricordare qualcosa», ma «è una piaga! Una piaga che a noi quando nella vita abbiamo fatto dei mali, fa male». Ma questa piaga è «nascosta, non si vede; neppure io la vedo, perché mi abituo a portarla e poi si anestetizza». È dentro di noi e quando «fa male, sentiamo il rimorso». In quel momento «non solo sono conscio di avere fatto del male, ma lo sento: lo sento nel cuore, lo sento nel corpo, nell’anima, lo sento nella vita». Ed è proprio quello il momento in cui si ha la «tentazione di coprire» il dolore «per non sentirlo più».

Qualcuno potrebbe chiedere se il sentire questo dolore sia una «cosa cattiva». E, in realtà non lo è: «No, magari tutti sentiamo dove è la piaga!». Ricordiamo, a tale proposito, la storia del re Davide che «aveva fatto due grandi crimini. Un peccato di adulterio grosso e poi, per coprirlo, ha fatto un assassinio». Davide non sentiva nulla, «era tranquillo». Ma giacché «Dio gli voleva bene, inviò il profeta Natan a muovere il suo cuore». Fu allora che Davide si chiese: «Ma chi ha fatto questo?». Alla risposta del profeta «Tu», egli «se ne accorse e sentì il rimorso della coscienza». Perciò «è una grazia sentire che la coscienza ci accusa, ci dice qualcosa».

Proseguendo nel ragionamento, ci si potrebbe chiedere: «Come posso guarire quando sento la piaga?». Ma bisogna prima domandarsi: «Come posso guarirmi quando non la sento?». Infatti, «nessuno di noi è un santo… tutti abbiamo fatto delle cose. E se non sento nulla, segnale rosso». Occorre quindi comprendere come fare affinché la piaga «venga fuori», e «per non nasconderla di più».

La tentazione di rimuovere la piaga è sempre dietro l’angolo: «Alcuni cercano di dimenticarla e non avere questo rimorso e pensano agli altri: “Ma quella povera gente, come soffre quella gente nella guerra, quei dittatori che ammazzano la gente…”». Si pensa, cioè ai peccati degli altri per non riconoscere i propri.

«Noi dobbiamo — permettetemi la parola — “battezzare” la piaga, cioè darle un nome». E come si fa a farla emergere? «Prima di tutto prega: “Signore, abbi pietà di me che sono peccatore”. Il Signore ascolta la tua preghiera». Il secondo passo è: «esamina la tua vita». Può però accadere che anche facendo questo non si capisca «da dove viene quel dolore», di cosa sia «sintomo», e allora: «Chiedi aiuto a qualcuno che ti aiuti» a fare uscire la piaga «e poi a darle un nome». Ma attenzione, ci vuole «concretezza». Riconoscere: «Io ho questo rimorso di coscienza perché ho fatto questo». Questa è «la vera umiltà davanti a Dio e Dio si commuove davanti alla concretezza».

Mi «piacciono le confessioni dei bambini, perché i bambini non dicono: “Eh, ho mancato di rispetto… “. I bambini dicono: “Ho fatto questo, questo, questo”. E anche quando dicono alcune parole un po’…: “Ho detto questo”, loro dicono tutto! Sono concreti». Allo stesso modo tutti dovrebbero avere «la concretezza di dire, dire a noi stessi, a me stesso: “Ho fatto questo Signore”. E viene fuori la verità. E così si guarisce».

In sintesi, occorre «imparare la scienza, la saggezza di accusare se stesso». L’itinerario interiore è chiaro: «Io accuso me stesso, sento il dolore della piaga, faccio di tutto per sapere da dove viene questo sintomo e poi accuso me stesso». Perciò non si deve «avere paura dei rimorsi della coscienza», anzi, essi «sono un sintomo di salvezza». Bisogna, al contrario, «avere paura di coprirli, di truccarli, di dissimularli, di nasconderli». Fondamentale è «essere chiari» con se stessi. E allora «il Signore ci guarisce».

Chiedere al Signore la grazia «di avere quel coraggio di accusare noi stessi» e di «dire la verità sulla nostra vita»; dirlo a se stessi «e poi dirlo al Signore perché perdoni». Con «concretezza». È come «quando un chirurgo ti porta nella sala per farti un intervento chirurgico»: non è che anestetizza e poi non fa nulla, il medico «ti apre, cerca e quando trova il concreto lo toglie». Lo stesso accade con se stessi: bisogna essere concreti, «così si toglie la piaga, si guarisce la piaga e il rimorso della coscienza viene guarito e se ne va».

Santa Marta 28 settembre 2017

Venerdì della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Ag 1,15-2,9   Sal 42   Lc 9,18-22: Tu sei il Cristo di Dio. Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto.

Sulla strada di Gesù

La scelta è se «essere cristiani del benessere» o «cristiani che seguono Gesù». I cristiani del benessere sono quelli che pensano di avere tutto se hanno la Chiesa, i sacramenti, i santi… Gli altri sono i cristiani che seguono Gesù sino in fondo, sino all’umiliazione della croce, e sopportano serenamente questa umiliazione.

Quella di Gesù è una domanda che da generale — «le folle chi dicono che io sia?» — si trasforma in una domanda rivolta particolarmente a persone specifiche, in questo caso agli apostoli: «Ma voi chi dite che io sia?». Questa domanda «è rivolta anche a noi in questo momento, nel quale il Signore è fra noi, in questa celebrazione, nella sua Parola, nell’Eucaristia sull’altare, nel suo sacrificio. E oggi a ognuno di noi chiede: ma per te chi sono io? Il padrone di questa ditta? Un buon profeta? Un buon maestro? Uno che ti fa bene al cuore? Uno che cammina con te nella vita, che ti aiuta ad andare avanti, a essere un po’ buono? Sì, è tutto vero ma non finisce lì», perché «è stato lo Spirito Santo a toccare il cuore di Pietro e fargli dire chi fosse Gesù: Sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo». Chi di noi «nella sua preghiera guardando il tabernacolo dice al Signore: tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo» deve sapere due cose. La prima è che «non può dirlo da solo: deve essere lo Spirito Santo a dirlo in lui». La seconda cosa è che deve prepararsi «perché lui ti risponderà».

Il pericolo che si corre è quello di cedere «alla tentazione del benessere spirituale», di pensare cioè che abbiamo tutto: la Chiesa, Gesù Cristo, i sacramenti, la Madonna e dunque non dobbiamo cercare più nulla. Se la pensiamo così «siamo buoni, tutti, perché almeno dobbiamo pensare questo; se pensiamo il contrario è peccato”». Ma questo «non basta. Il benessere spirituale è fino a un certo punto». Quello che manca per essere cristiano davvero è «l’unzione della croce, l’unzione dell’umiliazione. Lui umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce. Questa è la pietra di paragone, la verifica della nostra realtà cristiana. Sono un cristiano di cultura del benessere o sono un cristiano che accompagna il Signore fino alla croce? Per capire se siamo quelli che accompagnano Gesù sino alla croce il segnale giusto «è la capacità di sopportare le umiliazioni. Il cristiano che non è d’accordo con questo programma del Signore è un cristiano a metà cammino: un tiepido. È buono, fa cose buone» ma continua a non sopportare le umiliazioni e a chiedersi «perché a questo sì e a me no? L’umiliazione io no. E perché succede questo e a me no? E perché questo lo fanno monsignore e a me no?».

«Pensiamo a Giacomo e Giovanni quando chiedevano al Signore il favore delle onorificenze. Non sapete, non capite niente, dice loro il Signore. La scelta è chiara: il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

«Ma noi tutti? Vogliamo che si realizzi la fine di questo paragrafo. Tutti vogliamo risorgere il terzo giorno. È buono, è buono, dobbiamo volere questo». Ma non tutti, per raggiungere l’obiettivo, sono disposti a seguire questa strada, la strada di Gesù: ritengono sia uno scandalo se gli viene fatto qualcosa che essi ritengono si tratti di un torto, e se ne lamentano. Il segno dunque per capire «se un cristiano è un cristiano davvero» è «la sua capacità di portare con gioia e con pazienza le umiliazioni». Questa è «una cosa che non piace»; eppure «ci sono tanti cristiani che guardando il Signore chiedono umiliazioni per assomigliare di più a lui».

Venerdì, 27 settembre 2013

Sabato della XXV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Zc 2,5-9.14-15   Ger 31   Lc 9,43-45: Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Il timore della Croce

La croce fa paura. Ma seguire Gesù significa inevitabilmente accettare la croce che si pone davanti a ogni cristiano. E alla Madonna — che sa, per averlo provato, come si sta accanto alla croce — dobbiamo chiedere la grazia di non fuggire davanti a essa, anche se ne abbiamo timore.

Al tempo del racconto dell’evangelista «Gesù era impegnato in tante attività e tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva. Era il leader di quel momento. Tutta la Giudea, la Galilea la Samaria, parlavano di lui. E Gesù, forse nel momento in cui i discepoli si rallegravano di ciò, disse loro: Mettetevi bene in mente queste parole: il figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini».

Nel momento del trionfo Gesù annuncia in qualche modo la sua Passione. I discepoli però erano talmente presi dal clima di festa «che non capirono queste parole; restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso». E «non chiesero spiegazioni. Il Vangelo dice: avevano timore di interrogarlo su questo». Meglio non parlarne, dunque. Meglio «non capire la verità». Avevano paura della croce.

In verità, anche Gesù ne aveva paura; ma «lui non poteva ingannarsi. Lui sapeva. E tanta era la sua paura che quella sera del giovedì ha sudato sangue». Ha persino chiesto a Dio: «Padre allontana da me questo calice»; ma, ha aggiunto, «sia fatta la tua volontà. E questa è la differenza. La croce ci fa paura».

Questo è anche ciò che capita quando ci si impegna nella testimonianza del Vangelo, nella sequela di Gesù. «Siamo tutti contenti» ma non ci chiediamo altro, non parliamo della croce. Eppure, come esiste la «regola che il discepolo non è più grande del maestro» — una regola, ha precisato, che si rispetta — così esiste la regola per cui «non c’è redenzione senza l’effusione del sangue». E «non c’è lavoro apostolico fecondo senza la croce». Ognuno di noi «può forse pensare: e a me cosa accadrà? Come sarà la mia croce? Non lo sappiamo, ma ci sarà e dobbiamo chiedere la grazia di non fuggire dalla croce quando arriverà. Certo ci fa paura, ma la sequela di Gesù finisce proprio là. Mi tornano alla mente le parole di Gesù a Pietro in quella incoronazione pontificia: «Mi ami? Pasci…. Mi ami? Pasci… Mi ami? Pasci». (cfr. Giovanni 21, 15-19). E «le ultime parole erano le stesse: ti porteranno là dove tu non vuoi andare. Era l’annuncio della croce».

È proprio per questo che «i discepoli avevano timore di interrogarlo. Vicinissima a Gesù in croce era la sua madre. Forse oggi, giorno in cui noi la preghiamo, sarà bene chiederle la grazia non di togliere il timore, perché quello deve esserci. Chiediamole la grazia di non fuggire dalla croce. Lei era lì e sa come si deve stare vicino alla croce».

Sabato, 28 settembre 2013

da: L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, con qualche adattamento