XXIV Settimana del Tempo Ordinario
Commento
 di Paolo Curtaz 


gesu-e-il-centurione-romano..jpg

Lunedì 13 Settembre >
(Memoria – Bianco)
San Giovanni Crisostomo
1Tm 2,1-8   Sal 27   Lc 7,1-10: Neanche in Israele ho trovato una fede così grande.
Martedì 14 Settembre >
(FESTA – Rosso)
ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
Nm 21,4-9   Sal 77   Fil 2,6-11   Gv 3,13-17: Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.
Mercoledì 15 Settembre >
(Memoria – Bianco)
Beata Vergine Maria Addolorata
Eb 5,7-9   Sal 30   Gv 19,25-27: Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
Giovedì 16 Settembre >
(Memoria – Rosso)
Santi Cornelio e Cipriano
1Tm 4,12-16   Sal 110   Lc 7,36-50: Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.
Venerdì 17 Settembre >
(Feria – Verde)
Venerdì della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
1Tm 6,2-12   Sal 48   Lc 8,1-3: C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.
Sabato 18 Settembre >
(Feria – Verde)
Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
1Tm 6,13-16   Sal 99   Lc 8,4-15: Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza.
Domenica 19 Settembre >
(DOMENICA – Verde)
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)
Sap 2,12.17-20   Sal 53   Giac 3,16-4,3   Mc 9,30-37: Il Figlio dell’uomo viene consegnato… Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti.

Lunedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,1-10: Neanche in Israele ho trovato una fede così grande.

È tutto un gioco di cortesie il rapporto fra il centurione e gli ebrei, e fra Gesù e il centurione. È un uomo buono, non solo ha collaborato al finanziamento della sinagoga, ma prende a cuore le sorti di un suo subalterno, disturbando addirittura l’ospite di Pietro. È un uomo buono e pieno di fede: non ha bisogno della presenza del Rabbì, gli basta una parola così come egli, con una parola, riesce a comandare ai suoi subalterni senza preoccuparsi di verificare l’esecuzione dell’ordine. Si stupisce, il Signore, sorride alla fede cristallina di questo pagano simpatizzante per l’ebraismo. Com’è bello stupire il Signore con la nostra fede! Com’è bello pensare che egli possa commuoversi davanti ai nostri gesti pieni di fiducia e di abbandono! E com’è bello sapere che questi gesti di fede non provengono necessariamente dai credenti, dai devoti, ma anche da chi, come il centurione, è ai margini della religiosità. Dio sa vedere la fede non solo nei suoi figli e si sa stupire di chi, pur non avendolo conosciuto, pur conducendo una vita difforme dai precetti del vangelo, pone dei gesti di fede cristallina come, ahimè, noi discepoli a volte non sappiamo porre.

Martedì 14 Settembre (FESTA – Rosso) ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
Gv 3,13-17: Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo.

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell'”Anàstasis”, cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre. Col termine di “esaltazione”, che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall’imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l’aveva portata nella battaglia di Hattin.
La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell’imperatore Costantino, Elena. La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino “crux”, cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l’infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana. (http://www.santiebeati.it)

Secondo la tradizione la regina Elena, madre dell’Imperatore Costantino, in questa giornata portò a Costantinopoli le presunte reliquie della croce di Cristo miracolosamente ritrovate durante il suo pellegrinaggio a Gerusalemme.
Santa croce. Beata croce. Così evidente e così misteriosa. Capita e vilipesa. Stravolta e sfregiata, soprattutto da noi discepoli del Nazareno. Croce che, pure, per noi discepoli rappresenta il punto di non ritorno dell’amore di Dio. La parola definitiva di Dio sul mondo, il dono totale e assoluto di sé. Questo significa, secondo le intenzioni di Gesù, il prendere la croce. Donarsi, totalmente, come Dio ha saputo fare. Allora perché della croce, stravolgendone il significato, abbiamo colto l’aspetto dolente? Come una penitenza da sopportare, un regalo non gradito voluto da Dio (che non manda mai nessuna croce! Scherziamo?) che umilmente sopportiamo…
Non è così: da strumento di tortura raffinato e perverso la croce è diventata l’emblema della misura dell’amore senza misura di Dio. È questo amore che oggi esaltiamo, non il dolore che essa porta con sé. Perché amare, lo sappiamo bene anche noi uomini, spesso richiede sacrificio e incomprensione. Oggi esaltiamo l’amore donato, lo poniamo in alto nelle nostre scelte, appeso alle nostre case perché irradi, con la sua logica, tutta la nostra vita.

Mercoledì 15 Settembre  (Memoria – Bianco)
Beata Vergine Maria Addolorata

Gv 19,25-27: Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!

Il mondo ha tanto bisogno di compassione e la festa di oggi ci dà una lezione di compassione vera e profonda. Maria soffre per Gesù, ma soffre anche con lui e la passione di Cristo è partecipazione a tutto il dolore dell’uomo.
La liturgia ci fa leggere nella lettera agli Ebrei i sentimenti del Signore nella sua passione: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte”. La passione di Gesù si è impressa nel cuore della madre, queste forti grida e lacrime l’hanno fatta soffrire, il desiderio che egli fosse salvato da morte doveva essere in lei ancora più forte che non in Gesù, perché una madre desidera più del figlio che egli sia salvo. Ma nello stesso tempo Maria si è unita alla pietà di Gesù, è stata come lui sottomessa alla volontà del Padre.
Per questo la compassione di Maria è vera: perché ha veramente preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza.
La nostra compassione molto spesso è superficiale, non è piena di fede come quella di Maria. Noi facilmente vediamo, nella sofferenza altrui, la volontà di Dio, ed è giusto, ma non soffriamo davvero con quelli che soffrono.
Chiediamo alla Madonna che unisca in noi questi due sentimenti che formano la compassione vera: il desiderio che coloro che soffrono riportino vittoria sulla loro sofferenza e ne siano liberati e insieme una sottomissione profonda alla volontà di Dio, che è sempre volontà di amore.

Una spada che attraversa il cuore. La facile profezia del vecchio Simeone potrebbe essere rivolta a quasi ogni genitore. Avere un figlio e crescerlo richiede una dose di fatica e di pazienza che, in certi momenti, diventa quasi dolore fisico. Ma in questa giornata in cui celebriamo la memoria popolare di Maria addolorata parliamo di qualcosa di diverso dall’inevitabile sofferenza di ogni genitore. E nemmeno vogliamo soffermarci troppo sullo strazio di una madre che perde un figlio, forse il peggior dolore che possiamo immaginare, in quel modo drammatico. Se oggi ricordiamo Maria sotto la croce è, invece, per il suo coraggio, per la sua condivisione alla scelta del Figlio di giungere fino in fondo al suo percorso, senza cedere, senza smettere di proclamare il volto del Padre fino a morirne. Maria mette da parte il suo dolore, dolore che potrebbe spezzare la sua fede, e dimora sotto la croce senza capire, ma credendo. Crede contro ogni speranza, crede che, in qualche modo, la promessa ricevuta dall’angelo trent’anni prima si realizzi. Crede, la madre. Dimora senza cedere. E a quella forza, oggi, ci ispiriamo per affrontare gli inevitabili momenti di sofferenza che la vita ci riserva.

Martedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,11-17: Ragazzo, dico a te, àlzati!

Nain, la fiorita. Un piccolo villaggio immerso nelle colline poco distante da Nazareth. Ma la fiorita è appassita: un grave lutto ha colpito la piccola comunità. Gesù assiste alla scena di un funerale: un figlio unico di madre vedova viene condotto fuori dal villaggio per essere sepolto. Figlio unico di madre vedova: sembra l’inizio del più terribile dei racconti drammatici. E così è. Gesù prova compassione, non è indifferente a quanto accade, non fa finta, non assume un volto di circostanza come spesso facciamo noi. Il verbo usato per indicare lo stato d’animo di Gesù indica uno strazio interiore, un laceramento, un movimento viscerale. Non è indifferente al dolore il nostro Dio, non si bea nella sua perfezione, non ha paura delle proprie emozioni. E interviene: il bambino viene restituito alla madre. Quanti interrogativi suscita questa pagina! Dio ama la vita, si commuove agisce, questo dice questo episodio. Ma, d’altra parte, quanti altri figli unici di madre vedova sono rimasti nel sepolcro? Fra poco un altro figlio unico di madre vedova, Gesù, morirà per sconfiggere definitivamente la morte.

Mercoledì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,31-35: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non avete pianto.

Siamo un popolo di incontentabili, siamo sempre scontenti di ciò che abbiamo, passiamo il tempo a lamentarci. Come i bambini che litigano e non si mettono d’accordo sul gioco da fare, anche noi abbiamo sempre pronta un’interminabile lista di cose che Dio dovrebbe fare per fare bene il proprio mestiere! I giudei accusavano il Battista di esagerare nell’ascesi e Gesù di essere un festaiolo! Invece di interrogarsi su loro stessi, di cogliere la profezia nell’uno e nell’altro atteggiamento, passavano il tempo a piagnucolare e a lamentarsi. Come spesso facciamo anche noi! Nei confronti di Dio, anzitutto, che sarà buono e onnipotente ma fa delle cose veramente incomprensibili! Per non parlare del Papa e della Chiesa! Siamo onesti: non saremmo molto più preparati e capaci noi di gestire la situazione? Insomma: se facciamo di noi stessi il punto di riferimento dell’universo, tutto ci sembra inadeguato, da cambiare. Il nostro mondo si sta imbarbarendo, assistiamo al declino della nostra civiltà e il livello dello scontro è altissimo in tutti i campi, tutti hanno urgenza di esprimere un’opinione autorevole (quasi sempre improvvisata…). E se la piantassimo?

Giovedì 16 Settembre (Memoria – Rosso) Santi Cornelio e Cipriano

CORNELIO (210 c. – 253), pontefice e pastore di animo grande e misericordioso, molto operò per il recupero e la riconciliazione dei cristiani che avevano ceduto alle persecuzioni, mentre difese l’unità della Chiesa contro gli scismatici novaziani, confortato dalla solidarietà di san Cipriano. Morì a Civitavecchia (Roma), esiliato dall’imperatore Gallo, e fu sepolto nel cimitero di Callisto.
CIPRIANO (Cartagine, Tunisia, 210 c. – Sesti, presso Cartagine, 14 settembre 258), convertitosi dal paganesimo nel 245, divenne vescovo di Cartagine nel 249. Fra i massimi esponenti, insieme a Tertulliano, della prima latinità cristiana, nel suo magistero diede un notevole contributo alla dottrina sull’unità della Chiesa raccolta intorno all’Eucaristia sotto la guida del vescovo. Morì martire nella persecuzione di Valeriano.

Giovedì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 7,36-50: Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato.

Gesù vuole salvare la peccatrice e Simone il fariseo. Entrambi. Entrambi sono delle prostitute: la donna si concede per poter sopravvivere e sopporta il pesante giudizio dei benpensanti e degli uomini religiosi. Simone cerca approvazione e manifesta la sua apertura mentale invitando il discusso rabbino che ridicolizza i farisei. E Gesù li salva entrambi con delicatezza: va al di là dell’apparenza con la donna che compie una serie di gesti ambigui e scabrosi. Sciogliersi i capelli era un gesto intimo riservato al talamo, impensabile compierlo in pubblico. Ma non c’è seduzione nel suo gesto, solo l’assenza di vocabolario: è l’unico ambiguo linguaggio che la donna conosce. Gesù lo sa e lo apprezza, va al di là dell’apparenza e lo accoglie come manifestazione d’amore. Simone è una bella persona ma esprime giudizi taglienti. Il suo ragionamento contorto sfocia in una certezza: Gesù certamente non è un profeta altrimenti non si farebbe contaminare da donne come quella. Gesù, per salvarlo, come fece Natan con Davide, si appella alla sua giustizia senza umiliarlo, senza rimproverarlo: sarà Simone a giudicare Simone. Geniale.

Venerdì della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 8,1-3: C’erano con lui i Dodici e alcune donne che li servivano con i loro beni.

È un piccolo inserto lucano sfuggito certamente a qualche copista sessista. Scherzi dello Spirito Santo! Così, grazie a questi tre versetti, veniamo a conoscenza del fatto che nel gruppo più stretto dei discepoli c’erano anche delle donne che vivevano con il gruppo dei seguaci itineranti. Conosciamo anche il nome di alcune di esse e il loro compito: mettersi a servizio del Regno con i loro beni. Collaboratrici a tutti gli effetti, non badanti degli apostoli o colf del Nazareno! Alle donne Gesù affiderà il compito essenziale dell’annuncio della sua resurrezione dai morti: il loro compito è fondamentale per lo sviluppo della fede cristiana! Cosa di difficile comprensione anche oggi, ed assolutamente inaccettabile in una cultura chiusa in cui una donna non aveva diritto di parola in pubblico, non poteva uscire di casa da sola, figuriamoci dormire fuori dalle mura domestiche! Gesù è un uomo libero e ci porta a diventare liberi, a superare le distinzioni di genere, a scavalcare e confondere i ruoli. Davanti a Dio non c’è più né uomo né donna, giudeo o greco, schiavo o libero. Diventiamo capaci di vivere da liberi e di liberare, superiamo gli steccati delle culture per abbracciare la novità sconcertante del vangelo!

Sabato della XXIV settimana del Tempo Ordinario
Lc 8,4-15: Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza.

Dalla Parola nasce la fede, la Bibbia è Dio-in-azione, lo sappiamo bene. Quanti, fra noi, hanno ascoltato con cuore nuovo il Vangelo, scoprendo in esso un significato inatteso e una forza che li ha spinti alla conversione? E la Parola è la protagonista della parabola di oggi, la Parola che Dio getta a piene mani nei nostri cuori. Ma Gesù ci avverte: non basta che il seme cada, bisogna lottare e faticare affinché cresca e produca frutto nelle nostre vite. Lottare perché l’avversario cerca di togliere la Parola dalla nostra vita, sa bene quanto è pericolosa, dal suo punto di vista! Lottare significa conservarla nel cuore, leggerla con assiduità, prenderla come punto di riferimento. Quante parole ascoltiamo ogni giorno! La Parola deve svettare sulle altre: perché non scrivere una frase del vangelo domenicale da tenere a portata di sguardo? E la Parola porta frutto solo se il terreno del nostro cuore ne favorisce la crescita: con la costanza e la perseveranza. Se siamo in crisi o in difficoltà facciamo in modo che la Parola sia presente nella nostra tenebra, lasciamola illuminare le nostre fatiche. E perseveriamo leggendola e meditandola, come abbiamo imparato a fare con questo piccolo sussidio…